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Via crucis e via lucis del pastore

2022apr14

Omelia del Vescovo per la messa crismale

La messa crismale, lo sappiamo, è la splendida manifestazione dell’unità del popolo di Dio e della dignità profetica, sacerdotale e regale di tutti i suoi membri e di tutte le sue varie componenti. Sappiamo pure che questa solenne liturgia si celebra oggi solo qui, in tutta la diocesi. E la grazia che essa ci dispiega è la grazia, preziosa ed esigente – eppure “facile, perché umanamente impossibile” – della comunione.

1. Oggi siamo qui riuniti per riscoprire la nostra vocazione e cementare la nostra coscienza di popolo di Dio. Siamo qui convocati per sconfiggere le tentazioni centrifughe. Per bypassare le tendenze privatiste e separatiste. Per controbattere le allettanti lusinghe di ogni atomizzazione campanilista e concorrenziale. Siamo qui per scoraggiare le fughe per la tangente dell’egoismo. Siamo qui non solo per dare un colpo ad ogni divisione, ma specie per dare corpo alla comunione e fare un trasfusione di ossigeno all’unità ecclesiale. Voi oggi vedete il vescovo, i presbiteri e i diaconi attorno all’unico altare. Suore, vergini e vedove consacrate, catechiste/i, ministri vari, a ridosso del nostro unico presbiterio. Fedeli laici giunti da ogni parte della nostra diocesi, e disposti non come spettatori nello stadio, ma come protagonisti sullo stesso terreno di gioco. Non come notabili e plenipotenziari, ma come laici-‘cristi’, ossia consacrati, rappresentanti e portavoce dell’unico ‘Cristo’, Gesù, il Messia consacrato. Noi ne siamo convinti, grati e contenti: tutta la Chiesa è un popolo di sacerdoti. Di gente, cioè, abilitata a fare comunione con Dio e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Di sorelle e fratelli, che sono e fanno gli ‘inviati speciali’, destinati ad allacciare ponti. A costruire pace e solidarietà. Ad alimentare convergenze. A strutturare collaborazioni. Ad articolare corresponsabilità e feconde cooperazioni.

2. Carissime Sorelle e Fratelli tutti, non vi sembri pertanto contraddittorio, che a questo punto, proprio nel momento in cui ho finito di parlare della dimensione ‘popolare’ della Chiesa, io vi inviti quasi a ‘settorializzare’ la vostra attenzione e a puntare il vostro sguardo, partecipe e affettuoso, sui nostri presbiteri. La giustificazione c’è. Oggi è il loro compleanno. Sono nati con l’eucaristia, nella stessa notte in cui il Maestro veniva tradito. Sono venuti alla luce nella stessa ‘sala-parto’ del cenacolo di Gerusalemme. E come domani sera, nelle nostre comunità parrocchiali, faremo particolarmente memoria del dono pasquale dell’eucaristia, così oggi facciamo particolarmente memoria del dono pasquale del sacerdozio ministeriale.

Permettetemi pertanto di condividere con voi una domanda che ogni generazione di preti non può non porsi: ma cosa è essenziale nel ministero del prete? Vi confido che in questi miei quasi 51 anni di ministero, ogni volta che mi pongo o mi pongono questa domanda, io mi trasferisco mentalmente sulle rive del lago di Tiberiade e contemplo Gesù risorto che, per ben tre volte domanda a Pietro: “Simone di Giovanni, tu mi ami?”, e Pietro risponde disarmato e disarmante: “Signore, tu sai tutto. Tu lo sai che io ti amo”. A quel punto Gesù gli affida le pecorelle e gli agnelli del suo gregge. E’ un dialogo tutto incentrato sull’amore, ed evoca il triplice rinnegamento di Pietro. Pertanto il compito futuro del’apostolo non si fonda sui suoi meriti, sulle sue presunte capacità e competenze, ma sulla roccia dell’amore: di Cristo per Pietro e di Pietro per Cristo. Per questo Gesù preannuncia a Pietro non solo il compito di pascere il gregge, ma soprattutto il prezzo necessario a tale servizio: seguire il Crocifisso-Risorto sino in fondo, sino al dono della vita. Come il buon Pastore. Quasi quaranta anni dopo, poco prima del suo martirio, Pietro scrive da Roma ai cristiani dell’Asia minore una lettera, che è quasi il suo testamento spirituale. Ed ecco come si rivolge agli anziani, letteralmente in greco presbyteroi:

Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio, che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio. Non per vergognoso interesse, ma con animo generoso. Non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge (1Pt 5,1-3).

3. A questo punto, il discorso rimbalza sulla vita e il ministero del prete. Insomma sulla sua Via Crucis. In effetti è irrealistico pensare alla vita senza croce. Soprattutto a ogni vita totalmente posta al servizio del regno di Dio. Sono falsi certi auguri di circostanza che vorrebbero prospettare un futuro come appuntamento con la felicità, senza il tourbillon delle prove. E’ come pensare una Pasqua senza passione. L’ottavo giorno di luce senza le ore buie della croce.

Quando si pensa alla vita e al ministero del prete, ci si rende conto che ci sono croci che hanno molti nomi. Sono croci che assumono il nome del carattere personale. Ad esempio, un carattere impetuoso e impulsivo o un carattere incline al ripiegamento e all’accidia, o ancora un temperamento introverso e inquieto possono costituire croci ruvide e pesanti… Ci sono, poi, croci che riguardano le relazioni interpersonali. Si pensi ai malintesi con i confratelli o con i collaboratori oppure con la stessa comunità… Ci sono, ancora, croci che riguardano il campo degli affetti: un incidente traumatico o la malattia grave o la stessa morte di una persona cara… Ci sono, in aggiunta, croci che riguardano la persona stessa del prete: traumi riportati nell’infanzia o nell’adolescenza, o nel corso della stessa formazione seminaristica; ci sono complessi, limiti, ferite, fragilità varie… Ci sono, inoltre, croci che riguardano direttamente il campo del ministero: fallimenti, insuccessi, incorrispondenze, aridità, delusioni, sterilità…

4. Ma ora la domanda – cosa è essenziale nella vita del prete? – si reduplica in quest’altra: cosa permette al prete di camminare nella vita portando la croce? La risposta, obbligata ma tutt’altro che scontata, è la stessa. E’ la relazione con Cristo, una relazione viva, calda, fondata e impiantata sul triangolo teologale di fede, speranza e carità. La fede, che ci fa sentire non pionieri maldestri e isolati. Ma seguaci di Gesù, che ci cammina avanti per guidarci, accanto per accompagnarci, dietro per difenderci e sostenerci. La fede, perché “noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa straordinaria potenza viene da Dio, e non viene da noi” (2Cor 4,7). La speranza, che non permette alla sofferenza di minare la nostra fiducia e la nostra audacia. “Per questo non ci scoraggiamo” perché “il momentaneo leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria” (ivi, 4,16ss). La carità, perché “siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. (…) Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita” (ivi, 4,2ss).

Così la morte si trasforma in vita.

5. Vorrei, in conclusione, condividere un ricordo personale. Oggi ricorre il 6° anniversario del ‘santo viaggio’ di don Giuseppe Maioli, un nostro confratello defunto che, come diversi altri, continua a mandarci messaggi dal cielo. Mi ha molto consolato vedere in questi giorni l’epigrafe, che ne annunciava la celebrazione della messa di anniversario, in cui venivano riportate le parole seguenti: “Gesù, io sono tuo!”. Ricordo che quella preghiera me la confidò qualche giorno prima della sua morte. Era ancora in ospedale. Quel giorno fece uscire tutti dalla stanza per rimanere solo con me. Mi raccontò che quella preghiera l’aveva imparata da una vecchietta a cui lui ogni mese portava la comunione in casa. Era una vecchietta in carrozzina, tutta storta, poverina! e malridotta, ma pregava con una corona consumata, facendola scorrere tra le sue mani giorno e notte e ripetendo senza stancarsi: “Gesù, io sono tua!”. Da quel giorno don Giuseppe la fece diventare la sua preghiera, e l’ha continuamente ripetuta fino alla morte.

Ricordo anche l’ultima messa che concelebrammo insieme in una saletta del Publik. Ormai stava per entrare in agonia. Non ci fu verso per fargli fare una breve omelia. Ma alla fine ci condivise poche parole, che mi sono rimaste scalpellate dentro. “Ecco – ci disse – fin dalla prima messa, ogni volta che arrivo alla consacrazione del calice e ripeto: Questo è il calice del mio sangue… dico a Gesù: Questo è il tuo sangue, ma qui c’è anche il mio sangue che diventa tuo, mentre il tuo sangue diventa anche il mio”.

Questa è la vita del prete: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

E’ così che la nostra via crucis, cari Confratelli, si trasfigura in via lucis.

Rimini, Basilica Cattedrale – 6 aprile 2022

+ Francesco Lambiasi

 

(14 aprile 2022)