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Credere come Maria

2021ago31

Perché Cristo sia formato in noi

Omelia per la professione semplice di sr. Giovanna D’Aniello nell’Ordine Carmelitano

Nella nostra fede il centro non è Maria: è Gesù. Ma Gesù non è un centro statico, bensì magnetico: attrattivo ed inclusivo. Pertanto Maria, seppure non è centrale, non è neppure marginale nel quadro del messaggio cristiano. Come si ricava da questo brevissimo brano di vangelo, fatto di appena due versetti. Ma qui mi scattano subito due domande, più una terza.

1. La prima. Penso che tutti comprendiamo, ammirati e ammaliati, il grido stupito ed estasiato, rivolto a Gesù da quell’anonima donna della folla: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. Uno di quei complimenti che bastano da soli a far felice una mamma. Ma Maria, se era presente o quando venne a saperlo, non fece in tempo a sentirsi percorrere da un brivido di commozione. Perché Gesù si affrettò subito a correggere quella esclamazione con due parole spicce spicce: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono”.

Cosa voleva dire Gesù? Non certo respingere il grido della donna del popolo, ma estenderlo a tutti i credenti. Cioè a tutti coloro che non si limitano ad ascoltare la parola di Dio, ma la custodiscono come un bene caro e raro. Tra tutti i discepoli di Gesù sua madre Maria è senz’altro la testa-di-serie dei credenti. In effetti nel vangelo di Luca la prima beatitudine che risuona nel Nuovo Testamento la scopriamo sulle labbra di un’altra donna, Elisabetta. La quale nell’abbracciare la giovanissima parente sente il piccolo Giovanni scalciarle nel grembo, entra in risonanza con lei ed esclama rapita: “Beata te che hai creduto!”.

Elisabetta aveva compreso che la fede è la vera beatitudine della madre del suo Signore. Pertanto – secondo Luca, anzi secondo lo stesso Gesù – Maria è più beata per aver creduto che per aver concepito, generato e allevato il piccolo Jeshù. In effetti la fede nella Parola compie l’impossibile: non solo ci rende contemporanei del figlio di Maria, ma ci concede di incarnarlo, anche noi, oggi. Questa maternità spirituale – che non significa affatto maternità ‘disincarnata’ – non è un onore riservato a qualcuno, ma un onere – un pegno e un impegno – esteso ed estensibile a ciascuno. Tutti infatti siamo chiamati ad accogliere il seme della Parola e a darle corpo nella carne della nostra vita, nella terra polverosa e fangosa della nostra storia.

In effetti Maria di Nazareth fu la prima che ascoltò la parola trasmessale dall’angelo Gabriele, e disse: “Eccomi”. Per il suo ascolto disponibile e obbediente la Parola di Dio, il Verbo, si è annidato nel suo grembo verginale e si è fatto carne. L’ascolto obbediente della ‘figlia di Sion’, come lo fu all’inizio, così resta per tutto il tempo successivo il principio dell’incarnazione. E’ importante non rinunciare a questo principio ‘mariano’ della nostra fede. Oggi sta ritornando il rischio dello gnosticismo, che riduce la fede a ideologia e astrazione. Mentre la fede o è una storia che si incarna nell’esistenza e nella testimonianza dei credenti. O si riduce a una cianfrusaglia di idee, magari anche belle ed eleganti, raffinate e sofisticate. Ma, ricordiamo: le idee non hanno bisogno di una madre…

2. Passo ora alla seconda domanda: cosa c’entra questo minuscolo frammento di vangelo con la professione di sr Giovanna Benedetta? Perché tra i tanti possibili brani, lei ha scelto proprio questo? Ne ho parlato direttamente con lei. Ed ecco la sua risposta:

“Sono pugliese, nativa di Terlizzi (Bari). Ho un fratello e una sorella (musicisti) e mia mamma. La perdita precoce di mio padre mi ha fatto allontanare dalla fede, percependomi come orfana. È iniziata una ricerca spasmodica di senso, vissuta soprattutto su un piano intellettuale. Ho intrapreso con serietà lo studio della filosofia, ma nulla placava la mia sete di verità e la mia solitudine esistenziale.

“L’incontro folgorante con Cristo mi ha cambiato la vita, al punto che ho cominciato a contare la mia età a partire da quell’incontro. Ho subito intrapreso un cammino di consacrazione laicale nei Memores Domini, vivendo la memoria di quell’annuncio nel lavoro di assistente universitaria e poi come insegnante di filosofia. A un certo momento, una crisi e una svolta importante: non era più sufficiente per me identificarmi con il lavoro e ho sentito un bisogno impellente di raccogliermi in preghiera e di dedicare più tempo a Dio.

“Il bisogno, cioè, di fare entrare nella mia carne quel Gesù che mi aveva dato una nuova identità. Imbattendomi nella vita monastica ho sentito una seconda chiamata: una promessa di pienezza, che sembrava rispondere alla mia esigenza di donazione totale del mio tempo, del mio corpo nel corpo di Cristo, nella Chiesa tutta.

“Infine, la via suprema della maternità spirituale – non solo e non tanto il grembo di Maria è beato, quanto piuttosto chi si fa grembo, ascoltando e accogliendo la parola del Signore (Lc 11,27-28). Il Verbo Incarnato è il centro del mistero di salvezza e l’evento cardine dell’umanità tutta, ma ancor più è per me una pratica di vita. Sin dalla prima chiamata (nei Memores) ho sentito il mistero dell’Annunciazione come fondante, vivendo a partire da esso la memoria Dei; ora, vivo l’Incarnazione come criterio di conoscenza e come indicazione pratica: quella di vivere accogliendo quello che accade nella mia carne e cercando di farlo fecondare dallo Spirito. Giovanna”.

3. Infine vorrei pormi con voi, Sorelle e Fratelli tutti, una terza domanda: ma perché perdere la vita, autosequestrandosi in un convento, nella più stretta clausura? Anche qui vorrei rispondere non con parole mie, ma con la testimonianza di una mistica ebrea, Etty Hillesum. «Inizialmente lontana da Dio […], nella sua vita dispersa e inquieta, questa giovane olandese lo ritrova proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio” (Papa Benedetto XVI)». Deportata ad Auschwitz, avrebbe potuto salvarsi, ma, forte della sua fede, preferì condividere la terribile sorte del suo popolo. Morì nel lager il 30 novembre 1943.

In una pagina del suo Diario ha lasciato scritto: “Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano. Davanti a me passavano immagini su immagini di immane dolore umano. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento, invece di salvare te, mio Dio. Mi hai reso così ricca, mio Dio. Ora lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un unico grande dialogo”.

Cara, carissima Sr Giovanna Benedetta, ora vorrei chiudere con queste povere parole: “Che il Figlio di Dio cresca in te, poiché egli è già formato in te. Che egli diventi per te un gran sorriso e una gioia e una perfetta letizia, che nessuno potrà più toglierti”.

Questo augurio ora si fa preghiera.

Chiesa di san Lorenzo – Sogliano, 31 agosto 2021

+ Francesco Lambiasi

(31 agosto 2021)