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Epifania: la luce del Natale

2011gen7

I lontani si avvicinano. E i vicini?
Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Messa dei Popoli
Cattedrale di Rimini, Solennità dell’Epifania 2011

I vicini si allontanano, i lontani si avvicinano. I vicini si allontanano dalla luce e piombano nel buio; i lontani si avvicinano e vedono Cristo, luce del mondo. A pensarci bene, anche il Natale è la manifestazione della luce di Cristo, ma il ‘peso specifico’ dell’Epifania nel calendario liturgico è il messaggio che si lascia distillare dal racconto evangelico di Matteo: Erode, i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, geograficamente vicini alla grotta di Betlemme, hanno rifiutato la luce portata dal Bambino. Invece i magi, dei pagani venuti da lontano, si sono fatti guidare dalla luce della stella, e hanno adorato il re dei Giudei. E’ la ‘legge del contrasto’ che inizia a segnare tutta la vicenda di Gesù di Nazaret. E’ la legge dell’incrocio, la legge della croce.

1. Vicini e lontani

Spesso usiamo questi termini come dei territori recintati e distanti: i vicini sono quelli di casa, gli amici di gruppo, di partito, della squadra del cuore, quelli della nostra razza, nazione, cultura o religione. I lontani sono gli altri, i diversi: gli stranieri, i nomadi, i disabili, gli omosessuali, gli ex-detenuti. La dolorosa litania potrebbe continuare. Ebbene, la parola di Dio fa piazza pulita di queste caselle immobili, le rivoluziona – benedetta rivoluzione! – e le mette in movimento. Fiuto nell’aria che, mentre vi sto comunicando questi pensieri, alla mente di molti di voi si riaffacci la parabola del buon samaritano. Ricordiamo?

Per un giudeo dire samaritano era dire ‘nemico': straniero, ripugnante, culturalmente e spiritualmente ‘lontano’. Chiamarlo ‘prossimo’ sarebbe stata perciò una presa in giro bella e buona. Ma è proprio qunto fa quel Rabbi intrigante qual è Gesù di Nazaret. A un maestro della Legge, che gli domanda: “chi è il mio prossimo?”, chi è quel prossimo che la Legge comanda di amare, Gesù rovescia semplicemente tutta la prospettiva. Prossimo non è quello che ti è vicino, ma quello a cui tu ti fai vicino, a cui tu ti fai appunto ‘prossimo’. La patente di prossimo Gesù non la dà ai frequentatori del tempio: chi più frequentatori del tempio del sacerdote e del levita, che vedono il malcapitato ferito e bisognoso di soccorso, ma tirano dritto, passano oltre, non si approssimano e rimangono lontani? I veri vicini, secondo Martin Luther King, non sono quelli che pensano: “Che ne sarà di me se mi fermo?”, ma coloro che pensano: “Che ne sarà di lui se non mi fermo?”. E si avvicinano. Perciò il problema non è mai quello di avere un prossimo da amare, selezionandolo accuratamente. Il problema è quello di essere prossimo a chi ha bisogno di essere amato.

Un anonimo profeta del quinto secolo a.C., discepolo di Isaia, lo stesso autore del testo che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ci ha lasciato un brano in cui annuncia che sta per iniziare una tappa nuova nella storia. Dove sta la novità? Sta nella promessa di una felicità che toccherà ad ogni uomo, nessuno escluso, ogni uomo! Ora anche le categorie escluse vengono incluse. Per il profeta di quei tempi gli esclusi erano gli stranieri. Ecco la novità: l’esclusione è il mondo vecchio e decrepito, la novità è l’inclusione:

<<Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo, mi escluderà il    Signore dal suo popolo!” (…) Poiché così dice il Signore: “Gli stranieri (…) li      condurrò sul mio santo monte e li colmerò di gioia nella mia casa”>> (Is 56,3-7).

E s. Paolo, nella lettera indirizzata ai cristiani di Efeso, poche righe dopo il brano che abbiamo appena ascoltato nella seconda lettura, scrive:

“Un tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ora invece, in Cristo      Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini grazie al sangue di          Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due (popoli) ha fatto una cosa sola,     abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della         sua croce” (Ef 2,12-14).

2. Quando si fa giorno

Ecco la luce portata da Gesù a Natale: raccontandoci di un Dio che è Padre, padre di tutti, ci ha reso tutti fratelli e sorelle. Ecco il virus di cui Gesù è portatore sano: è il virus dell’universalità, incubato in lui dallo Spirito Santo. Ecco cosa hanno fatto i magi: si sono fatti contagiare dal virus di Gesù e si sono ammalati di universalità. Ecco dove si trovano i veri figli di Abramo, i veri discepoli di Gesù: non tra coloro che si chiudono nella loro privacy, che alzano barriere e inventano distanze, ma tra coloro che sognano un mondo nuovo, che sono instancabili nell’abbattere muri e costruire ponti, che accendono germogli di vita, la colorano di prossimità e la profumano di vicinanze.

Se noi, fratelli e sorelle, ci lasciamo aprire gli occhi dalla luce della stella di Gesù, allora non vediamo più gli altri come distanti ed estranei, come diversi e avversari, come nemici, concorrenti e antagonisti. Se ci esercitiamo ogni giorno a guardare gli altri – ogni altro! – come un prossimo da amare, come un vicino da accogliere, come un altro mio fratello o un’altra mia sorella, allora si squarcia il buio sulla terra e inizia a brillare la luce di un tempo nuovo.

Quand’è allora che si fa veramente giorno nella nostra vita? Quand’è che vediamo veramente la luce? Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi discepoli da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno: “Forse quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora”. “No”, disse il rabbino. “Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi”. “No”, disse ancora il rabbino. “Ma quando allora?” domandarono i discepoli. Il rabbino rispose: “Quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. A quel punto preciso comincia il giorno dentro di te. Altrimenti è ancora notte nel tuo cuore”. Finisca la notte e incominci il giorno.

3. L’altra via

Qual è allora l’altra via che la Chiesa deve seguire, come hanno fatto i Magi, dopo aver incontrato Gesù ed essersi lasciati illuminare da lui?

E’ la via di una Chiesa che non pretende di essere lei stessa luce, e che nei periodi più bui sa ritornare alla fonte del suo splendore, Cristo, il Sole che sorge dall’alto, la luce che rischiara i passi di ogni uomo che viene nel mondo. Una Chiesa che dopo la sconfitta, dopo il pianto e il lutto, sa riprendere il cammino più umile e più fiduciosa, più illuminante perché più illuminata.

E’ la via di una Chiesa che illumina le coscienze ma non le invade, che annuncia il vangelo ma non lo impone. Una Chiesa che non fa sentire un verme nessuno, ma ha la passione di portare alla luce la vena d’oro nascosta in ogni cuore senza distinzione.

E’ la via di una Chiesa che non è fatta da cristiani che pensano di essere fedeli al Signore senza portare la luce della sua stella a chi non la conosce. Una Chiesa che non si piange addosso perché i ragazzi, i giovani, non vengono più da noi e poi non fa niente per offrire loro i motivi per venire.

E’ la via di una Chiesa che riconosce – sulla scorta del recente Dossier 2010 della Caritas-Migrantes - che gli immigrati versano nella casse pubbliche più di quanto ricevono come fruitori di prestazioni e servizi sociali. Una Chiesa che rifiuta, sulla base di quei dati, l’equiparazione automatica tra immigrazione e criminalità. Una Chiesa che si rifiuta di identificare a priori gli immigrati come persone che vivono nell’illegalità e dell’illegalità, mentre diventano ogni giorno di più indispensabili per il funzionamento del Paese, che non saprebbe come andare avanti se il numero degli immigrati cominciasse a diminuire.

Fratelli e sorelle, non possiamo qui dimenticare che noi cristiani dobbiamo “operare il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede” (Gal 6,10). Con voi immigrati cattolici condividiamo lo stesso battesimo; con voi condividiamo la stessa eucaristia, l’appartenenza alla stessa Chiesa di papa Benedetto. Con voi in particolare vogliamo condividere stasera la stessa preghiera: per i nostri fratelli perseguitati in tante parti del mondo, come ci sta raccomandando il Papa con toni accorati in questi giorni di lutto per la feroce, ingiusta violenza contro i cristiani. E preghiamo insieme perché quanto prima il Signore voglia darci la gioia di poter accogliere nel nostro seminario qualche giovane figlio delle vostre famiglie.

Che Gesù, luce del mondo, faccia brillare il suo volto su tutta la nostra Chiesa riminese e ci doni pace!

+ Francesco Lambiasi

(7 gennaio 2011)