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Cana: il vino della speranza

2021ott9

Omelia per la Giornata Presbiterale

Stupefacente. Sempre sbalorditivo e sorprendente. Il segno di Cana, apparentemente così umile, quasi inutile, quasi futile, si presenta in verità come ‘il’ segno’ archetipico – il principio e il principale dei segni messianici – dal significato rigoglioso, dal messaggio esuberante. Come afferma stupito e solenne l’evangelista Giovanni: “Questo fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù: egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. Vero. La prima volta che il Messia di Nazareth manifesta la sua gloria non è sul santo monte Sinai. Non è nel sacro tempio di Sion. Non è neanche nella sinagoga della vicina Cafarnao, appena inaugurata, ancora odorante di smalti e d’incensi. La gloria del giovane rabbi di Nazaret risplende, con nobile semplicità, a tavola, durante un festino di nozze, in una nottata di fiaccole accese, di canti deliziosi, di irrefrenabili balli. In effetti, non è strabiliante il significato annesso a quei seicento litri d’acqua, cambiata in vino? Quel prodigio non rappresenta uno strappo alla legge della natura. E’ piuttosto uno strappo alla natura della Legge.

1. Se intercettiamo Cana con gli occhi della Madre, se leggiamo questo vangelo ‘secondo Maria’, allora capiamo che qui si inaugura la grande festa della nuova ed eterna Alleanza. Infatti questa è l’unica occasione in cui Maria parla e dice testualmente ai servitori: “Qualsiasi cosa (mio figlio) vi dica, voi fatela!”. Da notare l’attacco: “Qualsiasi cosa…”, fosse anche la cosa a prima vista più strana. In effetti non è strambo e strampalato dire ai servitori di portare acqua ai tanti commensali festanti già un po’ brilli, che invece si aspettano altro vino? Ma c’è di più. Se si riprende il messaggio di Maria ai servitori, lo si riscontra tutto giocato sulla coppia di verbi ‘dire-fare’. Sono le stessissime parole che il libro dell’Esodo (19,8; 24,7) registra in bocca al popolo d’Israele sul punto di stipulare la prima Alleanza: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!”.

Oggi non solo nella nostra società malata e drammaticamente inquinata dal coronavirus, ma anche all’interno della Chiesa e delle nostre comunità cristiane, accusiamo un vistoso deficit di speranza. Se non si sbarrano i varchi alla paura e alla rabbia, se non si chiudono i valichi alla rassegnazione e alla disperazione, allora non ci si dischiudono gli svincoli alla fiducia e alla speranza. Mentre è proprio di speranza che abbiamo bisogno. Più dell’ossigeno puro per non soffocare. Più dell’acqua limpida per dissetarci. Più del pane buono per sfamarci.

Andiamo perciò a scuola di speranza dalla nostra madre Maria.

2. Ma cosa significa per Maria sperare?
Sperare è attendere. Maria è la donna che sa attendere. Tutta la sua vita appare ritmata dalle cadenze trepidanti dell’attesa. Già l’evangelista Luca la introduce nella scena dell’annunciazione come “promessa sposa di un uomo della casa di Davide”. Cioè, fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe, il giovane uomo che le ha rapito il cuore. Ma anche nell’ultimo fotogramma con cui si congeda dalle Scritture, Myriam di Nazareth viene colta nell’atteggiamento dell’attesa. Lì, nel cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa della venuta dello Spirito. Vergine in attesa, all’inizio. Madre in attesa, alla fine. L’attesa di Lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa del giorno, che lei avrebbe voluto rimandare di volta in volta, in cui Lui sarebbe uscito di casa senza farvi mai più ritorno. L’attesa dell’ora di Lui, del suo ultimo rantolo all’ora nona del 14 di nisan. L’attesa del terzo giorno, vissuta in solitaria, davanti al masso del sepolcro. Attendere: infinito del verbo sperare. Nel vocabolario di Maria, sperare l’Infinito.

Sperare è attendere. La speranza cristiana non è legata a una nostra fallibile previsione, per quanto più o meno ottimistica. La speranza biblica, è figlia della infallibile, irrefragabile promessa di Dio. Sperare è attendere che la sua promessa si compia. E la promessa di Dio si compie sempre per eccesso. Si realizza non per pura continuità, ma per effettivo superamento. Nel portare la promessa a compimento, Dio supera se stesso. Vaclav Havel, ex-presidente della Repubblica Ceca, ha affermato che “la speranza non è la convinzione che tutto andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, indipendentemente da come andrà a finire”. Ma per attendere il futuro con speranza occorre ricordare sempre che se Dio è “colui-che-viene”, non è però mai puntuale con gli orari che pretendiamo di fissargli noi, mentre è sempre fedele con tutti gli appuntamenti stabiliti da lui.

Sperare è resistere. E’ rimanere fermi, senza fughe folli in avanti. Senza nostalgici ritorni all’indietro. Il quadro della croce, affrescato dall’evangelista Giovanni, racconta Maria con questa pennellata straziante: “Stava presso la croce di Gesù sua madre”. Gli apostoli se l’erano data a gambe, tutti. Maria ha resistito alle urla dei capi del popolo, dei soldati, della folla vociante che gridavano: “Scendi dalla croce! Salva te stesso!”. Non credo irriverente pensare che anche Maria, con occhi umidi e sguardo implorante, avrà detto nel segreto del suo cuore: “Figlio mio, salva te stesso! Scendi dalla croce”. No, non è irriverente immaginarlo. Piuttosto sarebbe disumano pensare il contrario. Maria è e rimane madre fino alla fine, per raccogliere l’ultimo respiro del Figlio morente, lasciandosi trafiggere l’anima dalla spada lancinante del dolore più atroce.

Resistere e rimanere è un segno della nostra speranza nel Dio che non se ne andrà mai. Anzi resisterà e resterà sempre con noi “fino alla fine del mondo”. Un missionario è vissuto da solo in Afghanistan per 25 anni, e in quel periodo è stato quasi sempre l’unico sacerdote in tutto il paese. Spesso si chiedeva che senso avesse lo stare lì. Ma ha scritto: “Portatore silenzioso della Parola creatrice, incarnata e crocifissa. Semplicemente stando qui, vivendo qui. Semplicemente amando, morendo qui. Semplicemente facendo l’eucaristia, trascino tutto l’avvenire di un popolo verso la Luce”.

Sperare è vegliare. Maria ha un’anima ‘vigiliare’. Basti ricordarla come la donna del Sabato santo. Dopo la sepoltura di Gesù è rimasta solo lei a custodire la fede sulla terra. Il vento del Golgota ha spento tutte le lampade, ma non la sua lucerna, alimentata con l’olio vergine della fede più pura, più salda e contagiosa.

Irrompono tempi nuovi, forse ancora più difficili degli attuali. Ciò che conta è affrontarli con una inossidabile speranza, nella certezza che tutte le stagioni della storia appartengono ormai al Signore e che nulla può più sottrarsi alla irradiazione del “Sole che sorge dall’alto”. Egli viene sempre. E il kronos, il tempo monotono della clessidra o del cronometro, è ormai diventato il kairòs della salvezza.

L’importante è custodire e coltivare la solidità e la fecondità del baricentro della nostra speranza, la relazione personale con Gesù che non si stanca di mendicare il nostro amore: “Ma tu mi ami?”

L’importante è sapere scorgere i segni dei tempi, anche dietro la grigia trama dei giorni e sotto la ruvida scorza degli avvenimenti, anche i più aspri e più duri.

L’importante è “non lasciarci vincere dal male, ma vincere il male con il bene” (cf. Rm 12,21).

L’importante è non ridurci a fare i cronisti dei  crepuscoli più malinconici, ma impegnarci a diventare i profeti delle albe e delle nuove aurore.

L’importante è non contentarci dei rattoppi di comodo. Non cucire pezze nuove su vestiti vecchi.

L’importante è vegliare per svegliare le nostre comunità cadute in letargo, andate in automatico.

L’importante è convertirci per uscire dal tunnel dell’eterna domanda di quanti preti domani saremo, e   domandarci invece quali preti oggi siamo.

L’importante è sperare di riuscire a diventare credibili portatori di una speranza ‘in-credibile’.

Santuario Madonna del Monte – Cesena, 8 ottobre 2021

+ Francesco Lambiasi

(9 ottobre 2021)