Menu di servizio


Navigazione


La scuola nel nostro tempo è ancora uno straordinario luogo educativo a servizio della persona

2009mag5

Discorso ai Dirigenti scolastici, Sala S. Gaudenzo, 5 maggio 2009

Perché i conigli, i gatti, i cavalli non vanno a scuola? Perché non hanno bisogno di essere educati? La risposta più antica che conosciamo a questa domanda si trova in un mito che Platone mette in bocca al sofista Protagora (…)

C’è bisogno di una scuola che non solo insegni a fare, ma ancor più educhi ad essere. E per essere, l’uomo ha bisogno di essere educato ad essere-da; ad essere-con; ad essere-per

1. “Essere da…”

La cura dell’origine a scuola

La scuola è, da sempre, l’istituzione deputata dalla società a trasmettere alle nuove generazioni, in modo critico e creativo, il patrimonio culturale della tradizione.

Questo compito specifico della scuola, oggi non è più tenuto nella dovuta considerazione, né adeguatamente tutelato, perché si ritiene prioritario “produrre”, avere, consumare; si ritengono secondarie l’istruzione e la cultura. Esse, invece, stanno alla base di una società e ne costituiscono e custodiscono l’identità. Si vorrebbe ridurre il tempo dedicato alle materie considerate ormai “morte”, come latino e greco, con le materie “attuali” di immediata attualità, e si dimentica che, per rispondere alle richieste del mercato del lavoro, occorre salvaguardare l’identità della società; identità che le deriva, appunto, dalla tradizione culturale che viene trasmessa dalla storia delle varie discipline.

E’ la scuola che aiuta a comprendere che il patrimonio culturale dell’oggi deriva da un passato lontano ed è proteso verso un futuro tutto da costruire. Il passato chiede di essere attualizzato, di essere abitato nel presente e questo va inculcato nelle giovani generazioni, perché in loro la cultura diventi vita e scoprano che la memoria del passato aiuta a guardare in prospettiva. Smarrire la memoria espone al rischio di uno sradicamento.

Il maestro è, nella scuola, quello che il padre è nella famiglia; la sua autorevolezza pedagogica corrisponde a quella genitoriale. Oggi, per motivi diversi, non ultimi, la modestia del trattamento economico e la diminuzione della stima sociale, l’insegnamento non è più considerato come una missione che educa alla cura delle origini, ma è piuttosto un ripiego, un lavoro qualsiasi che assicura lo stipendio.


Occorre, invece, rivitalizzare la professione dell’insegnante, perché urge “far nascere i propri alunni” mettendoli in stretta relazione con la tradizione e insegnando loro a come impossessarsene in modo critico e vitale.

2. - “Essere con…”

Educare alla cura dell’altro nella scuola

Il parallelismo maestro-padre sopraccennato si ripropone per quanto riguarda quello di famiglia-classe. Come nella famiglia, così nella classe, l’alunno si trova inserito in un contesto con delle dinamiche positive o negative che condizionano l’apprendimento-rendimento, le relazioni e il comportamento. Come in famiglia, anche nella classe, la cura dell’altro è condizione fondamentale per il perseguimento del fine di ciascuno e, la comunicazione è il segreto della comunicazione intesa, non solo come trasmissione di conoscenze, ossia istruzione, dove l’alunno è solo destinatario e il maestro l’erogatore di un servizio, ma come ampio processo comunicativo, come reciprocità, vale a dire come metodo basato sul dialogo, sullo scambio, sull’interazione, sul coinvolgimento delle dinamiche interne, delle risorse interiori.

Intesa così, l’opera dell’insegnante è certamente più fruttuosa e richiede, oltre all’agilità mentale, una preparazione specifica non solo sul piano pedagogico-didattico, ma anche dal punto di vista disciplinare, perché esige modalità specifiche di trasmissione dei vari settori del sapere. Ne deriva che comunicazione e apprendimento si pongono reciprocamente a servizio l’una dell’altro e danno luogo a relazioni umane autentiche e coinvolgenti che hanno una ricaduta positiva anche sull’aspetto culturale.

Detto questo, è importante sottolineare quanto sia auspicabile il collegamento tra gli insegnanti delle diverse materie nell’ambito della medesima classe, perché questo diventa un aiuto, per gli alunni, a cogliere l’unità del reale e il carattere relativo delle materie “curricolari”. Una costante collaborazione rimanda un’immagine positiva della scuola e, soprattutto, fa crescere i giovani nella ricerca della verità.

A questo riguardo, oggi siamo in presenza di una condizione favorevole: il regime dell’autonomia. Si è passati da un aspetto verticistico del sistema di istruzione ad uno policentrico, fondato sulla creatività e responsabilità dei singoli istituti. E’ la cooperazione tra docenti, personale ausiliario e amministrativo, gli alunni e anche i genitori per dare alla scuola una nuova fisionomia, quella della comunità collaborante.

3. - “Essere per…”

Educare alla cura del senso e di Dio a scuola

In passato vigeva una scuola con una fisionomia rigida e monolitica non solo sul piano strutturale, ma anche per il sistema valoriale e dei principi morali e culturali basati su una scala di finalità sociali abbastanza scontate, che venivano trasmessi principalmente ai futuri dirigenti e, in seguito, un po’ a tutte le classi sociali. Il risultato era che taluni raggiungevano un grado di integrazione soddisfacente, altri rimanevano piuttosto ai margini rispetto alla normalità corrente.

Questo schema, legato alla crisi della comunità etica, in cui quasi tutti si riconoscevano e dove si svilupparono i grandi conflitti ideologici, registrò un’esplosione e andò in pezzi. A una estrema rigidezza è subentrata, per reazione, un’altrettanto estrema frammentazione.

Dentro questo quadro, il sistema scolastico ha subito una scossa: è passato da una visione precostituita e omologante della vita e della realtà, ma non ha potuto neppure ispirarsi a un orizzonte di valori condivisi, e così ha finito per rinunziare a fornire messaggi significativi rispetto ai problemi fondamentali. Ne è derivata la convinzione, comune ormai a famiglia, insegnanti, alunni, che “ciascuno ha la sua verità”. La scuola si è così trasformata in un grande supermarket, dove ciascuno va cercare singole “cose” funzionali al proprio progetto individuale di autorealizzazione, secondo i canoni della società consumistica, e i cui “commessi” – i docenti – non hanno se non il compito di dare istruzioni per l’uso degli strumenti, lasciando la questione dei fini ai loro “clienti”.

Tutto questo si riflette, in modo negativo, sulla società dove vengono messi ai margini la collaborazione e l’interesse reciproco, e ciascuno, isolandosi, persegue i propri obiettivi deresponsabilizzandosi completamente nei confronti degli altri. La tanto reclamizzata “personalizzazione” rischia allora di tradursi, di fatto, in un individualismo del tutto in linea con la cultura dominante e continua implacabilmente a mietere vittime.

In questo “inverno dello spirito”, ad avere il primato sono stati gli aspetti economici e mercantili, facendo concentrare l’attenzione sul problema dei finanziamenti e del loro utilizzo. Non porta in questa direzione, del resto, la scelta di trasformare il vecchio preside, tradizionalmente attento ai problemi didattico-educativi, in un dirigente-manager assorbito da questioni amministrative?

Ora si impone, da parte della scuola, la creazione di un nuovo clima culturale che stimoli docenti e alunni ad una ricerca comune e al recupero dei valori connessi a questa ricerca, primo fra tutti il confronto con la realtà, per smascherare i miti, i luoghi comuni, gli slogan imposti dalla cultura dominante, per riscoprire nel mondo e nella vita reali i semi di verità e di senso presenti in essi.

In questa direzione si potrebbe recuperare uno stile comunicativo, fondato sull’idea che esista una misura del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto, a cui rapportarsi nel confronto tra le diverse prospettive. Per fare questo, occorre mettere in atto un tipo di formazione intellettuale ed emotiva non semplicemente autoreferenziale, ma aperta a un continuo “esodo” verso ciò che sta oltre il soggetto e su cui ci si può incontrare, senza, per questo, annullare le differenze. Non solo, ma è necessaria un’educazione all’analisi critica delle proprie certezze per poterne rendere ragione, prima a se stessi e poi agli altri.

A questo proposito, si potrebbe partire dal significato del termine greco lògos che traduciamo con ragione e del verbo léghein che significa pensare, ragionare, ma anche parlare. Allora possiamo dire che la comunicazione è costitutiva del concetto di razionalità, al di là di ogni soggettivismo unilaterale. Può forse esserne una conferma un ulteriore significato di léghein, che è quello di “unire”, “collegare” i diversi, senza annullare le diversità, ma permettendo di coglierne il significato globale. Nelle discipline scolastiche c’è una grande ricchezza di spunti per questo approccio poliedrico e dialogico, che dalle differenti prospettive dovrebbe far emergere un quadro infinitamente complesso, non risolubile in una pura somma di opinioni disarticolate e incomunicabili.

In questa logica “esodale” si può far rientrare anche un intervento educativo orientato alla “cura del Mistero”, intervento inteso non come indottrinamento confessionale, ma come apertura ad orizzonti, diretti non a soddisfare i propri bisogni o le esigenze tecniche, ma a sensibilizzare alla dimensione di quella Presenza nascosta nel cuore della stessa esistenza umana, e che la pura indagine razionale non può presumere di esaurire.

*   *   *

L’11 marzo 1947 Benedetto Croce esortò l’Assemblea Costituente della nuova Italia a elevare un’implorazione allo Spirito santo con le parole (così disse)  dell’«inno sublime», Veni creator Spiritus.Era una proposta inattesa, tanto più che proveniva da un “laico”. Ed era una proposta illuminata e felice. Ma a più di sessant’anni, sento di ritenerla una proposta attuale e ancora feconda di ispirazione per il futuro.

A questo proposito, lo scorso anno, rivolgevo agli alunni e agli insegnanti l’augurio che scuola e famiglia s’intrecciassero in una sapiente e cordiale sinergia per dar vita a una scuola dalle molte finestre e ne indicavo almeno quattro.

La prima finestra che dia “sul retro” della scuola, cioè sul nostro passato. La seconda che deve dare “sul davanti” della scuola, cioè sul futuro, non solo quello programmabile, ma anche quello che si spera per costruire insieme la civiltà dell’amore. Una terza finestra costantemente aperta sulla strada, sulla piazza, ossia sul presente in corso. Una quarta finestra aperta verso il cielo. Il mondo non è fatto solo dal giro della ruota fatale: lavoro e soldi, soldi e lavoro, ma anche da poesia, musica, amore, dolore, piacere. E anche di mistero. Il mondo è quella cosa che trova il suo pieno significato solo fuori dal mondo. E, una società che non dia spazio al mistero, rischia di morire per asfissia.

(5 maggio 2009)