Omelia per la Festa di Cristo Re in occasione del conferimento dei ministeri

Il Re che rinunciò a salvare se stesso Per salvare tutti noi

Scandalo e stoltezza. Due parole orribili e inequivocabilmente terribili, che servono a Paolo di Tarso per qualificare l’inqualificabile evento del Messia crocifisso, visto rispettivamente da giudei e pagani. In effetti, chi è il re? L’uomo dell’oro, dello scettro, del trono? L’uomo dell’avere, del potere, dell’apparire? Colui che ha forzieri colmi, che può imporre e disporre di tutto e di tutti, che appare sempre il primo: il più potente, il più importante, un dispotico ‘pre-potente’?

L’ambiguo cartiglio posto sulla croce ribalta ogni idea, rovescia ogni opinione, capovolge ogni giudizio sul regno e sul re. In ebraico, in greco e in latino recita: “Il re dei giudei (è) costui”. E’ il motivo della condanna di Gesù il Galileo e vorrebbe significare, nella mente dei capi, la fine della sua insensata pretesa. Invece è l’affermazione inconsapevole, ma incontrovertibile che proprio lì, sulla croce, nel luogo del dolore più brutale e della più bruciante sconfitta, nel vortice di insulti spietati e di amari abbandoni, s’illumina tutta la storia di questo Re e risplende la sua gloria, la gloria del più grande amore. Nel suo non avere più niente, attrae tutto e tutti a sé. Nel suo essere del tutto impotente, può fare di tutti noi quello che nessun re può fare dei suoi sudditi: un popolo di re. Nel suo apparire fallito e sconfitto, trionfa sull’ultimo nemico, la morte, di fronte alla quale anche il re più titolato e ‘onni-potente’ deve arrendersi, rassegnato o ribelle, ma comunque disarmato e ‘onni-impotente’.

1. Rispetto a Matteo e Marco, l’evangelista Luca sembra più interessato a mettere in evidenza il motivo di questa regalità strana e stramba, paradossale, misteriosa. Quando riporta l’ingresso messianico a Gerusalemme, solo il terzo evangelista attribuisce esplicitamente a colui che viene il titolo di re: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore!” (19,38). Nell’interrogatorio di fronte al sinedrio, Gesù afferma: “Da adesso in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio” (22,69): una chiara allusione al salmo 110,1, molto citato nel NT per indicare l’investitura regale del Messia. La regalità riaffiora nel processo di fronte a Pilato e nell’incontro con Erode. Luca afferma chiaramente che Gesù fu accusato di essere re: “Sovvertiva la nostra nazione, proibiva di pagare i tributi a Cesare e diceva di essere il Messia re” (23,2). Inoltre Luca è l’unico a ricordare che il re Erode, per coprire di ridicolo la regalità di quell’eccentrico Galileo, “gli fece mettere addosso una veste candida” (23,11), “un vestito di gala come usavano portare i principi il giorno della loro investitura” (Lagrange).

Sulla croce la regalità di Cristo riceve l’ultima smentita e insieme l’affermazione più solare e solenne. Nel deserto Gesù aveva dovuto subire per tre volte l’assalto di Satana, il quale, dopo averlo tentato invano di seguire la strada di un messianismo di auto-salvezza, “si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato” (4,13). Ora, sul Calvario, scade il tempo fissato. Per ben tre volte viene rivolta al re-crocifisso la sfida condita di scherni e di insulti: “Salva te stesso!”. Gli viene rivolta dai capi del popolo, detentori del potere religioso, i quali letteralmente “storcono il naso” (23,35) di fronte alla sua folle ambizione: un crocifisso per loro è religiosamente un maledetto. Stessa denigrazione gli viene rivolta dai soldati, rappresentanti del potere politico, i quali testualmente lo “canzonano” (23,36), ma Gesù è politicamente un perdente, un povero re da strapazzo. Infine l’accusa infamante gli viene rinfacciata da uno dei due malfattori crocifissi, rappresentanti dell’opinione pubblica: Luca scrive letteralmente che quel delinquente “lo bestemmiava” (23,39).

A questo punto la scena si rovescia: i capi, i soldati, un malfattore hanno chiesto a Gesù una dimostrazione di forza: se Gesù accetta e scende dalla croce, si dimostrerà un eroe, un uomo “forte”, un vero “re” davanti agli uomini. Invece un pover’uomo gli chiede una dimostrazione di bontà: “Ricordati di me!”. Il primo malfattore ragiona così: lui credeva di essere migliore di noi, ma finisce peggio di noi, dunque è uno come noi. L’altro invece pensa: sembra uno come noi, ma è migliore di noi perché rinuncia a salvare se stesso, dunque può salvare anche noi. “Gesù, ricordati di me”: è la prima volta nel terzo vangelo che Gesù viene chiamato per nome, senza ulteriore specificazione: il brigante ha scoperto l’alleato. Il criminale ha intercettato l’amico. Il peccatore ha trovato il salvatore! “Ricordati di me”, sussurra, accorata, la paura. “Oggi sarai con me”, mormora, misericordiosa e altrettanto accorata, la tenerezza.

2. Un crocifisso è il nostro re. Tutti noi vogliamo un messia che salvi se stesso, perché in fondo in fondo ognuno di noi, da buon Narciso, vuole salvare se stesso. Ma proprio perché non può salvare se stesso – poiché per amore vi ha rinunciato – Gesù può salvare anche noi. Questo Crocifisso che non ha voluto schiodarsi dalla croce, è il nostro vero re, il nostro unico, fortissimo e dolcissimo Signore.

Oggi, in questa santa liturgia, voi, care Sorelle e cari Fratelli, venite istituiti ministri per il lettorato, l’accolitato e il ministero straordinario della comunione eucaristica. Permettetemi qui una breve digressione etimologica. La parola ‘ministro’ viene dal latino minister, che ha alla radice le parole ‘minus-minor’ che significano minore, e indica chi si presta a un servizio considerato minore – per lo più un lavoro manuale – in contrapposizione al magister, che ha alla radice le parole magismaior e indica chi si dedica a un lavoro considerato maggiore, in quanto lavoro intellettuale. Bene, nella vostra carta di identità voi siete servi, ministri appunto, dedicati a un servizio ecclesiale. Ricordando però, secondo la suggestiva e provocante immagine di papa Francesco, che la Chiesa è strutturata come una “piramide rovesciata”, in quanto i capi, le guide e i pastori sono anch’essi ministri, collocati non al vertice, ma alla base e al di sotto di tutti.

Ecco allora le condizioni imprescindibili per un esercizio sano e sereno dei ministeri nella Chiesa. La prima è l’autenticità: sarebbe a dire, credere a quanto si dice e in qualche misura viverlo. Senza uno sforzo sincero e credibile di autenticità, come ci potranno credere che siamo discepoli di colui che è venuto per servire e non per farsi servire? Non ci basterà pertanto essere sinceri, ovvero dire quello che si pensa, ma bisogna essere autentici, ossia, vivere in sintonia con la nostra vocazione. Una seconda condizione è la gratuità. Quella di chi “serve”, ma non si serve dei destinatari del servizio, per strappare il loro applauso, o per qualche interesse personale. Neppure per un grazie! Una ultima condizione: l’umiltà. E’ l’atteggiamento di fondo di chi ha ricevuto il ministero come un dono per fare un po’ di bene agli altri. Siamo semplici servi, soltanto servi.

Auguri, dunque, di buon servizio! Un servizio autentico, umile, gratuito.

Rimini, Basilica Cattedrale, 20 novembre 2022

+ Francesco Lambiasi

20/11/2022