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Gesù tutto sostiene con la potenza della sua parola

2008dic5

Conferenza Animatori Rinnovamento nello spirito 2008

Il tema di questa XXXII Conferenza Nazionale Animatori è stato formulato con un’affermazione presa di peso dalla Lettera agli Ebrei, dove si dice che Gesù “tutto sostiene con la potenza della sua parola” (1,3). In verità il testo greco, rovesciando l’ordine dei due ultimi termini, suona letteralmente: “con la parola della sua potenza”. Gli esegeti ci informano che a questa espressione così formulata soggiace la forma grammaticale del cosiddetto genitivo costrutto, che in ebraico va dal concreto all’astratto e deve essere tradotto con l’inversione dei due termini. Quindi la versione corretta è quella riportata nel titolo del dépliant del vostro programma: “con la potenza della sua parola”, e che corrisponde alla vecchia traduzione della “Bibbia di Gerusalemme”, edizione CEI. Di passaggio, faccio notare che la Nuova CEI traduce semplicemente e in un italiano più sciolto: “con la sua parola potente”.

In questa sessione introduttiva mi è stato chiesto di offrire una “meditazione” mirata a proporre “l’esortazione stringente che ci viene dallo Spirito ad aderire con maggiore convinzione, passione e zelo al disegno ‘cristocentrico’ che solo può reggere la storia, la Chiesa, il RnS, la famiglia, la società, ogni esistenza umana”. Provo quindi ad imbastire una “lettura sapienziale” del tema formulato dal titolo-slogan della Conferenza, con una scansione in tre passaggi successivi: 1. Parola e Soffio nella creazione; 2. Il Verbo e lo Spirito nella rivelazione; 3. Come annunciare Cristo oggi, lasciandoci investire e rivestire anche noi dalla potenza del suo Spirito?


1. Parola e Soffio nella creazione


Che cosa c’è di più leggero della parola? Nulla, la parola non è che un soffio, flatus vocis, fiato al vento. E che cosa c’è di più pesante dell’intero universo? Nulla; chi può dire quanto pesino i milioni di milioni di galassie e i miliardi di miliardi di stelle disseminate nella sterminata distesa del cosmo? Come può allora un tenue, impalpabile soffio sostenere tutto l’universo nella sua mole così smisuratamente pesante? La cosa è possibile solo ad una parola smisuratamente potente, qual è la Parola di Dio. Leggiamo nella lettera agli Ebrei: Gesù “tutto sostiene con la potenza della sua parola” (1,3). Infatti Dio ha creato il mondo con la sua parola, come ci racconta la Genesi – “Dio disse”, e tutto fu fatto. E il salmista canta estasiato:


“dalla parola del Signore furono fatti i cieli,

dal soffio della sua bocca ogni loro schiera” (Sal 33,6).


Come si vede, “parola” e “soffio” ricorrono, secondo la poetica ebraica, in stretto parallelismo sinonimico. L’uomo biblico non aveva la concezione cosmologica della scienza moderna, ma gli bastava pensare al cielo come ad una mastodontica calotta sotto un manto di stelle, per rendersi conto che solo la fede nella parola immensamente efficace di Dio poteva sostenere un carico così schiacciante.

Torniamo alla coppia “parola-soffio”, in ebraico dabar e ruach, che, al contrario della lingua italiana, sono rispettivamente il primo vocabolo di genere maschile e il secondo di genere femminile! Sappiamo che il mezzo più naturale e primordiale, per trasmettere la parola, è il fiato, il soffio, la voce, perché permette alla parola di passare dalle labbra di una persona alle orecchie di un’altra. Tutti gli altri mezzi di comunicazione – la stampa, la radio la televisione, internet – non fanno che potenziare e amplificare questo mezzo elementare qual è la voce. Anche la scrittura viene in subordine, poiché le lettere dell’alfabeto non sono altro che dei segni grafici indicanti dei suoni.

La parola di Dio segue questa stessa legge di trasmissione, e cioè essa si trasmette attraverso il fiato, l’inafferrabile soffio della voce. Il NT identifica nettamente l’identità personale della parola e del soffio: il Verbo ha il volto e il nome di Cristo Signore; e il soffio è il suo Spirito. Come la mia parola può essere pronunciata solo con il mio fiato, e la tua solo con il tuo, così la parola di Dio può essere veicolata solo per mezzo del soffio di Dio, che è lo Spirito Santo. E come il Verbo è creatore _ poiché “tutto fu fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla è stato fatto di quanto esiste” (Gv 1,3) – è creatore anche lo Spirito, chiamato appunto Spiritus creator. Tommaso d’Aquino dirà che lo Spirito Santo “è il principio stesso della creazione” (Contr. Gent. I,1). La controprova è che


“se provi a sottrarre lo Spirito alla creazione, tutte le cose si mescolano e la loro vita appare senza legge, senza ordine, senza determinazione alcuna” (S. Basilio Magno, Sullo Spirito Santo, XVI,38).

La conseguenza è che Dio non ha scritto solo un libro, la sacra Scrittura, ma due: l’altro grande libro è il creato. Il primo è composto di parole, il secondo è fatto di creature. Non tutti conoscono e possono leggere le sante Scritture, ma tutti possono leggere il grande libro del creato e comprendere, come direbbe Dante, “ciò che per l’universo si squaderna”. Tra i salmi, il 19° comincia con un introito particolarmente maestoso:


“I cieli narrano la gloria di Dio

e l’opera delle sue mani annuncia il firmamento” (Sal 19,1).


Il canto dei cieli, orchestrato sullo spartito teologico dell’universo, è “il kerygma del cosmo intero” (Ravasi), e questo kerygma annuncia una verità solare ed elementare: Dio c’è. E’ la “rivelazione cosmica” che si può scorgere attraverso qualche vestigio di lui, nascosto sotto i veli della creazione: “Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto, nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,20). Questo è il “messaggio” – prosegue il salmo citato – che si dirama da un capo all’altro dell’universo creato:


“Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio

e ai confini del mondo il loro messaggio” (Sal 19,5).

E’ un messaggio che si diffonde “senza linguaggio, senza parole” (ivi, 3); non ha bisogno dell’apparato comunicativo della lingua e dell’udito, ma si rende comprensibile attraverso lo sguardo contemplativo del credente. Scriveva Teilhard de Chardin: “Il grande mistero del cristianesimo non è esattamente l’apparizione, ma la trasparenza di Dio nell’universo. Non soltanto la tua epifania, Gesù, ma la tua diafania”. In questa frase, tratta dal classico Le milieu divin, il grande mistico e scienziato evidenziava la dimensione cristologica della creazione: tutto è stato fatto per Cristo, con Cristo, in Cristo.

“Tutte le cose sono state create

per mezzo di lui e in vista di lui.

egli è prima di tutte le cose

e tutte in lui sussistono” (Col 1,16b-17).


Ma poiché Dio non ha creato le cose per andarsene e rendersi latitante (Non fecit et abiit, scrive Agostino), egli continua a reggere l’universo per mezzo del Figlio che “sta sostenendo tutto con la potenza della sua parola”. Si avverte in questa espressione della Lettera agli Ebrei l’eco del libro della Sapienza, della quale si afferma che “governa a meraviglia l’universo” (8,1).

Nella sua meditazione, in occasione della prima Congregazione generale all’ultimo Sinodo dei vescovi, il 6 ottobre scorso, Benedetto XVI così si è espresso:


“Umanamente parlando, la nostra parola umana è quasi un niente nella realtà. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà. E per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio, in questa realtà apparentemente così debole, il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza”.


2. Il Verbo e lo Spirito nella rivelazione

Anche nella redenzione il Verbo e lo Spirito agiscono come “le due mani del Padre”. L’immagine è di Ireneo ed esprime magnificamente la perfetta armonia e la circolarità dinamica tra la Parola e il Soffio, tra il Verbo incarnato e lo Spirito Paraclito. Infatti nell’incarnazione lo Spirito ci dà la vivente parola di Dio che è Gesù, “concepito per opera di Spirito Santo”; nel mistero pasquale, poi, è la Parola fatta carne che dalla croce effonde lo Spirito sulla Chiesa nascente.

Il circolo virtuoso e vitale tra il Verbo e lo Spirito si coglie anche nella rivelazione: da una parte è lo Spirito che ci dona la parola; infatti “mossi dallo Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio” (2Pt 1,21); dall’altra è la stessa parola ispirata dallo Spirito che diventa ispirante e ci dà lo Spirito. Lo affermava chiaramente la Dei Verbum: le Scritture “ispirate (…) fanno risuonare la voce dello Spirito” (n. 21). Possiamo perciò affermare: come per lo Spirito la Parola si è fatta storia (carne), così per lo Spirito la storia di Cristo si è fatta Parola: le due missioni dello Spirito, la “potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35) sono inseparabilmente unite. La sacra Scrittura si può quindi definire come una “consacrazione della storia della salvezza sotto le specie della parola umana” (N. Edelby). Si dà come una “transustanziazione” della parola umana in Parola di Dio. Paolo dichiara che egli parla in Cristo e che Cristo parla in lui (2Cor 2,17; 13,3). Come la consacrazione eucaristica avviene per l’epiclesi-invocazione allo Spirito Santo, anche l’ispirazione delle Scritture implica una epiclesi: lo Spirito risponde alla invocazione della Chiesa con la sacra Tradizione. “La Tradizione è l’epiclesi della storia della salvezza, cioè la teofania dello Spirito santo senza la quale la storia del mondo è incomprensibile e la sacra Scrittura rimane lettera morta” (Edelby).

Sinteticamente possiamo azzardare la seguente affermazione: lo Spirito senza la Parola è muto; la Parola senza lo Spirito è morta.

Ecco come si è espresso al riguardo il Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio, nella proposizione n. 5, su “Spirito Santo e Parola di Dio”:


“Le sacre Scritture, essendo dono consegnato dallo Spirito Santo alla Chiesa sposa di Cristo, hanno nella Chiesa il loro luogo ermeneutico proprio. Lo stesso Spirito, che è autore delle sacre Scritture, è anche guida della loro retta interpretazione nella formazione della fides Ecclesiae attraverso i tempi. Il Sinodo raccomanda ai pastori di ricordare a tutti i battezzati il ruolo dello Spirito santo nell’ispirazione, nell’interpretazione e nella comprensione delle sacre Scritture (DV 11-12). Di conseguenza tutti noi discepoli siamo invitati ad invocare con frequenza lo Spirito Santo, affinché egli ci conduca alla conoscenza sempre più profonda della Parola di Dio e alla testimonianza della nostra fede”.


Leggere la Bibbia nello Spirito è lo stesso che leggerla nella Chiesa, poiché è la Chiesa l’ambiente vitale in cui si mantiene viva e attiva la Parola di Dio. Nell’immediato periodo post-tridentino, il card. Hosius scriveva:


“Non c’è Vangelo senza Chiesa. Il Vangelo vivente è la Chiesa. Fuori di essa si possono avere le pelli o la carta, l’inchiostro o le lettere, i caratteri nei quali è stato scritto il Vangelo, ma non è possibile avere il Vangelo stesso (…). E’ nella Chiesa che si ha il Vangelo, è in essa che si ha l’autentica comprensione dl Vangelo: o piuttosto è essa stessa il Vangelo scritto non con inchiostro, ma dallo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne del cuore”.


Si legga al riguardo questo pseudo-epigrafo paolino, pubblicato da H.J. Weiss:

«Fratelli, se anche io conoscessi in modo perfetto tutta la Bibbia, così da poterla citare in ogni situazione, ma non avessi l’amore, sono come un bronzo che risuona. Se io sapessi indagare la Bibbia con tutti i metodi della storia delle forme, della storia delle tradizioni, della storia delle redazioni, ma non avessi la fede, io non sono nulla. E se io possedessi tutte le tecniche interpretative e di ogni libro della Bibbia, conoscessi il tessuto culturale, sociale, esistenziale in cui è nato, ma non avessi lo Spirito, niente mi giova. E se io sapessi usare dosi di esistenzialismo o materialismo, di strutturalismo o di politica a seconda dei segni delle stagioni, e in perfetta aderenza alla mentalità dei contemporanei, ma non sapessi fare la lettura della Bibbia nello Spirito santo, io sono un povero disgraziato. La lettera uccide, è lo Spirito che vivifica. La scienza e la lettera svaniranno. La nostra immagine scientifica è imperfetta o comunque inadeguata per comprendere la parola e viverla. L’interpretazione della Bibbia senza lo Spirito del Signore è un ministero di morte. Lo Spirito soltanto provoca l’apocalisse e senza lo Spirito permane un velo sulla Scrittura che impedisce di capirla. La lettura dunque, fratelli, deve essere fatta ascoltando nella fede, interpretandola nello Spirito Santo e tendendo alla carità, all’incontro con il Signore».

3. Come ottenere anche noi la potenza dello Spirito?


La lettura delle sante Scritture, svolta nello Spirito, è finalizzata all’annuncio della Parola di Dio, operato “con potenza”, con la potenza dello Spirito Santo.

Ora ci domandiamo: cosa fare per essere anche noi degli evangelizzatori impregnati dell’unzione dello Spirito Santo? Come essere anche noi rivestiti di “potenza dall’alto”, come in una nuova Pentecoste?

Un mezzo infallibile per ottenere lo Spirito Santo in vista della nuova evangelizzazione è la preghiera. Basta vedere l’esperienza di Gesù e quella della Chiesa primitiva.

L’evangelista Luca ci ricorda che l’evento del battesimo di Gesù – che si potrebbe chiamare la “Pentecoste di Gesù” – comportò l’apertura del cielo e la discesa dello Spirito Santo “mentre Gesù stava in preghiera” (Lc 3,21-22). L’evangelista sembra quasi voler dire che lo squarciarsi del cielo e la venuta dello Spirito Santo al Giordano sul Messia appena battezzato sia stato il risultato della sua preghiera.

Più avanti leggiamo nello stesso vangelo: “Di lui (Gesù) si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie. Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare” (Lc 5,15-16). Quel “ma” è avversativo e sta a dire che Gesù avverte la pressione delle folle come una seducente tentazione ad inseguire l’onda dell’entusiasmo popolare. “Ma” Gesù non è venuto per suscitare audience, e quindi sente il bisogno di pregare per rimanere nell’obbedienza al disegno del Padre. Questo passo viene letto dagli esegeti in collegamento con quello di Marco, dove, dopo aver raccontato la giornata travolgente passata a Cafarnao, ci si dice che Gesù all’indomani si alzò quand’era ancora buio


“e si recò in un luogo solitario e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: <<Tutti ti cercano!>>”. “Egli disse loro: <<Andiamocene altrove…>>” (Mc  1,36-38).


In verità quest’ultima affermazione: “Egli disse loro” nel testo greco è preceduta da un kaì, che andrebbe tradotto con la congiunzione e, ma ha qui un senso correttivo e, secondo il Nolli, va tradotta anch’essa con un ma avversativo. Si può quindi dire che Luca espliciti quanto affermato da Marco: Gesù viene tentato dalle folle, ma è nella preghiera che egli ritrova la luce e la forza dello Spirito Santo per riprendere la strada dell’evangelizzazione itinerante.

L’esperienza della prima comunità cristiana di Gerusalemme si colloca sulla traiettoria della storia vissuta dal Maestro: lo Spirito Santo, a Pentecoste, scende su Maria e gli apostoli, mentre erano “concordi e perseveranti nella preghiera” (At 1,14). Si realizza la solenne promessa del Maestro: “Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,13).

Questa promessa vale anche per noi. Anche con noi Dio Padre si è impegnato – lo ha “giurato” su se stesso, sul suo onore, sul suo amore! – di darci lo Spirito Santo a condizione che glielo chiediamo con fiducia cieca. Se noi non resistiamo a Dio, ma ci arrendiamo completamente a Lui, allora Lui si arrenderà a noi e ci affiderà il dono inestimabile della potenza del suo Spirito, nella certezza che non ne abuseremo per noi e per la nostra gloria, né per asservire mai i fratelli ma per servirli, per fare strada ai poveri senza mai farci strada.

(5 dicembre 2008)