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Un Dio di strada e di casa

2013set23

Omelia pronunciata dal Vescovo nell’anniversario della Dedicazione della Cattedrale e in occasione della candidatura agli Ordini  di Simone Franchin e Andrea Tommasoni

    Dio cerca casa. Ha fame di pane, ha sete di compagnia, ha struggente nostalgia di calde intimità, di dolci, tenaci amicizie. E’ vero: “Neanche Dio può stare solo” (Turoldo). Ed ecco Gesù: è il Figlio di Dio in carne ed ossa, venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. Nel libro dell’Apocalisse Cristo, “il Testimone degno di fede e veritiero”, si autopresenta con parole infiammate: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (3,14.20).
    1. Oggi Gesù è a Gerico. Tra la fiumana straripante di gente che inonda la strada, c’è Zaccheo, un uomo piccolo piccolo, un tizio tozzo e truffaldino. Solo a vederlo, verrebbe da sogghignare, ma lui, la povera gente, non la fa ridere né tantomeno sorridere; la fa piangere, e piangere amaramente. Zaccheo è il capo dei pubblicani, i detestati esattori delle tasse, una banda di cinici, implacabili sfruttatori dei poveri. Questo personaggio ricco e tirchio è cordialmente odiato dall’intera città. Il suo nome, Zaccheo, significa: “Dio si ricorda”. Un nome che è tutto un programma. “Stai sereno, Zaccheo, Dio si ricorda di te, ma non del tuo peccato che ti agita il sonno e ti morde il cuore. No, Dio si ricorda proprio di te: per non scordarti, ha tatuato il tuo nome sul palmo della sua mano. Ha mandato apposta suo Figlio, che ti ha fissato l’appuntamento proprio a casa tua. Dio si ricorda del tesoro che ti ha seminato in fondo all’anima, e non si è ancora stancato di sognare il capolavoro che tu potrai diventare. Poiché egli vede in te molto di più di ciò che dolorosamente tu sai di essere”.
    L’avventura di Zaccheo comincia con un accenno, tra l’arguto e il divertito, alla sua curiosità – “cercava di vedere chi era Gesù” – una curiosità pungente che espone il soggetto al ridicolo, per quel suo goffo gattonare in salita sopra un sicomoro, come un buffo orsacchiotto. Ma, quando passa sotto quell’albero alto e fitto, rabbi Jeshù alza gli occhi e mette a fuoco quel furfante, guardandolo dal basso verso l’alto. Per Zaccheo è la prima volta che ciò avviene. Sia perché basso di statura, sia perché ladro matricolato, Zaccheo è abituato, invece, a sentirsi guardare dall’alto in basso, con gli occhi del giudizio astioso e di un biasimo sprezzante. Ma Gesù di Nazaret è proprio così: non ci guarda mai dall’alto in basso, ma sempre dal basso in alto, come quando si inginocchierà per lavare i piedi ai discepoli. Lui, il Maestro e Signore, si è messo più in basso di tutti, per innalzare a livello divino la nostra povera umanità. Si è umiliato lui più di noi tutti, per esaltare tutti quanti noi. Inquadriamolo dal vivo, in questa sorta di frammento di “vangelo secondo Zaccheo”: Gesù vi appare come uno ‘sguardo’ che ti cerca (“alzò lo sguardo”); come una ‘voce’ che ti chiama per nome (“Zaccheo!”); come un ‘evento’ che accade (“oggi”). Il Maestro di Nazaret appaga il desiderio del capo dei pubblicani oltre ogni attesa: si autoinvita a casa sua, gli regala l’inimmaginabile sorpresa di sentirsi cercato, scelto, amato.

2. Nella storia di Zaccheo, si specchia il vostro volto, carissimi Simone e Andrea.
    Anche la vostra storia è cominciata con lo scintilla di un desiderio ardente: poter vedere Gesù, poterlo incontrare, udire, abbracciare, poterlo finalmente seguire. Così si è accesa la vostra ricerca. Tu, caro Simone, hai cercato Dio nella famiglia, nella parrocchia; hai poi “potuto vedere e toccare Gesù nei fratelli più piccoli – sono parole tue – in modo particolare nei fratelli malati di AIDS e i fratelli con handicap gravi”. E quindici anni fa hai letto l’Amore nello sguardo tenero e appassionato di Don Oreste e nei poveri “fratellini e sorelline” della Casa-Famiglia di Villa Verucchio. Anche tu, caro Andrea, hai cercato e incontrato Gesù in casa, nella parrocchia di santa Lucia in Savignano, nelle catechiste, nella tua prof. di religione, negli educatori di Azione Cattolica, nella guida spirituale del tuo cappellano e del tuo parroco. Così ambedue avete deciso di entrare in seminario. A quel punto avete fatto l’esperienza più esaltante della vostra vita, come l’avete rappresentata con quel gioco simbolico che vi ho visto fare la scorsa settimana al grande campo-scuola dei Giovanissimi dell’Azione Cattolica: vi credevate di essere voi a cercare il Signore, ma quando l’avete trovato, vi siete resi conto che era stato lui a cercarvi per primo. Proprio come avviene nella pagina evangelica di Zaccheo: all’inizio è lui, il ‘perduto’ che cerca anche solo di vedere Gesù, ma alla fine è decisivo Gesù che va sempre in cerca di ciò che era perduto. Scrive s. Agostino nelle Confessioni: “Non ti avrei trovato, Signore, se tu non mi avessi cercato”. E’ il succo della storia di Zaccheo: dopo aver scoperto di schianto di essere anche lui figlio di Abramo, si è sentito sgorgare dal cuore l’irrefrenabile impulso non solo ad osservare l’antica Legge mosaica proprio nel punto in cui più l’aveva trasgredita, ma ad inoltrarsi nell’osservanza della nuova Legge evangelica, e per lui impensabile, quella della gratuità: “Restituisco il quadruplo del maltolto e, la metà dei miei beni, la do ai poveri”.
    Cosa ha determinato questo completo ribaltamento nella vita di Zaccheo? Non è stata la sua conversione a decidere la simpatia di Gesù, ma al contrario è stata la simpatia di Gesù a provocare la conversione di Zaccheo. Insomma è stato l’amore di Gesù ad accendere l’amore nel cuore di Zaccheo, non il contrario. In effetti Gesù non lo aveva invitato a scendere dal sicomoro per convertirlo né tantomeno per svergognarlo in pubblico, ma per diventare suo caro amico, per essere suo ospite gradito. Quel giorno Gesù si è fatto mendicante di pane e di casa per poter donare a Zaccheo la gioia di… poter donare la gioia.
    Non è un gioco di parole. L’avete sperimentato dal vivo: anche voi avete cercato, avete trovato colui che vi cercava, e siete stati sorpresi dalla gioia. Vi siete sentiti amati e avete deciso di riamare. Vi siete buttati senza aspettare che prima si aprisse il paracadute, senza pretendere una rete di protezione. Vi siete abbandonati, vi siete offerti e di slancio avete pregato: “Nella semplicità del mio cuore, lietamente, mio Dio, ti ho dato tutto”. Nel misterioso incontro tra la vostra povertà e la sua grandezza, voi oggi siete qui a confermare pubblicamente il proposito di volere offrire i doni che il Signore stesso vi ha dato e a pregarlo perché in cambio lui vi doni se stesso. Ecco il tracciato della vostra vita: dal desiderio alla ricerca; dalla ricerca alla scoperta; dalla scoperta alla conversione; dalla conversione alla gioia.
    Davvero indimenticabile questo giorno, carissimi! Come è rimasto scolpito nella memoria di papa Francesco il giorno del “primo amore” – così lui lo ha chiamato – quando sessant’anni fa, proprio come ieri, sentì lo sguardo di Gesù su di sé e disse il suo primo sì. Ascoltiamo la sua confessione, scritta alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale: “Credo nella mia storia, che è stata trapassata dallo sguardo di amore di Dio e, nel giorno di primavera, 21 settembre (è l’inizio della primavera australe del Cono Sur d’America) mi ha portato all’incontro per invitarmi a seguirlo…”. Non dimenticate questo giorno, carissimi; anzi ricordate che questo sarà “il punto chiave di un prete innamorato: tornare con la memoria al primo amore”. Non pentitevi mai del sì di questo giorno.
    Oggi, con il rito di ammissione, voi siete qui a manifestare alla Chiesa l’orientamento vocazionale verso il diaconato e il presbiterato. In questa festa della dedicazione della nostra cattedrale, noi possiamo riconoscere che davvero “oggi la salvezza è entrata in questa casa”. Preghiamo perché possiamo dirlo anche nei giorni beati in cui voi due, a Dio piacendo, verrete ordinati, in questa basilica cattedrale, diaconi e presbiteri per la nostra Chiesa diocesana. Preghiamo ancora perché possiamo dirlo anche per altri giovani, che verranno contagiati dalla vostra gioia e, proprio grazie alla vostra gioia – pigiata, scossa e traboccante – non avranno più paura di dire sì alla chiamata del Signore.
    Lasciate allora che vi dica così: “Simone, Andrea, ‘fateci vedere la vostra gioia!’ (cfr Is 66,5). Dai, fateci sognare!”.

Rimini, Basilica Cattedrale, 22 settembre 2012

+ Francesco Lambiasi

     
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(23 settembre 2013)