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Amati e chiamati ad amare

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Omelia pronunciata in occasione della professione perpetua di suor Laura Nale (Sorelle Francescane Missionarie di Cristo) e di suor Estrella B. Deocampo, suor Madeline R. Bañez, suor Priscilla J. Seville (Sorelle dell’Immacolata)

Rimini – Basilica Cattedrale, 2 maggio 2010

Il vangelo non è mai ovvio. E’ sempre paradossale, inusuale, sorprendente; spesso è perfino urticante e sgradevole. Il vangelo è rottura, scandalo, stupore, profezia.

1. Ritorniamo sull’affermazione centrale della sequenza appena proclamata, e lasciamoci percuotere da quelle parole che l’evangelista sembra registrare direttamente dalle labbra di Gesù: “Vi do – meglio: vi dono – un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Folgoranti come lampi, queste parole non tollerano di essere addomesticate e non si lasciano inscatolare in formule preconfezionate dal senso comune. Ad esempio, verrebbe da dire che tutto il vangelo si può riassumere dall’inizio alla fine in una sola parola: amore. E potrebbe essere vero. Ma che cosa intendiamo per amore? Normalmente, nell’immaginario cristiano, quando si dice amore, si pensa all’amore per il prossimo, e quando si parla di amore di Dio, si pensa all’amore dell’uomo per Dio. Ma se leggiamo il comandamento dell’amore con la lente deformante di questa precomprensione parziale, inevitabilmente si inciampa in difficoltà che non riusciamo a sciogliere: perché Gesù parla dell’amore fraterno come comandamento “nuovo” e come comandamento “suo”? In fondo dove sta la novità del suo messaggio, se già se ne parla nell’AT? dove sta l’originalità? Dobbiamo renderci conto che da questo vicolo cieco non se ne esce se non invertiamo la direzione di marcia: non è l’amore (umano) che ci fa entrare nel vangelo, ma è il vangelo che ci fa entrare nel mistero dell’amore.


2. Quando meditiamo i detti di Gesù, dobbiamo ricordare che quelle parole sono un po’ come i meteoriti: prendono fuoco non appena entrano in contatto con l’<<atmosfera>>, ossia con il contesto della vita del Signore. Il comandamento dell’amore Gesù lo ha proposto nella cornice del cenacolo, la sera dell’addio, quando Giuda era andato a tradirlo. Il Maestro aveva appena compiuto il gesto della lavanda dei piedi. Si era trattato molto più che di un gesto di umiltà, di un buon esempio di fraternità, di un alto insegnamento di ordine morale. In realtà era stata una “epifania”, un vero e proprio atto di rivelazione, allo scopo di mostrare come è fatto Dio. L’analisi logica del gesto della lavanda ha per soggetto il Maestro, non i discepoli: non sono i discepoli che hanno lavato i piedi al loro Signore e Maestro – questo sarebbe stato tutto sommato ovvio – ma è lui che ha lavato i piedi ai suoi discepoli: questo è davvero sorprendente e scandaloso. L’analisi teologica della lavanda ci consegna un messaggio netto, trasparente: tutte le religioni insegnano che l’uomo deve amare Dio e che questo amore si deve riflettere nell’amore del prossimo. La specificità della fede cristiana non sta tanto nell’allargamento del concetto di prossimo, una dilatazione che pure è vera fino al punto da superare ogni barriera razziale, religiosa o culturale.

Ciò che è tipico e specifico del cristianesimo è quanto si legge nelle sante Scritture, che fanno discendere il nostro amore a Dio e al prossimo da un evento assoluto e incondizionato, precedente ogni nostra possibile iniziativa e determinante ogni nostra più audace risposta: è l’evento libero e gratuito dell’amore di Dio verso di noi. Nella I Lettera di s. Giovanni leggiamo: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. Da qui la conseguenza: “se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv 4,9-10).

“Come io ho amato voi”: questa espressione riporta innanzitutto l’evento assolutamente originario dell’amore di Cristo per noi. Il NT, che pure conosce l’esigenza di amare Dio, quando si pone in prospettiva post-pasquale, preferisce insistere sull’amore di Dio per noi, l’amore di cui è il soggetto, quello che caratterizza il suo atteggiamento nei confronti dell’uomo, e poi fondare lì l’esigenza cristiana dell’amore del prossimo. Lo si vede bene, per esempio dal fatto che delle 15 ricorrenze della specifica espressione “amore di Dio” ( o amore di Cristo) almeno 13 riguardano l’amore con cui Dio o Cristo amano gli esseri umani. Per esempio, nella Lettera agli Efesini, da una parte si celebra il “Dio ricco di misericordia per il grande amore con cui ci amò” (2,4) e dall’altra si esortano i cristiani a “camminare nell’amore come anche Cristo ci amò e diede se stesso per noi” (5,2).

3. Quel “come” – oltre alla notizia dell’evento – ce ne rivela la misura tridimensionale di altezza, profondità, spessore. Quel “come” ci dice che la misura dell’amore di Gesù per noi è un amore senza misura. Siamo stati amati “fino alla fine”, ossia fino all’ultimo istante della sua vita, fino all’estremo limite del più grande amore. Ma quel “come” si potrebbe tradurre anche con un “poiché”: se possiamo amarci fra noi, è perché Lui per primo ci ha amati. L’amore di Gesù è totale e totalizzante: dopo “come io ho amato voi”, noi ci aspetteremmo “così anche voi amate me”. Invece no: “amatevi gli uni gli altri”. C’è dunque nell’amore di Gesù una dimensione di gratuità che è misura anche del nostro amore. E’ amando i fratelli che si ricambia l’amore di Gesù.

Il primo verbo del lessico cristiano non è il verbo fare o agire e neppure il verbo amare: è il verbo accogliere. Di qui la prima legge dell’amore cristiano: la gratuità. L’amore cristiano è anzitutto un amore ricevuto, non prestato ma accolto. Non nasce da un doverismo accanito e frustrante, da uno spasmodico sforzo di volontà, ma viene da Dio che ci ha amati per primo: perciò dobbiamo amarci gli uni gli altri. La seconda legge dell’amore cristiano è la reciprocità: è il fatto di essere amati da Cristo che ci obbliga alla fraternità e, prima ancora, ce la rende possibile. Non siamo chiamati solo a spenderci per gli altri, ma anche a lasciarci amare: è nel dare e nel ricevere amore che si pesa la beatitudine della vita. La terza legge è l’apertura: l’amore del Maestro non abbraccia i discepoli per sequestrarli nel caldo tepore di un cenacolo intimo e confortevole, ma li inserisce in un dinamismo che li sbilancia verso gli altri. Gli altri, tutti. Guai se ci fosse un aggettivo a selezionare gli amabili e i non amabili. Tutti, indistintamente, sono amabili da me perché tutti, indistintamente, sono amati da Dio

Capiamo allora perché Gesù parla di comandamento. E’ vero: Gesù comanda di amarci, ed è altrettanto vero che un amore imposto, forzato, non è che una maschera dell’amore. Ma quello di Gesù è un comandamento-dono (“Vi dono un comandamento”). In questa prospettiva l’evangelista si ricollega alla migliore tradizione biblica: la legge di Dio è dono, e la legge dell’amore è tale perché il comandamento del Padre corrisponde alla nostra vocazione più profonda: è una legge che serve a noi per salvare la nostra vita, non serve a Dio per salvaguardare i privilegi della sua divinità. Spiega il Papa:


“Non si tratta di un ‘comandamento’ dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di una esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri” (Deus caritas est, n. 18).


4. Ma a chi avverte di non poter vivere senza rispondere all’amore di Dio, può capitare – ed è capitato a voi, sorelle carissime – la sconvolgente avventura di sentirsi scelta con occhio di predilezione, di sentirsi chiamata ad essere totalmente sua. E’ l’avventura che si ripete nei grandi cercatori di Dio: nei santi il fascino di Dio si trasforma spesso in una passione travolgente, in un fuoco divorante che brucia tutte le mediazioni umane. Si traduce in un bisogno irrefrenabile di concentrarsi solo su di Lui, il Tutto, l’Assoluto, l’Amore totale e assoluto del proprio cuore. E’ la via di chi si sente prepotentemente attratto e come calamitato, con dolce, incontenibile violenza, ad essere tutto e solo e sempre del Signore. E’ la via della verginità consacrata. Dio appare come l’Amore che attira a sé il tuo essere e la tua esistenza, le tue pulsioni anche le più profonde, quelle che vorresti riservare a un tuo tu più intimo; l’Amore che assorbe le tue fibre più riposte, attiva le infuocate capacità del tuo cuore; l’Amore che può domandare tutto perché tutto ti può donare. E’ l’esperienza dell’innamoramento: mentre è possibile amare contemporaneamente più persone, non è possibile innamorarsi che di una persona. Si possono avere molti amici e molti fratelli, ma uno solo è lo sposo. E se Dio ti fa avvertire la sua tremenda e dolcissima seduzione, perché non abbandonarsi alla spinta del cuore che porta ad amare con amore sponsale solo Lui ed esclusivamente Lui, amato come unico Amore?

E’ ovvio che in linea di principio l’amore umano non entra in concorrenza con l’amore di Dio. Anzi ne può diventare segno ed espressione sacramentale, come avviene nel matrimonio cristiano. Ma proprio per servire la capacità di significazione del mistero dell’amore, perché questi non resti un sentimento a livello puramente umano, ma trascenda infinitamente se stesso, il matrimonio ha bisogno della verginità di un cuore visibilmente indiviso.

E la fecondità? Un amore veramente sponsale non esige solo la nota dell’intimità; aspira irresistibilmente anche alla fecondità. Ma la verginità non solo non si oppone alla fecondità, ma la esprime in pienezza. Perché Dio non ti attira a sé per trattenerti poi solo per sé, nello splendido isolamento della sua inaccessibile trascendenza. Ti vuole tutto per sé, ma per donarti ai suoi figli. Di moltissime vergini di Cristo si può affermare quanto il Celano diceva di s. Chiara: “Veramente pareva che in lei si adempisse quel detto del Profeta: Che molti di più sono i figli della sterile che della maritata”.

Maria docet. La sua verginità feconda ricorda alla Chiesa e testimonia al mondo che “nulla è impossibile a Dio”. Che quando il nostro niente si lascia sposare dalla misericordia onnipotente del Dio-Amore, allora accade l’impossibile: diventare padri e madri di una moltitudine di figli, “i quali, non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,13).

Maria, l’Amata per eccellenza, la Madre del bell’Amore, vi sorrida, sorelle carissime, e vi accompagni con la sua dolce fortezza nel vostro pellegrinaggio d’amore verso la casa del Padre, nella Gerusalemme celeste.

+ Francesco Lambiasi

(2 maggio 2010)