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La prima Notte Bianca – Invito al Natale

2008dic24

Mons. Francesco Lambiasi ai giovani

Carissima/o,

non so in quale momento della vita ti trovi. Forse stai attraversando un periodo di difficoltà, di incertezza o di angoscioso smarrimento. Il Natale che viene è un sorso di speranza che ti viene offerta, una mano a cui aggrapparti, una parola capace di originare vita nuova. Vedrai anche tu, nel cuore della tua notte, brillare la stella di Gesù?

Forse, invece, stai vivendo un momento positivo e appagante: hai una buona famiglia, sei circondato di amici, non ti manca l’essenziale. Ugualmente quella stella ti è necessaria: per dare senso e profondità alle conquiste di ogni giorno, per saperle consolidare e condividere, per non farne un capitale geloso da sfruttare avidamente, a proprio uso e consumo.

Ne possiamo parlare un po’ insieme?


Quella di Natale è la più antica “notte bianca” della storia. Non si tratta di una favola; si tratta di un fatto: vero e verificabile. Natale non è un mito sognato da qualche mente in vena di coccole o un tenero ninna-nanna ideato per commuoverci. E’ un avvenimento che appartiene al grande libro dell’umanità. Poco importa che il vangelo non riporti la data precisa della nascita di Gesù: non conosciamo nemmeno quella di Ottaviano Augusto, di Carlo Magno o di Cristoforo Colombo. Il cristianesimo non è un pacchetto di dogmi, una noiosa lista di precetti, un complesso di riti astrusi e complicati. Non è neppure un collage di parole edificanti o di pensieri citabili, un’antologia di grandi idee o di valori astratti e impalpabili. Il cristianesimo è un evento reale, tangibile, concretissimo, che poggia sulla roccia solida della storia. Il Natale è un incontro tra quella storia e la mia, la tua, la nostra vita…


Povertà e gloria

Agli inizi del quarto secolo, una volta ottenuta la libertà di culto con l’editto di Costantino, i cristiani di Roma hanno cominciato a celebrare il Natale il 25 dicembre, al posto della festa pagana dedicata al dio sole, che veniva a cadere nel solstizio di inverno, come “giorno natalizio (natalis) del sole invincibile”. In questo modo la Chiesa antica, “battezzando” una festività del pantheon romano, richiamava i cristiani a considerare la nascita di Gesù, la vera luce che illumina il mondo.

Verrebbe da chiedersi se, oggi, non ci si trovi di fronte al percorso inverso: la “ripaganizzazione” di una festa cristiana. Ma non è il caso di abbandonarsi alla lagna amara e malinconica di sterili lamentazioni. Abbiamo piuttosto bisogno di rianimare la nostra fragile speranza, e per questo desideriamo entrare nel cono di luce che dalla grotta di Betlemme continua ininterrottamente, da duemila anni, a rischiarare le notti dei nostri giorni inquieti e depressi.

L’evangelista Luca concentra il racconto nel semplice, nudo fatto di un “bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia”. Tutto qui: si parla della nascita di un bambino, non dell’impresa audace di un grande personaggio, né della sensazionale scoperta di un famoso scienziato, neppure di un miracolo strabiliante operato da qualche santo. Eppure, alla povertà scandalosa di quel neonato si abbina una gloria abbagliante, cantata dagli angeli sotto il cielo stellato di Betlemme. Povertà e gloria sono dimensioni intrecciate, ambedue indispensabili per comprendere l’identità unica e originalissima di Gesù: questo bambino che compare nella storia, confuso nel numero degli uomini senza peso e senza audience, è il Salvatore, il Messia, il Signore nato per noi uomini e per la nostra salvezza.


Dio è nelle nostre mani

È una scelta strana quella dell’incarnazione di Dio. Più ancora: un grosso rischio. Nella nostra società, chi detiene una certa “posizione” si guarda bene dal rinunciarvi. Al massimo finge un po’ di modestia. Per Gesù non è stato così: il Figlio di Dio si è fatto veramente uomo per fare, di noi uomini, dei veri figli di Dio. “Venne qui in terra, per farti raggiungere le stelle”. In questa formula felice di s. Ambrogio si può fissare tutto il senso del Natale: con l’incarnazione Dio stesso, nella persona di suo Figlio, ci si è messo nelle mani.

“Dio si è fatto piccolo perché noi potessimo comprenderlo, accoglierlo, amarlo”, ci ricorda Benedetto XVI. “Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per noi. È questo il suo modo di regnare. Non viene con potenza e grandiosità esterne. Viene come bambino – inerme e bisognoso del nostro aiuto. Non vuole sopraffarci con la forza. Ci toglie la paura della sua grandezza. Egli chiede il nostro amore: perciò si fa bambino. Nient’altro vuole da noi se non il nostro amore”.

Come non commuoversi davanti a questo dono? Perfino un “maestro del sospetto” come il filosofo ateo Jean Paul Sartre ne restava colpito, tanto da mettere in bocca a Maria – in un copione per un presepe vivente, mentre era internato nel lager di Treviri – queste espressioni così calde: “Questo è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi assomiglia. E’ Dio e mi assomiglia! Nessuna donna ha avuto in questo modo il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolissimo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e vive”.


Un messaggio scandaloso

È davvero così: il mistero del Natale oltrepassa ogni possibile immaginazione e ogni aspirazione più ardita. Quel bambino, il Figlio di Dio, è tra noi per sempre, è definitivamente nostro, e noi siamo suoi. Un mistero che dà le vertigini: ormai niente e nessuno può separare ciò che Dio stesso ha congiunto: la sua divinità e la nostra umanità. E così ci viene effettivamente garantita la certezza più impensabile: che anche il dolore più atroce può diventare luogo dell’amore; che anche l’abisso della nostra miseria può accogliere la divina misericordia; che anche la disperazione più nera può tramutarsi nella speranza più viva e audace.

Il Natale è “vangelo”: una buona notizia di pace e di salvezza. “Oggi, nella città di Davide, è nato il vostro Salvatore, il Cristo, il Signore”, annunciano gli angeli ai pastori. Quel piccolo bambino, che dorme nella mangiatoia di una squallida stalla – perché non s’era trovato per lui altro posto – è l’unico Salvatore del mondo, è il Messia annunciato dai profeti, il Figlio di Dio venuto a guarirci dalla lebbra del peccato, a recuperarci dalla droga dell’egoismo, a tirarci fuori dal tunnel buio e freddo della morte.

Se le cose stanno così, allora è segno che non siamo stati gettati sulla terra da un destino cinico e assurdo. D’altra parte nessuno di noi ha chiesto di venire al mondo, nessuno lo ha deciso da sé. Io non sono padre del mio io. Se quindi esisto è perché sono stato pensato, voluto, amato. Veniamo dall’amore e andiamo verso l’amore. Ogni uomo che viene al mondo è un essere debole e mortale, ma ha un valore infinito: vale quanto questo Bambino. Se valessimo di meno, Dio nostro Padre ci avrebbe dato di meno. E così è proclamata di colpo, senza se e senza ma, la grandezza di ogni essere umano – dal concepimento fino alla malattia terminale – per il suo essere immagine vivente di Dio, “copia conforme” all’originale: suo Figlio. Ci rendiamo conto che non è la stessa cosa del trinomio della rivoluzione francese o della filantropia universale?


Dio “salva con nome”

La nascita di Gesù a Betlemme non è un fatto che si possa relegare nel passato. Dinanzi a lui si pone sia l’intera storia umana che la nostra personale avventura. Diceva bene un mistico polacco: “Mille volte nascesse Cristo a Betlemme, ma non in te, sei perduto in eterno”. Dio, infatti, non ci salva in serie, ma conosce ciascuno di noi e con ognuno ha una originalissima storia d’amore.

Se celebriamo ancora quest’anno il Natale, è perché ci sentiamo oggetto di questa tenerezza; perché crediamo che la sua luce continua a illuminare l’intero percorso della nostra strada, così da renderci capaci di ricominciare a sperare e di poter trasformare le tante macerie delle nostre disastrose manie, in altrettanti mattoni utili per la nuova civiltà dell’amore. “E’ nato per noi un Salvatore”, è l’annuncio dei messaggeri nel cielo di Palestina. Ma cosa significa oggi questa parola, in un mondo in cui i più “salvati” sono i documenti di testo del computer e i maggiori desideri di “salvezza” appartengono alle squadre di calcio impegnate nei massimi campionati? Da quali tenebre ci salva la luce del Natale?

Innanzitutto ci salva dalle nebbie gelide del non-senso, perché ci mostra le verità che costituiscono la grammatica di base per comunicare con Dio, con noi stessi, con tutti. Il Natale lancia un potente fascio di luce verso gli abissi del cielo, su Dio stesso, e ce lo rivela non come l’impassibile orologiaio dei mondi, come un monarca acido e arcigno: Dio è Padre e ci ama perdutamente, fino al punto da “giocarsi” il tesoro più caro, la vita di suo Figlio, mettendola a repentaglio tra le nostre mani avide e violente.

Non solo. Il Natale illumina lo scenario ingarbugliato della storia, facendo vedere, al di là delle confusioni più torbide o dei più catastrofici disastri, che l’intero migrare dei giorni e dei popoli è in realtà guidato dalla regia immensamente sapiente e provvidente di un Amore inalterabile, gratuito, sconfinato. La storia non gira a vuoto: ha una meta. L’uomo non è un fenomeno del caso: è persona creata da Dio a sua immagine, e dunque libera di costruirsi e determinarsi. Il Natale è la festa dell’incontro dell’uomo smarrito col Dio incarnato, che non può permettere che la sua creatura, con la quale si è fatto solidale, resti smarrita, umiliata, ferita.

Il Natale rischiara perfino il tratto più buio del nostro umano peregrinare, la morte, e ci dice che essa non è il capolinea squallido e triste di un viaggio – la vita – o troppo breve o troppo caro o troppo duro per risultare alla fine veramente piacevole, ma è solo l’ultimo terminal per passeggeri in transito (noi!) prima del grande volo, verso la meta ultima: la casa del Padre. Per questo la Chiesa chiama la morte dei santi il dies natalis, il “natale” che ci fa nascere alla vita immortale.


Il Dio piccolo ci provoca

Nella stella di Betlemme il cielo è piovuto sulla terra, l’eterno ha preso casa nel tempo. “Per questo – ha detto il Papa – da lì emana una luce per tutti i tempi; per questo lì s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto”. La liturgia natalizia sottolinea di continuo questo nuovo inizio. Purtroppo abbiamo spesso un’idea devozionale di questa celebrazione – come un “dovere di pietà” – o ne facciamo un uso strumentale – come una preghiera per passare bene la festa – e a molti appare assai più affascinante un’altra veglia: quella dell’ultimo giorno dell’anno. Non si è però smarrita del tutto la nostalgia per la semplicità e la pace che da qui promana, il senso di famiglia e di universalità che il Natale porta con sé.

Questo significa forse cedere all’alone di buonismo, zuccheroso e dolciastro come tanti prodotti che invadono le nostre tavole in questi giorni dopo aver riempito i teleschermi? Non credo. Anche perché la stessa liturgia del tempo natalizio non indugia certo sugli aspetti più teneri e, dopo averci mostrato un Bambino rifiutato e in pericolo, fa memoria di Stefano, capofila dell’ininterrotta corona di martiri che versano il sangue nel suo nome. E, come se non bastasse, prosegue col racconto dei piccoli innocenti, vittime ieri come oggi delle violenze e delle invidie dei prepotenti di turno, cui il Dio fatto uomo in realtà fa paura. “Ci insegna in questo modo il rispetto di fronte ai bambini”, chiosa Benedetto XVI. “Il bambino di Betlemme dirige il nostro sguardo verso tutti i bambini sofferenti ed abusati nel mondo, i nati come i non nati. Verso i bambini che, come soldati, vengono introdotti in un mondo di violenza; verso i bambini che devono mendicare; verso i bambini che soffrono la miseria e la fame; verso i bambini che non sperimentano nessun amore. In tutti loro è il bambino di Betlemme che ci chiama in causa; ci chiama in causa il Dio che si è fatto piccolo”. Altro che tenerume! Il Natale è una rivoluzione.


Nessuno escluso

L’evento che ha cambiato il corso della storia, spezzandola in due, non è un’esibizione spettacolare, una messa in scena alla ricerca di applausi. Nessuna delle regole dello star system è rispettata. Eppure quella luce potente non solo non ha subito alcun calo di tensione col passare di secoli e millenni, ma continua a risplendere su di noi e a illuminare ogni uomo che viene al mondo, anche chi si affaccia all’esistenza negli incerti e travagliati anni del Millennio appena dischiuso.

I pastori di Betlemme, per sempre immortalati grazie a pochi versetti del vangelo, non erano certo grandi santi. Anime semplici, piuttosto. A far meritare loro un posto nel presepio è un’unica virtù: la disponibilità ad ascoltare, ad incamminarsi. Se per l’incertezza del buio non si fossero diretti verso quella grotta; se al freddo della notte avessero preferito i loro caldi giacigli, non avrebbero incontrato il loro Salvatore. L’ascolto del messaggio che viene da Dio mette sempre in cammino: così era avvenuto tanto tempo prima per Abramo, Mosè, Elia e tanti altri. Così faranno i Magi.

È questo che a Dio interessa. E’ un invito forte e dolce che Lui rivolge anche a te. Nessuno di noi gli è estraneo perché tutti siamo sue creature, ma c’è chi ha chiuso la sua anima e rende vano l’amore onnipotente e misericordioso del Padre. Sono le persone che credono di non aver bisogno di Lui; pensano di poterne fare a meno nelle loro giornate. Altri, invece, sentono una acuta nostalgia di incontrarlo. Non si fanno tanti alibi; si sono resi conto che nulla può sostituire Dio. In ogni anima aperta all’attesa, la luce dell’Amore può penetrare, e, con quella luce, la pace.

E’ questa la lieta notizia del Natale: “Chi fa entrare Cristo nella propria vita, non perde nulla, nulla, assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No, solo in questa amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in questa amicizia si dischiudono le grandi potenzialità della condizione umana” (Benedetto XVI).

Non ci resta che piangere di commozione e lasciar danzare il cuore di gioia: “Carissimi! – cantava felice il papa Leone Magno, che visse i giorni terribili di Attila – il nostro Salvatore oggi è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, la vita che distrugge la paura della morte e immette in noi la gioia e la speranza dell’eternità. Nessuno è escluso da questa felicità”.

+ Francesco Lambiasi

(24 dicembre 2008)