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Dalla gratitudine alla gratuità

2008feb2

La dimensione oblativa della vita consacrata

Ricordiamo: l’attacco della Regola del padre del monachesimo occidentale, s. Benedetto abate, ha un passaggio vertiginoso: “Il Signore cerca nella moltitudine del popolo il suo discepolo e dice: C’è qualcuno che desidera la vita e brama di trascorrere giorni felici? (cfr Sal 33,13). Se tu, all’udire queste parole rispondi: Io, io lo voglio! allora – dice il Signore – prima che tu mi invochi, io dirò: Eccomi” (Prol, 14-16).

Sorelle e fratelli, il Signore ci interpella uno ad uno: c’è qualcuno che desidera la vita? Come non rispondere “io” ad un invito così forte e seducente? Lo sappiamo: l’irresistibile desiderio della vita e della felicità ci costituisce nel nostro DNA di umani. L’anelito insopprimibile ad una vita felice è la firma di Dio apposta alla carne e al cuore del nostro essere, fin dal primo istante del concepimento. Siamo impastati di cielo; siamo fatti di “desiderio”, una parola che ha la radice nelle “stelle” (lat. sidera).

Beate voi sorelle, beati voi fratelli, che all’invito pressante e struggente del Signore avete già risposto:  “Io, io lo voglio”. Beati e beate voi che non avete soffocato il desiderio di una vita piena e felice – pienamente felice – ma avete intrapreso l’unica via sicura e la più veloce per la sua completa realizzazione: la via dell’amore, il sentiero ripido e sfiancante, ma l’unico veramente beatificante, dell’oblatività, dell’offerta totale e generosa di sé per amore dell’unico Amore.


1. Veniamo alla festa di oggi. Diffusasi in Occidente nel corso del secolo VIII in relazione all’uso giudaico prescritto dopo il parto, cominciò a denominarsi in terra franca Purificazione di Maria. Con la riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II, la celebrazione ha recuperato il titolo più antico di Presentazione del Signore. La festa si colloca idealmente alla fine delle celebrazioni natalizie e prelude a quelle pasquali. Infatti nella presentazione al tempio Gesù viene offerto ed insieme si offre come vittima sacrificale al Padre, offerta che si consumerà poi nel sacrificio della Croce. Come ricorda la prima lettura della Messa (Eb 2,14-18), Cristo è veramente sacerdote nell’offrire se stesso per i peccati del mondo: “sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo”.

Dopo il Vaticano II la nostra festa, pur recuperando il suo primario significato cristologico, non ha perso affatto l’antica connotazione mariana. In questo mistero infatti Maria ha un ruolo tutt’altro che marginale: la Madre offre al Padre il Figlio suo e, “figlia del suo Figlio”, viene da lui offerta al Padre, secondo la nuova economia della croce redentrice. Nella presentazione al tempio, l’anziano Simeone profetizza a Maria: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima”. L’espressione “e anche a te” unisce strettamente il destino di Maria a quello del Figlio. In una antica omelia Abramo di Efeso (sec. VI) commentava: la profezia sulla trafittura dell’anima della madre “preannuncia le cose che accaddero a Maria presso la croce. Infatti la sua anima fu allora divisa in due come una spada”.

E in una suggestiva riflessione sull’evento Paolo VI nella Marialis cultus (1974, n. 20) annotava: “La Chiesa stessa ha intuito nel cuore della Vergine, che porta il Figlio a Gerusalemme per presentarlo al Signore, una volontà oblativa, che superava il senso ordinario del rito. Maria, la Vergine orante all’annunciazione, è qui la Vergine offerente”. Di tale intuizione abbiamo testimonianza  nell’affettuosa invocazione  di s. Bernardo: “Offri il tuo Figlio, o Vergine santa, e presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno. Offri per la riconciliazione di noi tutti la vittima santa, a Dio gradita” (PL 183, 370).


2. In questo episodio, voi sorelle e fratelli, trovate rispecchiata la storia della vostra vocazione e di quel momento supremo della vostra vita qual è stata la consacrazione religiosa. Maria, “la Vergine offerente”, è l’ideale più sublime, l’esempio più attraente, il modello più alto e affascinante di perfetta consacrazione, nella piena appartenenza e totale dedizione al Signore (cfr. VC 28).

Ora, per cogliere l’intima dimensione oblativa della celebrazione odierna, dobbiamo farci guidare dalla struttura stessa della liturgia eucaristica. Notiamo bene: quando nella Messa giunge il momento della presentazione dei doni o “offertorio”, la prima cosa che noi facciamo non è tanto quella di “offrire”, ma di “presentare” i doni. Sia sul pane che sul vino infatti con le parole del celebrante noi non diciamo: “li offriamo a te”, ma: “li presentiamo a te”. E prima ancora  riconosciamo che i doni da noi presentati non sono nostra proprietà, ma li abbiamo avuti appunto in dono: “dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane… questo vino…”. Prima di pensare di essere noi a dare qualcosa a Dio, riconosciamo che Dio ha dato tutto a noi: “Ecco quel che abbiamo, nulla ci appartiene ormai…”, dicono le parole di un canto molto conosciuto. Questo è un aspetto molto importante. Non possiamo illuderci di essere noi i primi nell’amare. Dice Giovanni: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” e “ci ha amati per primo” (1 Gv 4,10.19). Noi non gli potremmo offrire nulla se non avessimo ricevuto tutto da lui. Dal Signore abbiamo avuto in dono questo pane e questo vino; da lui abbiamo ricevuto le mani per presentargli i doni, abbiamo ricevuto il cuore che ci spinge a ridonarglieli. Ecco il primo passo del pellegrinaggio della fede, la gratitudine: sentirci amati; riconoscere che siamo stati scelti, benedetti, chiamati; renderci conto con cuore grato e ammirato di essere stati amati prima di ogni nostro merito, senza poter esibire alcuna carta di credito. Per questo gli diciamo: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, questo vino, frutti della terra e del lavoro dell’uomo”. Per questo nella colletta poco fa abbiamo pregato di essere “anche noi presentati al Signore”.

Al termine degli Esercizi spirituali s. Ignazio di Loyola ci fa chiedere nella “contemplazione per arrivare ad amare” “una conoscenza intima di tanto bene ricevuto, perché, riconoscendolo interamente, io possa in tutto amare e servire la sua divina maestà” (n. 233). Ecco il cammino che conduce alla preghiera di offerta radicale e di totale, incondizionata autoconsegna di tutta la nostra vita, espressa nella splendida preghiera ignaziana: “Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria e il mio intelletto e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo. Tu me lo hai dato: a te, Signore, lo rendo. Tutto è tuo; tutto disponi  secondo ogni tuo volere. Dammi il tuo amore e la tua grazia, perché questa mi basta” (n. 234).

3. Inoltre, ritornando alla struttura della liturgia eucaristica, si deve notare che solo dopo l’offertorio si arriva alla consacrazione del pane e del vino, una consacrazione che non è e non può essere affatto opera nostra, ma è e non può che essere azione autenticamente e integralmente divina. Noi possiamo tutt’al più presentare il pane e il vino perché siano trasformati nel corpo e nel sangue di Cristo, ma non possiamo da noi stessi consacrare o sacri-ficare – cioè rendere sacra – cosa o persona alcuna, e meno che meno noi stessi.

Lo stesso avviene nella consacrazione religiosa: nessuno di noi è stato capace di consacrare da sé solo la propria vita, di trasformarla radicalmente perché divenisse casa abitabile da Dio. Il massimo che siamo riusciti a combinare è stato presentare al Signore i nostri pensieri, le nostre intenzioni, i sentimenti più riposti del cuore, i nostri sforzi più appassionati, insomma tutta la nostra vita perché venisse e venga ogni giorno di più “consacrata” ossia trasformata per essere “benedetta”.

In fondo valgono per ogni consacrazione religiosa i verbi della consacrazione eucaristica: prese il pane, benedisse, lo spezzò, lo diede. Anche voi vi siete lasciati prendere e afferrare come s. Paolo dal Signore, e siete stati da lui benedetti; vi siete lasciati e vi lasciate continuamente spezzare per essere dati in dono d’amore a tutti coloro a cui siete mandati in missione. Questa consacrazione è più opera dell’amore di Dio che opera della nostra generosità. Come ci ha ricordato papa Benedetto nel discorso ai Superiori e alle Superiori Generali del 22 maggio 2006,


“appartenere al Signore vuol dire essere bruciati dal suo amore incandescente, essere trasformati dallo splendore della sua bellezza: la nostra piccolezza è offerta a Lui quale sacrificio di soave odore… Essere di Cristo significa mantenere sempre ardente nel cuore una viva fiamma d’amore”.

E, come nella Messa, questa consacrazione-trasformazione è finalizzata alla comunione: “perché diventi per noi cibo di vita eterna… bevanda di salvezza”. I doni che presentiamo a Dio, non li offriamo perché lui se li riprenda, quasi che ne avesse bisogno, e neanche perché vengano da lui distrutti. Infatti, come ci ricorda papa Benedetto, “Dio non toglie nulla e dà tutto”. Al contrario,  presentiamo i doni perché vengano trasformati dal suo amore e per potere così fare comunione d’amore con lui. Ecco dunque il cammino della vita consacrata: ricevere per dare. E’ il percorso dell’amore: dalla gratitudine alla gratuità. Un percorso che la beata Madre Teresa di Calcutta ha descritto così, in una lettera del 25 gennaio 1947 per rispondere alle riserve espresse dal Vescovo sull’opera che intendeva intraprendere:

“Non vedo cosa il mio ‘io’ potrebbe ricavarne; so invece che tutti parleranno contro di me. No, Eccellenza, mi perdoni se glielo dico: nell’opera ci sarà un abbandono completo di tutto ciò che ho e sono, non rimarrà assolutamente nulla. Ora sono Sua, soltanto Sua. Gli ho dato tutto. E’ da qualche tempo, ormai, che non cerco più me stessa. So che lei ama la verità: ebbene, questa è la verità. Se dicessi il contrario, mentirei. Dio ha fatto ogni cosa. Lui ha semplicemente preso tutto. Ora io sono Sua”.


4. Prima di concludere, lasciatemi dire tutta la gratitudine del Vescovo e dell’intera comunità diocesana perché voi ci siete e per quello che voi siete. Certo, vi dico grazie anche per quello che fate, perché fate tantissimo, e tanto bene. Ma prima del vostro “servire”, viene il vostro “essere”, l’essere-segno dell’assoluto del regno di Dio, l’essere segno del suo primato al di là e al di sopra di tutte le urgenze, segno del suo “debole” per i figli più deboli. Nella vita consacrata infatti, l’essere–segno precede il servizio che si attua nelle tante opere a favore dei poveri.

Vi auguro, carissimi, di rimanere fedeli alla vostra vocazione. E permettetemi di pregarvi con tutto il cuore: siate quello che siete. Siete – e perciò siate – segno trasparente dell’amore di Dio per i tanti bisogni dei suoi figli, soprattutto dei più poveri, a cominciare dal bisogno fondamentale qual è quello di incontrare Cristo, l’unico Salvatore di tutti.

Possiamo terminare questa riflessione condividendo una preghiera sopra le offerte, che esprime con parole ispirate la dimensione oblativa della presentazione di Gesù al tempio e si attaglia benissimo alla ri-presentazione a Dio Padre della vostra vita, in una offerta che voi state per rinnovare stasera con lo stesso amore – ne sono sicuro – come il giorno della prima professione.

“Accogli, Signore, i nostri doni, in questo misterioso incontro tra la nostra povertà e la tua grandezza. Noi ora ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio te stesso. Per Cristo nostro Signore, con Maria, la Vergine offerente, sua e nostra Madre. Amen”.

2 febbraio 2008

(2 febbraio 2008)