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In memoria di Maurizio Bertaccini

2020apr16

Saluto del Vescovo al rito di commiato

Alla comunità del Diaconato
e p.c. a tutta la Chiesa diocesana

Carissimi tutti,

oggi è Pasqua. Prepariamoci a dirlo con il canto del solenne, maestoso Alleluia pasquale, alla fine di questo scarno, eppure intenso e toccante, rito di commiato. Voi lo sapete: non è vero che quelli che stiamo vivendo in questa santa settimana siano i primi giorni dopo Pasqua, come si continua a dire e a ripetere, purtroppo, anche in casa nostra. No, sono i giorni di Pasqua. Anzi sono l’unico grande giorno pasquale della  Risurrezione del Signore. Il giorno più extra large che ci sia nel calendario liturgico, perché non copre semplicemente lo spazio di 24 ore, ma si prolunga per tutta l’Ottava di altri 7 giorni, e quindi per un totale complessivo di ben 192 ore.

Oggi è Pasqua. Eppure noi proviamo la stessa sensazione dei due discepoli di Emmaus, che si portavano in petto un cuore più duro e più freddo della pietra posta all’imboccatura del sepolcro del Maestro. Un cuore irriducibilmente bloccato al Venerdì santo. A noi, flagellati dal micidiale virus Corona 19 questi sembrano davvero più i giorni della Passione del Signore che non il giorno inebriante e stupefacente di Pasqua. L’altro ieri abbiamo salutato Mons. Mariano De Nicolò. Ieri ci siamo accomiatati dal nostro don Ferruccio Capuccini. Oggi diciamo “a-Dio” a questo fratello buono, il carissimo Maurizio Bertaccini. Un vescovo, un presbitero, un diacono. Tre ministri della santa Chiesa di Dio che è in Rimini.

Oggi è Pasqua. Ora a me tocca l’onore e l’onere di fare da esecutore testamentario della preziosa eredità che questo nostro fratello lascia alla sua adorata e amata famiglia, alla comunità della “Piccola Famiglia dell’Assunta” di Montetauro, alla nostra povera e grande famiglia della Chiesa diocesana. Apriamo dunque il testamento spirituale di Maurizio. Non è un testamento semplicemente redatto nero su bianco, con carta e penna, ma intarsiato a tutto tondo con l’inchiostro del day-by-day, di una normale quotidianità, sul rotolo di una vita coerentemente e pienamente vissuta come un autentico “cristiano” della porta accanto. Questo è stato il nostro Maurizio: un uomo cristiano, di una umanità forte e mite. Un cristiano-cristiano, un discepolo innamorato di Gesù e della sua Chiesa. Un cristiano padre di famiglia, di una semplice, splendida famiglia di ben dieci figli, nata dall’amore tenero e gratuito di Maurizio e Mariuccia. Un cristiano-medico che ha esercitato la professione lasciandosi abitare dagli “stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, il quale “passò beneficando e risanando tutti”. Un cristiano che ha puntato sulla misura alta della santità, entrando a far parte insieme a Mariuccia, da giovanissimi sposi, come una delle primissime famiglie della neonata comunità “Piccola Famiglia dell’Assunta”. Un cristiano-diacono che ha amato e servito la Chiesa da povero servo, umile, disponibile, sempre gioioso e sorridente. Come si vede, dalla sua vita risulta che cristiano è un sostantivo, non un aggettivo puramente decorativo. E’ la base, non un esponente remoto ed evanescente.

Oggi è Pasqua. Il giorno-sintesi di tutti i misteri della vita di Gesù e della Chiesa. Maurizio non ha vissuto una esistenza frammentata e dispersa, dove i vari aspetti – familiare, professionale, ecclesiale – si giustapponevano l’uno all’altro in una mescolanza caotica e confusa, ma si fondevano senza confusione e si distinguevano senza separazione, fino a comporre una sintesi sinfonica, ordinata e armoniosa. Gli amici mi ricordavano questi giorni che quando gli dicevano come faceva a vivere da laico nella Chiesa e da cristiano nella professione, si autodefiniva amabilmente con una battuta scherzosa, come un… “dottore della Chiesa”.

Oggi è Pasqua. Vorrei ora sostare brevemente sul mistero diaconale di Maurizio, uno dei primissimi della eletta e numerosa schiera di diaconi ch il Signore risorto ha voluta regalare alla nostra diocesi. In questi anni qui a Rimini noi continuiamo a interrogarci sulla specifica identità di questi nostri fratelli. A me sembra che Maurizio oggi ci ricordi che tale identità non vada definita in modo astratto e ‘ideologico’, ma vada ricavata da quella che viene chiamata lex orandi o lex celebrandi. In effetti il ministro competente e incaricato della proclamazione del Vangelo nella celebrazione eucaristica è il diacono. E il vangelo dei vangeli è il vangelo pasquale, il lieto annuncio della risurrezione di Cristo che si riassume nel testo greco dei quattro vangeli in una sola parola: egherthe. Maurizio sapeva bene che questo compito liturgico prosegue e si amplia poi nell’annuncio di Cristo e della sua risurrezione a tutte le realtà in cui un diacono si imbatte non solo nel contesto ecclesiale, ma anche nei vari ambienti di lavoro e di socializzazione che possono e devono frequentare. Quindi anche i diaconi – come il vescovo e i presbiteri – devono guardare al servizio dell’evangelizzazione come loro dovere primario e irrinunciabile.  In effetti, pur appartenendo al clero i diaconi conducono una vita in tutto simile a quella dei laici, e quindi devono vivere la diakonia del ‘quinto vangelo’ sul duplice versante della Chiesa e del mondo. Essi fanno da ponte tra la Chiesa e la società. Si collocano sulla soglia, all’incrocio tra Vangelo e storia. Al di là delle attività concrete, la loro stessa presenza è un dono: come segno sacramentale di Cristo servo, la loro diakonia promuove la vocazione a servire, comune a tutto il popolo di Dio. I diaconi sono i catalizzatori della diaconia di tutti: essi servono e provocano a servire. E ricordano anche agli altri gradi dell’ordine sacro – episcopato e presbiterato – che la loro missione è servizio.

Oggi è Pasqua. Il diacono Maurizio ci ricorda non solo chi è il diacono, ma come deve vivere e servire un diacono. Con una vita ‘pasquale’. E quindi con una vita vissuta con una spiritualità delle tre G.

La G della gratitudine. In effetti senza il profumo della gratitudine il servizio si riduce a servitù e fa percepire solo l’odore greve del sudore dei nostri sforzi e delle nostre spossanti fatiche. Perché se tutto è dono, lo è anche il servizio, e quindi va ricevuto, custodito e vissuto in “rendimento di grazie’. Senza il senso del dono è facile cadere nello sconforto, diventare devoti della dea ‘lamentela’, scivolare sul piano inclinato di un pessimismo acido e sterile.

La seconda G è la gratuità. Un diacono non può non sentirsi un servo in-utile. Non certo un servo che non serve a niente di utile, ma che non cerca l’utile proprio, Insomma, solo e semplicemente servo. Una gratuità rivestita del camice dell’umiltà e che su quel camice indossa il grembiule della disponibilità, per lavare i piedi ai poveri, non per farseli lavare dai poveri.

La terza G è la gioia. La testimonianza più schietta e leggibile che oggi un diacono può rendere all’evangelizzazione, è la testimonianza pasquale della gioia. : in casa, al lavoro, nella salute e nella malattia, nel successo e nella prova. Fino all’ultima sera della nostra vita.

Come ha sempre cercato di fare e come ha concretamente fatto Maurizio.

Buona Pasqua, a te, Fratello carissimo. Buona Pasqua alla tua cara famiglia. Alla comunità di Montetauro. Ai tuoi cari malati. Ai tuoi colleghi. Ai confratelli diaconi e alle loro spose, alle loro famiglie e comunità. Buona Pasqua a noi e a tutti. Alleluia!

Cimitero di Montetauro, 16 aprile 2020

+ Francesco Lambiasi

(16 aprile 2020)