Menu di servizio


Navigazione


Discorso del Vescovo Francesco Lambiasi Assemblea delle caritas parrocchiali

2008nov9

Brano: Prologo del Vangelo di Giovanni.

Di questo brano io prendo solo una riga: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria”.

Ecco, quello che vorremmo fare adesso è proprio un esercizio di contemplazione che significa uscire da noi e guardare con sguardo d’amore.

“Non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Se vi ricordate quello che dice la volpe al piccolo principe.

Dobbiamo vedere con il cuore, questo significa contemplare.

4 domande:

1. che cosa è avvenuto?

2. come è avvenuto quello che è avvenuto?

3. Perché è avvenuto?

4. per cui? Cioè è avvenuto quello che è avvenuto, come è avvenuto e quindi? Per cui? Quali conseguenze?


1) è avvenuto quello che si dice al versetto 14. “e il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi e noi abbiamo contemplato la sua gloria”. Gloria come figlio unigenito che viene dal Pdre, pieno di grazia e di Spirito Santo.

“In principio era questo verbo”. Verbo è inteso in senso teologico, verbo significa la Parola, il senso. In principio era il verbo, quindi in principio non è il caos, in principio non c’era il caso, il destino, in principio c’era la Parola, quale parola? La parola d’amore. Dunque possiamo dire che in principio era l’amore. Se noi ci domandiamo quand’è che Dio ha cominciato ad amare. Quando ha creato il mondo? certo. Quando ha creato il mondo ci ha amato, lo ha fatto per amore, ma Dio non ha cominciato ad amare quando ha creato perché senò prima che cosa era?, non era amore?. Se ha amato quando ci ha creato è segno che era già amore e questa è la prova che Dio, ci ha detto Gesù, lui ce lo ha rivelato, Dio è comunità d’amore, è famiglia, perché in questo Dio c’è un Padre: Dio Padre.

Non dobbiamo mai dimenticare ogni volta che nel Nuovo testamento ricorre la parola Dio, ricorre sempre come Dio Padre. Ma questo Dio non è l’orologiaio dei monti, non è un essere solitario, è un essere  di comunione. C’è un padre, ma se c’è un padre, ci può stare un padre senza un figlio?. Tu sei diventato padre o madre quando hai generato, ma se lui è padre da sempre è segno che da sempre lui ha generato questo figlio.

Il discorso è complesso, ma non è complicato, perché basta che noi ci rifacciamo alla grammatica dell’amore. Amare, non ci si può amare da sé, ma si ama sempre l’altro, ecco in Dio c’è questa alterità, c’è il padre e c’è il figlio. Ma questa alterità non diventa separazione, è comunione d’amore. Allora questo verbo che è figlio dell’amore, questo verbo si è fatto carne. “il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, ecco l’evento. La nostra fede si concentra su questo evento. L’evento significa non il fatto, ma avvenimento carico di grazia, di amore, di salvezza. Cioè questo verbo è come questo sole che risplende da sempre. Ma non è come il sole che attira a sé. Questo verbo non ci ha salvato per attrazione, non ci ha salvato neanche per irradiazione, ma per incarnazione. Significa che è venuto in mezzo a noi. Che non ci ha salvato a distanza. È venuto nel nostro abisso, si è fatto carne. Il verbo e la carne sono le due cose che si oppongono totalmente. Questa distanza infinita è stata colmata, non da noi che siamo andati a lui, ma da lui che è venuto a noi, è venuto in mezzo a noi, si è fatto uno di noi. Questo è quello che è avvenuto. Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi. Ha posto la sua tenda in mezzo a noi. Ricordiamo nell’ Esodo quando Dio ha mandato Mosè e ha detto “scendi, conduci il mio popolo alla terra dei padri, alla terra promessa”. Mosè si è messo a capo del popolo e quando hanno cominciato a piantare le tende c’era la tenda per Dio, il tabernacolo, dove Dio si faceva incontrare, si faceva ascoltare da Mosè e da Aronne. Dio si era attendato con il popolo, ma quando è venuto il suo figlio in mezzo a noi, la tenda di Dio è questa carne del verbo, questa sua umanità. Carne sta a dire, non come in Paolo, carne in Paolo significa peccato. Carne in Giovanni significa fragilità, debolezza, precarietà.


2) Allora passiamo alla seconda domanda: come è avvenuto quello che è avvenuto?.

Non dobbiamo mai dimenticare che Dio facendosi carne, venendo in mezzo a noi come uno di noi, lui da ricco che era si è fatto povero. Pur essendo di natura divina si spogliò, della sua gloria, e ha assunto la nostra umanità. Questo è molto importante perché se noi dicessimo solo due due quattro, uomo…

Vi faccio notare una cosa. Voi sapete che è stata rivista la traduzione della Cei quella della famosa Bibbia di Gerusalemme, del 1971, in questa. Io preparando questa contemplazione sono andata a rivedere la versione precedente, non quella della Cei, dove si diceva “il verbo si è fatto carne”. La bozza di revisione diceva: “il verbo si fece uomo”. Invece qui si dice di nuovo “il verbo si fece carne”. È più precisa questa traduzione perché il verbo si fece uomo andrebbe benissimo anche per dire se il verbo si fosse incarnato per esempio nella figura di un imperatore, uomo, però imperatore. Invece qui il verbo si fece carne, cioè si è fatto povero. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare, da ricco che era si fece povero.

Il dogma di Calcedonia: veramente e perfettamente Dio è vicino a veramente e perfettamente uomo, ma questo dogma andrebbe benissimo anche se il verbo si fosse incarnato nella figura di un grande saggio, di un grande imperatore. La cosa straordinaria è che questo verbo si è fatto carne in tutto e per tutto. È un povero. Ma quella carne è più povera come appunto nella persona di un povero. Il verbo si fece carne, indica l’abbassamento più totale per questo Dio. Più povero di così non si poteva fare e questo Dio non è venuto solo per Natale. Ha cominciato ad avvenire nel Natale, ma il culmine di questa incarnazione è la crocifissione dove il verbo raggiunge il punto più basso della sua discesa in questa vita.

Perché lui che si è fatto carne non è morto circondato dall’affetto dei suoi discepoli, dai suoi cari. Pensate come sono morti Maometto e Budda. Non è morto neanche come è morto Giovanni Battista che è morto con l’alone del martirio. È stata una morte gloriosa quella di Giovanni Battista. La sua una morte ignominiosa, è morto come un malfattore, uno scomunicato. Peggio di così non poteva morire.  Ecco come è avvenuto quello che è avvenuto.

E allora dobbiamo sempre tenere presente che la professione di fede, Gesù è Dio dobbiamo usarla in senso bi-direzionale, cioè anche in senso inverso: Dio è Gesù. Perché questo non è meno straordinario nel dire che Gesù, cioè vero uomo è Dio, ha natura divina.

Dire che Dio è Gesù significa che Dio io lo trovo in Gesù, e che Gesù io lo trovo in Dio.

Solo in lui io trovo la “fotocopia” di Dio. Voglio vedere come è fatto Dio? “chi vede me vede il Padre”.

Per capire bene come è avvenuto quello che è avvenuto ritorniamo al Concilio.

“Egli è l’immagine visibile di Dio, egli è l’uomo perfetto, ed in lui la natura umana è stata assunta senza per questo venire anniettata perciò stesso essa è stata anche in noi innalzata.

Con l’incarnazione il figlio di Dio si è unito in un certo modo a ogni uomo per cui ogni uomo diciamo è a immagine di Dio”.

Verissima questa affermazione. Ma dopo che lui è venuto in mezzo a noi dobbiamo dire meglio; ogni uomo è a immagine del Figlio di Dio; è figlio perché è stato come programmato, è stato come stampato su quel modello, il Figlio di Dio.

Si dice ancora: “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo”. Nascendo da Maria Vergine egli si è fatto veramente uno di noi, del tutto simile a noi, che significa in tutto e per tutto uno di noi. Per cui dobbiamo pensare all’incarnazione non come avvenimento puntuale nel momento in cui lui incomincia a prendere forma e vita umana nel grembo di Maria, momento del Natale, quando viene partorito. Ma tutta la sua vita è una continua incarnazione, continuo abbassamento. Ma perché se bastava la croce lui c’è arrivato a 30-33 anni?, non importa quanti ne poteva avere. Perché ha perso tutto quel tempo a Nazareth, se lo aspettavano da secoli, da millenni? poteva venire in mezzo a noi, uomo bello e fatto. La verità di Calcedonia sarebbe rimasta intatta in tutto e per tutto. No, Lui ha voluto imparare a diventare uomo, perché uomini si nasce, ma si diventa. Questo Figlio di Dio che ha bisogno di imparare a diventare uomo.

Cosa diceva Bonhoeffer, teologo evangelico, ucciso dai nazisti?. Cosa diceva a proposito del Natale: “Dio è impotente e debole nel mondo. Così soltanto rimane con noi e ci aiuta”. Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza che ci sovrasta, ma ci aiuta in virtù della sua sofferenza, in virtù della paternità e solidarietà fondata sul fatto di essere sceso fino al nostro livello umano.

Perché se nella creazione lui ci ha amato con l’amore di benevolenza, perché è una grande benevolenza quando tu fai dei regali, fai dei doni, è bene-volenza, vuoi bene e quindi tu doni. Nel crearci Dio ci ha colmato di doni: la vita, la salute, il mondo e tutto il resto. Ma c’è un amore ancora più forte; è l’amore con-sofferenza, con-passione, è soffrire ‘con’, soffrire ‘per’. Non c’è amore più grande che dare la sua vita per i suoi amici, cioè per le persone che ama.


3) Ma perché è avvenuto quello che è avvenuto. Da una parte noi diciamo nel Credo che Lui è venuto “per noi uomini e per la nostra salvezza”, dunque per salvarci, dunque perché ci ama Ma diciamo anche nel canto di Natale: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama”, cioè Dio ha fatto questo per la sua gloria. Alla domanda lo ha fatto per la sua gloria o per la nostra salvezza?. E questa è una domanda posta male perché quando l’uomo agisce per la sua gloria allora se lo fa in modo onesto fa i suoi interessi, se lo fa in modo perverso, allora noi diciamo è egoista, è disgraziato che sfrutta quello che ha, quello che può prendere perché lui vuole innalzarsi al di sopra degli altri. Ma quando Dio dice la sua gloria, la sua gloria coincide con la nostra vita. La gloria di Dio è l’uomo vivente. Queste cose coincidono. Dio trova la sua gloria nel salvarci. Allora perché Dio si è incarnato? Per salvarci. E così lui dà gloria al Padre e così il Padre trova la sua gloria. Cioè mentre l’uomo quando agisce per la sua gloria agisce per mezzo degli altri, Dio quando agisce per la sua gloria agisce dando a noi. Bisogna ricordare che nella notte di Natale, quando noi dopo la sospensione dell’Avvento ritorniamo a cantare ‘Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra’; vedete, ‘gloria a Dio e pace in terra agli uomini che Dio ama’. ‘Noi ti lodiamo, noi ti glorifichiamo, noi ti rendiamo grazie’. A quale persona?. Abbiamo qualche amico d’infanzia che è diventato un personaggio famoso, bene, bravo. Ma solo a Dio noi diciamo grazie per la sua gloria perché è il nostro bene e la nostra salvezza.


Se è avvenuto quello che è avvenuto, e come è avvenuto, perché è avvenuto, per cui? Quindi? Cosa ne ricaviamo?.


Faccio delle conclusioni in modo aperto, cioè con punti di sospensione perché voi possiate continuare questa contemplazione.


a)    che se il Figlio di Dio si è fatto uomo, se Dio si fece carne, se Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo, allora ogni uomo è un altro Cristo. In ogni uomo c’è Cristo, tanto più se è un bisognoso, se è un povero. Perché, abbiamo detto, se Dio che poteva assumere l’umanità di un grande benefattore, un grande scienziato, di fatto ha assunto l’umanità di Gesù di Nazareth, dunque di un uomo povero che tocca il punto più basso della sua discesa in mezzo a noi, lo abbiamo detto nella morte e nella morte di croce.

b)    Noi non dobbiamo disgiungere Cristo e il povero, perché dobbiamo vedere Cristo in ogni povero e dobbiamo vedere ogni povero alla luce di Cristo. Queste due cose vanno sempre insieme.

c)    Dal Concilio: se è vero, come è vero che Cristo si è fatto uomo e uomo perfetto, cioè uomo umano fino in fondo che umano così poteva essere solo Dio, allora – dice il Concilio -,chiunque segue Cristo, uomo perfetto, si fa anche lui pure più uomo. Per cui, seguace di Cristo, è chi segue Cristo e, nel suo io, è Cristo che si fa pienamente uomo. Francesco d’Assisi, nel farsi povero, segno di Cristo povero, non è uomo finito, ma un uomo in cui l’umanità è pienamente realizzata. In nessun altro santo, l’uomo è in Dio, la piena umanità. La sequela di Cristo come vera attuazione della nostra umanità.

d)    Se allora Lui si è fatto carne e lui è pieno di grazia e di verità, e dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia, allora il primo verbo della vita cristiana non è il verbo ‘fare’, ma il verbo ‘ricevere’.

Concludo con Giovanni della Croce il quale diceva: “Giova più alla Chiesa un solo atto di carità che non tutte le sue opere messe insieme”. Qui Giovanni della Croce fa eco a Paolo. “Noi siamo salvati – dice Paolo – non per le opere, ma per grazia”. Questo non significa allora che non dobbiamo fare le opere. San Paolo dice  che noi siamo stati creati, in vista delle opere dell’amore. Vuol dire che le opere sono il frutto dell’amore. Allora chiunque compie un vero atto di carità non lo può compiere senza concretizzarlo nelle opere. Ritorniamo a quello che dicevamo l’altra volta, le cinque dita di Madre Teresa: “Lo – avete – fatto –  a – me”. Il povero è Vicario di Cristo, non perché tutto quello che fa il povero è fatto da Cristo, ma perché tutto quello che è fatto al povero, è fatto a Cristo. La conclusione finale la prendiamo dalla preghiera di don Renzo, “Non piangere Gesù” perché mi pare che ci aiuti a fissare in modo molto semplice, ma suggestivo tutto il frutto di questa contemplazione.



NON PIANGERE GESÚ



Non piangere, Gesù, se sei lontano da casa,

mio marito e i miei figli non li accarezzo più da due anni.

Non piangere, Gesù, se hai freddo,

il mio cuore è una lastra di ghiaccio.

Non piangere, Gesù, se c’è paglia attorno a te,

mia mamma è anziana e ha finito la legna.

Non piangere, Gesù, se nessuno ti ha voluto,

quante umiliazioni ho subito per trovare lavoro.

Non piangere, Gesù, se hai trovato posto in una stalla,

anch’io ho dormito sei mesi in un umido scantinato.

Non piangere, Gesù, se le guardie di Erode ti cercano,

anch’io ho paura della polizia e non esco di casa.

Non pianegere, Gesù, se devi uscire nel buio della notte,

anche noi viaggiamo nell’oscuro doppiofondo dei camion.

Non piangere, Gesù, se ti sporca la polvere del deserto,

io ho passato quattro frontiere nel fango dei campi di granoturco.

Non piangere, Gesù, se ti bagna l’acqua del cielo,

nei gommoni noi siamo fradici di acqua di mare.

Non piangere,Gesù, se devi rimanere in Egitto,

chissà per quanto tempo ancora noi non potremo tornare in patria.

Non piangere, Gesù,

già io lo faccio per te.

E se piangi, Gesù, non temere,

anche tu troverai una mano amica che asciugherà le tue lacrime.

Don Renzo

(9 novembre 2008)