Menu di servizio


Navigazione


San Gaudenzo 2017 Discorso alle Autorità

2017ott14

Discorso del Vescovo alle Autorità in occasione della festa di san Gaudenzo, patrono di Rimini

Distinte Autorità,

dieci anni fa, e precisamente il 2 novembre 2007, moriva don Oreste Benzi. Non sono qui per una nostalgica commemorazione biografica né per una retorica rievocazione storica. Vorrei piuttosto aiutare me e voi a metterci di nuovo in ascolto del messaggio della sua figura e della sua opera, che in questi anni non solo non ha perso un grammo di “peso” della sua attualità, ma ha acquistato via via sempre più freschezza e fecondità profetica. Debbo però premettere due brevi considerazioni. La prima: il Don è stato non tanto un “santo prete”, ma un prete santo. Figlio di questa Chiesa, l’ha amata come si ama una madre, una sposa, una intera grande famiglia. E proprio come un padre di famiglia, ci ha guidato, spronato e anche tenacemente provocato. Come Chiesa diocesana, non per umiltà pelosa, ma con onestà pulita, dobbiamo riconoscere che abbiamo ancora tanto cammino da fare per attuare la sua “profezia”. Basti un richiamo tra i tanti: “Una Chiesa che non si schiera, si schiera con i più forti”. La seconda premessa: Oreste Benzi è stato un cittadino italiano, un riminese verace, ma anche un autentico cittadino del mondo. Si è appassionato alla sorte dei poveri, per i quali ha gridato e pagato di persona. Pertanto è soprattutto il suo “magistero” sociale e politico che ora vorrei provare a raccogliere e rilanciare, ricordando però che il Don ha coerentemente vissuto una profonda unità di vita. In lui il cittadino e il prete non si sono mai né contrastati né sovrapposti, secondo il motto di un suo maestro: “distinguere per unire” (Jacques Maritain). Lo ricordiamo quando partecipava alle manifestazioni di piazza – sempre con lo stile della non-violenza – con il rosario in una mano e nell’altra il cellulare. O quando andava nelle discoteche con l’immancabile tonaca lisa.

  1. Il suo sogno: la società del gratuito

Per scrupolo di fedeltà, ritengo opportuno dare la parola direttamente a lui.

“Per società del gratuito intendo dire che il lavoro è lo strumento attraverso il quale l’uomo si mette in comunione con Dio e con il prossimo. Il lavoro allora non è lo scopo, ma lo spazio vitale che permette di manifestare l’amore verso coloro che beneficiano della mia attività. Il motivo del lavoro è allora il bene della comunità umana, la compartecipazione alla costruzione di un’umanità nuova dove regna la giustizia di Dio. Il motivo, detto in altre parole, è la gratuità totale perché con il lavoro partecipo all’attività creatrice di Dio e alla redenzione di Cristo. Non è quindi possibile avere come scopo ultimo la retribuzione. Non posso prostituirmi al denaro se Dio mi ha associato a Lui nella creazione e nella redenzione. Nella scuola, ad esempio, l’insegnante darà se stesso nella misura richiesta dal bisogno degli alunni. Inventerà il metodo per far promuovere tutti; non però per lo stupido «6 politico››, ma perché tutti sono realmente cresciuti. Se uno studente ha difficoltà, le lezioni per lui continueranno anche nel pomeriggio e allo Stato si chiederà il giusto necessario per vivere. In quest’ottica, come ho già detto, l’imprenditore investirà per creare nuovi posti di lavoro e per sé tratterrà la paga dell’ultimo dei suoi operai. Posto il principio che non è più il denaro la ragione della vita, tutta l’esistenza viene rinnovata secondo il criterio della gratuità totale. Gli stessi sindacati, pur avendo dato un importante contributo alla promozione dell’uomo, non sono ancora usciti da una logica egoistica di protezione delle categorie forti e delle caste. In sostanza al centro della società del gratuito c’è l’uomo, perché al centro c’è Gesù e l’uomo, per il quale Gesù è morto.

In sintesi la società del gratuito si contrappone frontalmente a quella del profitto: nella prima, al centro, è l’uomo inteso come un membro vivo di un corpo vivo, per cui se qualcuno sta male, tutto il corpo sta male, e per primo si pensa a guarire chi sta male. La caratteristica essenziale della società del gratuito è l’alterocentrismo, e la gratuità è il tratto fondamentale di questo tipo di società. La molla che spinge ad agire ogni membro è il bene comune, inteso come il bene degli altri e anche come il bene personale. Nella società del profitto vince sempre il più forte, mentre il più debole viene ingiustamente e inesorabilmente sacrificato all’interesse dei ricchi e dei potenti. E’ di peso e perciò viene emarginato ed escluso, come un membro inutile o addittura nocivo.

  1. Il suo sentiero: l’educazione alla pace

L’impegno per la pace è stato una costante nella vita di don Benzi. Ecco cosa scriveva nel 2001 al Presidente del Consiglio del tempo, in cui chiedeva l’istituzione del ministero della pace:

“La società attuale è violenta. In essa la guerra è strutturale. Gli individui, i gruppi, le grandi concentrazioni economiche, cercano i proprio interesse senza tenere conto degli altri. Non viene cercato il bene di tutti, ma lo schiacciamento degli altri. L’antico adagio latino, mors tua vita mea, è l’aspirazione dei gruppi di potere tra loro. Ogni concorrente è un potenziale nemico. In questa logica la società è fabbrica di poveri che vengono coltivati per essere ammortizzatori sociali nelle ricorrenti crisi economiche. Il volontariato si limita a “fare qualcosa” per le vittime di questa guerra continua, contribuendo paradossalmente a fare nuove vittime. Non basta dare un pezzo di pane all’affamato, ma è necessario individuare gli affamatori e agire perché smettano di affamare. Non è sufficiente mettere la spalla sotto la croce di chi soffre, bisogna far smettere di fabbricare croci. E’ ipocrita parlare di oppressi, di emarginati, di handicappati, di poveri, senza smascherare chi opprime, chi emargina, chi fabbrica poveri”.

Nella campagna “Pace da tutti i balconi”, in occasione dello scoppio della guerra in Iraq, il suo forte appoggio si mescolava a una grossa preoccupazione perché, diceva, “è facile esporre una bandiera… più difficile scegliere quotidianamente la pace. La pace come scelta concreta, lo sporcarsi le mani con i poveri, lottare per la giustizia, rinunciare ai privilegi”. Negli anni ’70 e ’80 in cui la scelta dell’obiezione al servizio militare era una concessione del Ministero della Difesa, don Oreste lottò duramente perché divenisse un diritto, e perché il servizio civile non fosse gestito in maniera punitiva. A lui stava a cuore che il servizio civile esprimesse sempre più concretamente una scelta forte di solidarietà, di cittadinanza attiva e di pace, volta alla difesa del Paese e dei suoi figli più deboli. Protestò e lottò di fronte ad una politica italiana che da un lato vendeva armi ovunque e dall’altra partecipava alle missioni militari internazionali “umanitarie” nei conflitti in cui venivano usate armi italiane (e non solo). Inoltre con la lucidità e la profezia che lo caratterizzava, il Don unì l’obiezione alle spese militari (OSM) a quella alle spese per l’aborto: quindi una doppia obiezione, a favore della vita.

Passo ora a presentare alcune situazioni alle quali Don Benzi ha posto sempre una grande attenzione e per le quali si è speso senza se e senza ma.

  1. I nomadi: più che poveri, sono emarginati

“Io, maledetto fra i maledetti”: così si racconta don Oreste ripensando al suo rapporto con i nomadi, incominciato nel 1988, quando si crearono forti tensioni tra i numerosi accampamenti di nomadi lungo il fiume Marecchia a Santa Giustina e la popolazione locale. Il Don offrì la sua mediazione, ma venne rifiutato. Non si arrese e cominciò a frequentare questi fratelli. La cosa gli fece perdere popolarità e credibilità, e ricevette anche minacce pesanti. Ma la “immersione a corpo” in quella drammatica realtà lo aiutò a capire la loro cultura, le loro tradizioni e usanze, i loro valori ed esigenze. Anche i loro problemi, certo, e i loro errori. Questa frequentazione lo portò a concludere: “I nomadi non vanno classificati tra i poveri, ma tra i fuori casta, tra gli esclusi, i malvisti, gli oppressi. L’unica strada per capirli è la condivisione. Allora ho detto: La vostra civiltà mi piace tanto. Io lascio la mia e vengo ad abitare in mezzo a voi”. Nel rileggere qualche giorno fa queste righe, mi veniva da pensare: ma il campo di via Islanda è ancora là. Io sono andato a visitarlo: è uno scandalo insopportabile che degli esseri umani debbano vivere da bestie selvagge. Cosa possiamo fare perché questo dramma si possa risolvere? Anziché continuare a litigare, non potremmo cominciare dal conoscerci più da vicino? Non riusciremmo così ad avere qualche muro in meno, a costruire qualche ponte in più per cominciare finalmente a dialogare? Diciamo insieme: No alla guerra tra poveri! Siamo fratelli, o no?

  1. Prostitute? No, chiamatele “prostituìte”

Cito dal quotidiano Avvenire del 20 settembre scorso:

“In Italia ci sono arrivata a 16 anni, venduta dai miei familiari”. Difficile dimenticare lo sguardo ferito di Nadia, romena, incontrata in una residenza protetta dopo la sua liberazione. «Venduta». Lo diceva con apparente noncuranza, ma quante lacrime poi nel raccontare il suo passato di merce umana: “Mi avevano promesso un lavoro vero, ma la prima sera in Italia mi hanno messo una minigonna e portata su una strada buia. Il primo uomo della mia vita è stato un anziano, padre di due figlie”. Chi ancora pensa che una donna possa liberamente scegliere di vivere così, dovrebbe incontrarle una per una, queste ragazze, ascoltare nei più atroci dettagli tutto ciò che avviene e semplicemente pensare: se fossi io? Proviamo a essere Nadia: “Tutte le notti il tormento durava fino all’alba, a casa non potevo tornare con meno di mille euro, pena un massacro”, e allora la conta dei clienti è presto fatta, “un quarto d’ora per 35 euro”, uno dopo l’altro venti, trenta uomini. “Dopo tre anni così supplicavo Dio di ammazzarmi». Invece le mandò don Benzi, che la portò via e la restituì alla vita. “Nessuna donna nasce prostituta – ripeteva Don Oreste che ne ha liberate settemila – “c’è sempre qualcuno che la fa diventare tale”.

Da qualche tempo anche a Rimini si va registrando una inversione di tendenza che mostra di voler affrontare la piaga vergognosa della prostituzione per il verso giusto, secondo il cosiddetto “modello nordico”. Finalmente anche da noi, grazie alla collaborazione dell’Amministrazione comunale, della Magistratura e delle Forze dell’ordine, e con il contributo importante delle associazioni per la tutela delle vittime di tratta, si è cominciato a sanzionare il cliente, di fatto protagonista nella catena di sfruttamento, e non le donne che, se arrivano sulla strada, sono già state oggetto di compravendita, di soprusi e umiliazioni. Non sono prostitute, ma sono state prostituìte. Sono state martoriate, prede della malavita, violentate, sottoposte ad aborti forzati, fatte oggetto di tratta. Difendere la dignità e la libertà di queste donne, schiavizzate e ridotte a merce di consumo, non è moralismo: lo stupro che subiscono non è un “atto contro il pubblico pudore”. E’ un orrendo crimine. Occorre pertanto creare una nuova cultura del rispetto, e di questo abbiamo disperatamente bisogno in Italia, dove lo stillicidio ripugnante del femminicidio deriva proprio dall’idea disumana che della donna si può fare ciò che si vuole, perché sarebbe un oggetto commerciale. Il decreto Minniti, convertito in legge lo scorso aprile, consente ai sindaci di emettere una ordinanza contro coloro che ottengono prestazioni sessuali a pagamento. Ci auguriamo che, come già avvenuto a Firenze, quanto prima venga emessa ed entri in vigore una ordinanza con il chiaro intento dell’Amministrazione di contrastare lo sfruttamento della prostituzione e la riduzione in stato di schiavitù in tutta la Città, per evitare che un fenomeno tanto disumano e incivile si trasferisca in altre zone.

  1. Gli immigrati: strade per la buona accoglienza

Tratto per ultimo questo fenomeno, perché è esploso con particolare forza negli anni successivi al “santo viaggio” di don Oreste, ma ritengo che esso potrà essere adeguatamente affrontato in base ai valori e ai criteri della società del gratuito. La positiva esperienza, condotta in questi anni, del modello “accoglienza diffusa”, in strutture piccole o di medie dimensioni – anche se non facile e comunque bisognosa di opportuni adattamenti e di ulteriori sviluppi – sembra possa essere vista come la più adeguata e in grado di garantire non solo l’attuazione delle misure previste per la prima emergenza, ma soprattutto, un positivo percorso di integrazione sul territorio ospitante, evitando il serio rischio di situazioni di sovraffollamento, ghettizzazione, marginalizzazione. La “carta per la buona accoglienza delle persone migranti” – sottoscritta il 18 maggio 2016 dal Ministero dell’Interno, dall’A.N.C.I. e dall’Alleanza delle Cooperative Sociali – ci conferma nella bontà e nell’efficacia del modello suddetto, avvalorato peraltro dalle recenti e ripetute affermazioni del ministro Minniti, come l’ultima di appena 6 giorni fa: “I grandi centri di accoglienza, per quanto ci si possa sforzare di gestirli nel modo migliore, non possono essere la via maestra per l’integrazione”.

Prima di chiudere, vorrei accennare al progetto “corridoi umanitari”, nato e completamente autofinanziato nel dicembre 2015, grazie all’intesa raggiunta e ratificata dalla Comunità S. Egidio, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, dalla Tavola Valdese, dai Ministeri degli Esteri e dell’Interno, con una importante carta attuativa, sottoscritta da Caritas Italiana e Comunità S. Egidio, e con l’APGXXIII. Ha come principali obiettivi: evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento da parte dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda d’asilo.

Concludo con una proposta e un cordialissimo invito. Avrei dovuto e sinceramente voluto trattare anche di altri fenomeni in corso e di vari problemi aperti. In particolare del “magistero” di don Oreste riguardo ai giovani e della sua vision e mission con i giovani. E se ci dessimo appuntamento per un’altra occasione come questa? L’invito è a partecipare domenica 19 novembre alla Messa e alla Mensa con i poveri, nella Giornata Mondiale dei poveri, indetta da papa Francesco.

Vi ringrazio per la cortese attenzione e vi saluto di cuore

Rimini, 14 ottobre 2017

+ Francesco Lambiasi

(14 ottobre 2017)