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Rimini, “tin bòta!”

2022mag20

Discorso del Vescovo all’atto del conferimento della Cittadinanza onoraria

Spettabili Autorità,  Carissime Sorelle e Fratelli tutti!

            Ci sono parole che nelle ore supreme della vita salgono dal cuore con una intensità vertiginosa. La prima di queste mi fiorisce d’impeto sulle labbra. E l’avrete certamente letta sul mio volto, che, come potete vedere, vi si mostra in flagrante trepidazione. E’ la parola tra le più tenere e tenaci del nostro vocabolario: grazie. Ringrazio il Signor Sindaco e l’intero Consiglio Comunale per il dono inatteso, ma molto gradito che questa sera mi viene da voi cortesemente partecipato. Cari concittadini Riminesi, da oggi sarò uno di voi.  Grazie perché mi fate sentire umilmente fiero di diventare vostro concittadino, un onore che sinceramente mi impegno a corrispondere con sensi di sentita gratitudine e di convinta corresponsabilità.

1. Quando ormai 15 anni fa mi comunicarono che papa Benedetto aveva deciso di mandarmi a Rimini come nuovo pastore di questa bella, cara Diocesi, non potevo sapere cosa aspettarmi di preciso. Ma le prime impressioni, appena arrivato, mi hanno letteralmente e positivamente spiazzato. Rimini: una terra nota per il turismo, che tutti conoscono per le vacanze, ma che ha anche fatto crescere molti semi di santità. Cito rapidamente: il beato Alberto Marvelli, l’ingegnere manovale della carità; il servo di Dio, don Oreste Benzi, il povero, audace profeta del riscatto degli ultimi; la beata Sandra Sabattini, la giovanissima santa della porta accanto. Negli anni ho poi scoperto tanti volti, molti dei quali sono anche qui adesso e mi hanno accompagnato nel mio percorso da Vescovo: sacerdoti, diaconi, persone consacrate, sorelle e fratelli laici, donne e uomini delle istituzioni pubbliche e amministratori locali.

Permettetemi di dirvi che più vi conosco, voi cari Riminesi, più mi risulta difficile abbracciarvi con una descrizione sintetica e calzante. Certo, potrei dire molte cose di voi: che i vostri padri sono stati capaci in poco tempo di ricostruire una Città, distrutta al 90%. Che avete inventato un modello di turismo a misura di famiglie. Che siete franchi e schietti, infiammabili e gioviali, ardenti e arditi. Che vi appassionate alle cose grandi e belle con grinta e accanita risoluzione. Che in questi anni mi avete partecipato un ‘capitale’ di valori umani di alto profilo: una cordiale generosità, un’accoglienza profumata di empatica ospitalità, una preziosa attenzione agli ultimi, un amore contagioso per la bellezza, per l’arte e la cultura.

2. Ma ora mi parrebbe più opportuno che sia io a presentarmi pubblicamente. Ecco, non ho alcuna intenzione di rifilarvi un ‘polpettone’ di date e di tappe del mio curriculum. Penso, invece, che potrebbe essere più opportuno confidarvi, direttamente io stesso, qualcosa delle mie ‘radici’. Vengo da una modesta, ma onesta, bella e cara famiglia cristiana – padre muratore e madre casalinga – terzo e ultimo figlio, dopo due sorelle più grandi. Sono nato in un piccolo paese, Bassiano (LT), una minuscola gemma incastonata nella dorsale appenninica dei monti Lepini, terra di pastori, di contadini e di semplici artigiani.

Nel corso di questi quasi 75 anni ho attraversato le stagioni della mia generazione. Sono cresciuto nel primo dopo guerra, quando in Italia cominciava ad arrivare l’ondata convulsa del boom economico con la pesante appendice del consumismo. Ero liceale nella primavera ecclesiale del Concilio Vaticano II. Sono arrivato alla maggiore età – allora a 21 anni – nell’ormai ‘mitico’ ’68, con lo scossone dirompente della contestazione giovanile. Sono stato ordinato prete per la diocesi di Latina a 24 anni, nel settembre del ‘71. Mi fermo qui con la serie di date e di tappe. Ma siccome ho inteso e intendo la mia vita come un pellegrinaggio, vorrei qui accennare a quel gruzzoletto di ‘perle’ luminose che sono alcune frasi che mi hanno aiutato nel cammino della vita e che custodisco nella mia bisaccia del pellegrino: “Gesù o è tutto o è niente” (Monaco camaldolese); “Ci hai fatti per te; Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non trova quiete in te” (s. Agostino); “Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto: sull’uomo, su noi stessi, sulla storia, sul mondo” (p. Turoldo); “Quando tu hai fatto la carità al povero, mettiti in ginocchio e chiedigli perdono” (Don Oreste Benzi); “Non è vero che l’uomo non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero però che, senza Dio, non può alla fin dei conti che organizzarlo contro l’uomo” (H. de Lubac). “Chi regala la propria libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela” (don Milani). “Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in serio pericolo la propria salvezza eterna” (Vaticano II, AG 43).

3. Vengo così all’ultimo passaggio del mio intervento. Non ho né oro né argento, ma mi porto in cuore un sogno che vorrei regalare a tutti i cari Concittadini riminesi. Ovviamente un sogno ha un grado di approssimazione abbastanza ampio, e quindi vi prego di perdonarmi qualche involontaria lacuna o qualche casuale imprecisione.

Sogno una Rimini, Città di pace. In questo tempo di guerra, ancora di più ci rendiamo conto che la buona politica  deve essere al servizio della pace. Ma non si può costruire la pace senza una effettiva ed efficace educazione, a partire dalle generazioni più giovani,  ad una “vita buona” , alla nonviolenza, ad una esistenza che punti sulla relazione positiva con l’altro. Pertanto non possiamo non ritornare con il pensiero alla Fiera Hit Show. In essa vengono esposte tutte le tipologie di armi, escluse quelle definite “da guerra”. Ma con una possibilità di accesso consentito  a tutti, minori compresi, invece che ai soli operatori di settore. Permettetemi di incoraggiare i responsabili a ricondurre  tale delicata questione nel filone della buona politica che non educa all’idea del nemico e non apre a forme di giustizia privata con l’utilizzo delle armi.

Sogno una Rimini, Città della solidarietà, in cui il valore della solidarietà di molti venga conosciuto e riconosciuto da tutti, perché il virus di una premurosa, gratuita accoglienza si possa diffondere molto di più di qualsiasi pandemia. Sappiamo che tante famiglie riminesi continuano a dare ospitalità a donne e bambini ucraini in fuga dalla guerra, come ce ne sono altre che accolgono persone fuggite da altri Paesi, per poter avere un futuro qui da noi. L’accoglienza è un gesto ammirevole e deve essere aperto a tutti i rifugiati. Del resto l’ideale della solidarietà l’abbiamo concretamente sperimentato durante il terribile flagello della pandemia che a lungo ha afflitto la nostra Città, più che altre della regione, ma qui da noi ha fatto anche registrare la vicinanza cordiale e concreta – oltre che delle Istituzioni pubbliche e del mondo della Sanità – di tanti giovani, anche immigrati, che si sono fatti vicini e sensibili alle persone più fragili. La Rimini della solidarietà è anche la Rimini del volontariato generoso, gratuito, esperto e competente. Da noi si possono stimare circa 10mila cittadini che con instancabile continuità dedicano tempo agli altri. Si contano anche 72 Cooperative sociali, con 3.600 dipendenti, di cui 900 lavoratori svantaggiati, di tutte le categorie. Sogno che questa realtà si consolidi, si diffonda e continui a crescere in quantità e qualità.

Sogno una Rimini, che sia Città di integrale umanità. Una Città in cui nessuno debba essere e sentirsi escluso. Che offra casa e lavoro onesto e dignitoso, propositivo e creativo per tutti. Che rimuova la vergogna di un Campo-nomadi abusivo, pericoloso e luogo di segregazione per tutti quelli che non si vorrebbero avere vicini di casa. Che riconosca lo ius culturae a tutti i bambini che nascono e crescono nel suo territorio. Che cancelli la piaga della violenza contro tutti, in particolare contro le donne: che una donna in cerca di lavoro non debba temere di dire di avere figli, né debba firmare dimissioni in bianco, che verrebbero accettate se dovesse rimanere incinta. Che neppure un caso di femminicidio si debba più verificare in Città. Verso le donne serve una cultura diffusa del rispetto della loro dignità, a partire dalla scuola. Analogo discorso va fatto per le donne vittime dello squallido fenomeno della prostituzione e delle vittime della tratta.

Più in positivo, sogno e mi auguro con voi una Rimini che sappia mettere al centro gli abitanti delle sue periferie esistenziali. Che sappia costruire il proprio futuro con i migranti e i rifugiati. Che sappia dedicare attenzione, tempi e luoghi a piccoli, fin dal grembo materno, e ad anziani. E in particolare ai giovani, perché siano audaci seminatori di cambiamento e appassionati artigiani di autentica fraternità. Sogno una Rimini che sappia valorizzare la sua ricca rete di scuole statali e paritarie, come pure il nostro ISSR. E che non si stanchi di sostenere e di contribuire a potenziare la nostra Università Statale.

Concludo con un piacevole ricordo. Al mio arrivo a Rimini molte persone mi augurarono in dialetto riminese “Tin bòta!“. Mi feci spiegare il significato, che mi risuonò immediato e molto simpatico. Ora, a pieno titolo, lo ricambio a tutta la cittadinanza: “Rimini, tin bòta!“.

Rimini, Teatro Galli, 19 maggio 2022

                                                + Francesco Lambiasi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(20 maggio 2022)