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Una Carità senza maschera

2021ott9

La Profezia di Alberto

Omelia per la festa del beato Alberto Marvelli

Se vogliamo cogliere il segreto della santità di Alberto Marvelli, ci possiamo servire del titolo di una delle prime biografie scritte su di lui: “L’ingegnere dei poveri”. Potremmo anche tradurlo così: L’ingegnere della carità. Ma cosa intendiamo quando usiamo la parola carità? Pertanto dobbiamo ritornare alla prima lettura (1Cor 13,1-13).

1. San Paolo ne parla con un linguaggio oscillante. Da una parte ne mette in rilievo ciò che la carità è: è magnanima, benevola. Tutto scusa. Tutto crede. Tutto spera. Tutto sopporta. Dall’altra evidenzia quello che la carità non è. Non è invidiosa. Non è vanitosa. Non si gonfia di orgoglio. Non manca di rispetto. Non tiene conto del male ricevuto. Non cerca il proprio interesse. Questa parte ‘in rovescio’ si potrebbe riassumere con una espressione che lo stesso san Paolo, usa nella lettera ai romani, quando scrive: “La carità non sia ipocrita” (Rm 12,9). L’aggettivo greco anypokritos, applicato alla carità, richiama il mondo del teatro con le diverse maschere che gli attori indossavano per interpretare i ruoli nelle commedie o nelle tragedie. Si potrebbe benissimo tradurre: “La carità sia senza maschera”.

Per comprendere appieno questa espressione, dobbiamo risalire a Gesù il quale aveva riassunto il ‘suo’comandamento così: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Di per sé questo comandamento è antico e si ritrova nella legge di Mosè (Lv 19,18). Come mai allora Gesù lo chiama suo? Dove sta la novità apporta da lui? La risposta è che con lui sono cambiati l’oggetto, il soggetto e il criterio dell’amore del prossimo.

E’ cambiato anzitutto l’oggetto, cioè chi è il prossimo da amare. Non è più il connazionale o al massimo l’ospite che abita con il popolo, ma ogni uomo, anche lo straniero, anche il samaritano, perfino il nemico!

E’ cambiato il soggetto dell’amore del prossimo, cioè il significato della parola prossimo. Il prossimo, per Gesù, non è l’altro, sono io. Non è colui che mi sta o mi capita vicino. Ma sono io che mi faccio vicino.

E’ cambiato il criterio, ossia la misura dell’amore del prossimo. Fino a Gesù il criterio era l’amore di se stessi: “come te stesso”. Ma all’ultima cena, Gesù supera Mosè e i profeti: ”Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12). Con Gesù si passa dal rapporto a due: “Quello che l’altro fa a te, tu fallo a lui”, al rapporto a  tre: “Quello che Gesù ha fatto e fa a te, tu fallo a lui”. Vedi le esortazioni di Gesù e degli apostoli disseminate nel NT: “Come Dio ha perdonato a voi, così perdonatevi gli uni gli altri”.

2. A questo punto ci si domanda se non sia il caso di liquidare definitivamente la parola carità e far ricorso alla parola magica: amore. Certo che si può, purché l’amore per il fratello non venga frainteso.

E quanto avviene quando l’amore per il fratello si trasforma in desiderio narcisista di piacere agli altri per non rimanere soli o isolati.

Se si trasforma in servilismo, tutto preoccupato di non inquietare nessuno. In complicità gretta e perfino in violenza omicida. Per sfuggire a questi rischi occorre ripartire dal modello insuperabile che è Cristo: il quale seppe anche dispiacere, seppe accusare, seppe provocare e inquietare. Per il suo vero amore fu estromesso dalla città e ucciso. Tanto poco il suo amore corrispondeva a quello che in genere viene chiamato ‘amore’.

Questo è l’amore autentico che anche Alberto Marvelli ha vissuto e testimoniato, e che si può concentrare in una sua espressione autobiografica. “La mia vita non sia che un atto d’amore.

A questo punto il messaggio paolino sulla carità si incrocia benissimo con il vangelo delle beatitudini, che ci è stato appena proclamato.

Beati i poveri in spirito”. Essere poveri nel cuore, questo è carità.
Beati quelli che sono nel pianto”. Saper piangere con gli altri, questo è carità.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra”. Reagire con umile mitezza, questo è carità.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”. Cercare la giustizia con fame e sete, questo è carità.
Beati i misericordiosi”.Guardare e agire con misericordia, questo è carità.
Beati i puri di cuore”. Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è carità.
Beati gli operatori di pace”. Seminare pace attorno a noi, questo è carità.
Beati i perseguitati per la giustizia”. Accettare ogni giorno la via del Vangelo, nonostante ci procuri disagi, fastidi e problemi, questo è carità.

Questa è stata la santa carità di Alberto. Questa sia anche la nostra carità.

Rimini, chiesa di s. Agostino, 5 ottobre 2021

+  Francesco Lambiasi

(9 ottobre 2021)