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Come il chicco di grano

2012mar26

Omelia tenuta dal Vescovo nella s. Messa per il conferimento dei ministeri istituiti. Rimini, Basilica Cattedrale, 25 marzo 2012

Uno sgorgo di luce che spiove dall’alto sul fondo senza fondo dell’anima di Gesù, alla vigilia della sua passione: questo ci fa intuire quella parola del Signore riportata nel vangelo appena proclamato: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”. In questo versetto l’evangelista Giovanni condensa il racconto del turbamento di Gesù al Getsemani, di cui ci parlano più diffusamente i tre sinottici. Ma chi noi non è rimasto colpito al cuore dal ritratto sconvolgente che di Gesù ci ha scolpito con violente pennellate il brano della seconda lettura, tratto dalla Lettera agli Ebrei? Permettetemi di rileggerlo con voi:

“Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con     forti grida    e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui,    venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza e, reso perfetto, divenne        causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Ebr 5,7-9).

 

1. Ora vogliamo spremere il succo del messaggio di questo brano, riprendendolo parola per parola.

Offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime. Suppliche, grida e lacrime esprimono una implorazione sensibilissima, che coinvolge Gesù nelle pieghe del cuore e nei tratti del volto, dai pensieri alle parole, dagli affetti ai gesti, dagli atteggiamenti al comportamento. La reazione di Gesù di fronte alla strada della croce che gli si profila davanti è intensa e umanissima. La preghiera che gli sgorga dal cuore esprime un’angoscia incontenibile: il Figlio si pone di fronte al Padre senza trucchi e senza falsi pudori, fino al punto di piangere, anzi di singhiozzare e di urlare dal dolore.

Il drammatico turbamento di Gesù ci conforta. Ci dice che non siamo soli e smarriti davanti a ciò che ci rende soli e smarriti: la morte, la violenza, il tradimento, l’abbandono. Ci consola questo Gesù che va incontro alla morte tremando e gridando, e non con il cuore impavido e imperturbabile di Socrate, di cui Platone – testimone oculare – ci racconta l’esecuzione capitale con toni da brivido. Il maestro “prese la coppa del veleno con vera letizia; e non ebbe un tremito né mutò colore e non torse una linea del volto. Tutto d’un tratto, senza dar segno di disgusto, piacevolmente vuotò la coppa (della cicuta) sino in fondo”. Il ritratto di Socrate è di una commovente sublimità: ci si mostra come l’eroe greco che sigla con una stupefacente ironia una vita compiuta, una missione riuscita. Gesù invece conclude miseramente sulla croce una vita spezzata, una missione orribilmente fallita.

Meditando sulla passione del Signore, il papa san Leone Magno si domandava:

“Chi non lo riterrebbe della nostra condizione umana sapendo che nella sua vita c’era posto per l’uso del cibo, per il riposo, per il sonno, le ansie, la tristezza, la compassione e le lacrime” (PL 54,367).

 

2. Al Getsemani la vicenda di Gesù ha ormai imboccato il vicolo cieco della croce. Non gli resta che rivolgersi a Dio che potrebbe salvarlo da morte. Riconoscendo l’onnipotenza del Padre, Gesù si mostra convinto che la sua morte – quella morte! – non è oscura, ineluttabile fatalità, ma è e rimane pur sempre nelle mani di Dio: il Padre potrebbe liberare il Figlio dalla morte! Per questo Gesù prega: altrimenti perché pregare? Di fronte ad una necessità incombente e inesorabile, infatti, c’è posto per la rassegnazione o per la ribellione, non per la preghiera. Gesù invece “offre preghiere e suppliche“. Le preghiere appartengono al genere della preghiera di domanda che nasce dal bisogno di salvezza, la più umile delle preghiere. Suppliche è parola che, in origine, indicava i ramoscelli di ulivo o di palma che i supplicanti agitavano nelle processioni penitenziali. E’ la preghiera di invocazione ardente, implorante, che nasce da una esperienza di estrema prostrazione.

Gesù è certo che la croce non è per il Padre una necessità fatale, ma una scelta libera e sapiente, e rientra in un disegno d’amore; di qui l’umile, accorata preghiera perché quella scelta venga cambiata. Ma Gesù sa pure che se il Padre non la cambia è perché la croce ha un senso: vuol dire amore e può dare salvezza, altrimenti perché il Padre l’avrebbe scelta? Così si apre per Gesù lo spazio della domanda e, insieme, della disponibilità docile e obbediente.

Ma quale effetto sortisce la preghiera di Gesù? Risponde il nostro brano: venne esaudito per il suo pieno abbandono. Ma come “esaudito”, se di fatto morì? Ci sono tre modi possibili per essere salvati dalla morte. Il primo consiste nel suo rinvio, di qualche anno più avanti. Il re Ezechia colpito da una malattia mortale supplicò Dio e ottenne quindici anni supplementari di vita (2Re 20,6). Una guarigione straordinaria, ma la morte arrivò per il re esattamente quindici anni dopo. La seconda soluzione è quella di morire e poi essere riportati alla vita terrena, come avvenne per Lazzaro: una soluzione miracolosa, ma anch’essa provvisoria. La terza soluzione consiste nel morire in modo tale da ottenere per mezzo della morte la vittoria definitiva e completa sulla morte stessa. E’ quanto Gesù stesso esprime con la toccante immagine del chicco di grano. Questa è la soluzione perfetta e definitiva, ed è stata quella che il Padre ha riservato al Figlio, risuscitandolo all’alba di Pasqua.

 

3. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per coloro che gli obbediscono. L’affermazione che Gesù imparò l’obbedienza è davvero sorprendente, ma questo non implica affatto che prima della passione fosse stato disobbediente. L’autore stesso della Lettera agli Ebrei sottolinea che, entrando nel mondo, quindi fin dal primo momento della sua esistenza terrena, Cristo si offre al Padre in atteggiamento di piena e docile obbedienza: “Ecco io sono venuto, o Dio, per fare la tua volontà” (Ebr 10,5-9). Ma è attraverso le prove della vita che si ottiene di passare dalla disponibilità dell’obbedienza all’obbedienza provata e confermata. Potremmo dire, dall’obbedienza affettiva all’obbedienza effettiva. Di per sé a Gesù non era necessaria questa educazione dolorosa, ma ne ha avuto bisogno per la sua natura umana, in tutto simile alla nostra. D’altra parte la sua obbedienza è stata talmente senza riserve e senza sconti, anzi così sovrabbondante da poter traboccare su tutti noi. Ecco perché “per l’obbedienza di uno solo tutti siamo stati salvati” (cfr Rm 5,19), perché il suo è stato il sì del Figlio di Dio fatto uomo, alla volontà del Padre: è stata una obbedienza autenticamente umana , ma di potenza pienamente divina.

Infatti Gesù è stato reso perfetto, non perché non lo fosse fin dall’incarnazione, ma perché l’incarnazione rappresenta l’assunzione di un divenire uomo, quindi di una perfezione umana in divenire. Gesù bambino aveva la perfezione di un bambino, non quella di un adulto. Ed è diventato un sacerdote perfetto perché attraverso la sua passione ha portato alla massima perfezione le due relazioni che sono indispensabili per l’esercizio della mediazione sacerdotale: la relazione con Dio e la relazione con i fratelli.

“Nella passione queste due relazioni sono state sottoposte a una tensione estrema,          quando Gesù si è sentito abbandonato da Dio e dato in preda alla malvagità degli          uomini. Cristo ha portato alla perfezione queste due relazioni per mezzo delle sue          sofferenze e della sua morte accettate nell’obbedienza filiale e nella solidarietà     fraterna. La sua relazione con il Padre ha acquisito allora il più alto grado di        perfezione grazie alla solidarietà fraterna spinta anch’essa fino alla morte da condannato. Cristo quindi è stato così reso perfetto e consacrato sacerdote” (A.    Vanhoye).

Eccoci così alla conclusione trionfale del nostro brano: Cristo “reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedec”.

 

E’ ora di chiudere. Lo faccio riferendomi a voi, carissimi fratelli e sorelle, che state per ricevere il ministero del lettorato, dell’accolitato e quello straordinario della comunione eucaristica. Riprendo la metafora evangelica del chicco di grano. Il ministero che oggi ricevete non vi viene conferito per un titolo di merito né per una gratificazione personale. Il ministero è servizio, e un servizio è tale se comporta la morte del proprio io, secondo la parola di Gesù: “Chi ama la propria vita, la perde”. Ricordate sempre che il servizio che voi prestate, prima che alle persone e alla comunità, è innanzitutto servizio reso a Cristo, e allora siate sicuri dell’altra parola di Gesù: “Chi mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”. Ecco l’augurio del Vescovo e dell’intera comunità diocesana: che per voi non ci sia ambizione più seducente di questa: vivere e servire come Gesù, come il chicco di grano che, marcendo, dona la vita.

+ Francesco Lambiasi

(26 marzo 2012)