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Poveramente, fraternamente servi

2009ott17

Omelia nella ordinazione presbiterale dei Cappuccini Filippo Gridelli, Gianluca Di Bonaventura, Mario Giuseppe Placci

Colpisce l’insistenza quasi martellante di Gesù sul tema del servizio. Basta prendere un testo di concordanze evangeliche – è un libro che riporta in ordine alfabetico tutte le ricorrenze di un vocabolo presente nei quattro vangeli – per rendersi conto che il sostantivo “servo” e il verbo “servire” vi occupano molte colonne, fitte zeppe di riferimenti e citazioni. Si può perciò tranquillamente affermare che i detti cristologici sul servizio e gli episodi che riguardano Gesù in atteggiamento di servo sono così ricorrenti nei vangeli che quasi vi si inciampa ad ogni pagina. Con linguaggio televisivo si potrebbe arrischiare di dire che nel “palinsesto” di rabbi Jeshùa, quella del servizio è “rubrica” fissa. Ma oltre che frequenti, quei passi sono tutti situati in posizioni, se così si può dire, strategiche, cioè orientati in direzione della croce. Ad esempio, proprio poco prima del brano odierno, l’evangelista Marco ci ha ripetuto che “mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti” (Mc 10,32). I discepoli sono sgomenti e “impauriti”, perché il Maestro ha appena finito di annunciare per la terza volta che stanno andando a Gerusalemme, dove sarà crocifisso, mentre loro continuavano a sognare vittorie e trionfi. Gesù pensa al servizio; Giacomo e Giovanni al potere. Gesù pensa al sacrificio e alla croce, i Dodici al successo e alla gloria.

1. Perché Gesù insiste tanto sul servizio? La risposta è chiara: perché ne va della sua identità e della sua missione. Alla domanda: chi è veramente Gesù di Nazaret e che cosa è venuto a fare sulla terra? risponde lui stesso: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per le moltitudini”. L’affermazione è talmente netta che, se dovessimo rilasciare a Gesù una sorta di carta d’identità o di foglio di via, dovremmo dire che la qualifica di “servo” rappresenta uno dei suoi segni più marcati di riconoscimento, un tratto inconfondibile del suo profilo interiore.

Ma per non scolorire questo segno, dobbiamo renderci conto della sorprendente, sconcertante portata del messaggio che il segno contiene e del linguaggio che lo esprime. Il messaggio è quello del capovolgimento che l’evento di Gesù Cristo porta con sé, e il linguaggio è quello del paradosso, della sorpresa e dello sbalordimento. La gente si aspettava un Messia travolgente e invincibile, Gesù invece è un Messia umiliato e sconfitto. Ecco il capovolgimento: tutte le religioni dicono che l’uomo deve obbedire a Dio, deve servirlo ed essere pronto a dare la vita per l’Altissimo, ma il vangelo racconta anzitutto che il Figlio di Dio è venuto a servire e a dare la vita per l’uomo. Il movimento è capovolto. Al cenacolo non sono i discepoli a lavare i piedi al Maestro: questo sarebbe ovvio, e in effetti era proprio quello che avveniva nelle scuole degli scribi: erano i discepoli a lavare i piedi al rabbi. Alla scuola di Gesù invece avviene l’esatto contrario: è il Maestro che lava i piedi ai discepoli, e questo è del tutto incredibile e scandaloso.

Ma Gesù rincara la dose e precisa di essere venuto a “dare la vita in riscatto” per l’umanità. L’espressione “in riscatto” non allude a un debito che deve essere assolutamente pagato, costi quel che costi, bensì all’idea della solidarietà che intercorre tra il Figlio dell’uomo e le moltitudini che formano l’intera umanità. L’immagine sottesa è quella del go’el (il parente stretto): quando sei in difficoltà, qualsiasi difficoltà, tuo fratello non può far finta di nulla: ciò che ti è successo lo tocca nella pelle e nel sangue. Gesù si comporta come il fratello che si sente coinvolto nella nostra situazione e se ne fa totalmente carico: la nostra situazione è talmente debitoria e sarebbe del tutto insolvibile, se lui non pagasse al posto nostro con la sua “carta di credito”. E la sua carta di credito è la croce. Ma il Figlio di Dio si è lasciato crocifiggere non per mostrare quale prezzo occorresse alla giustizia di Dio per riscattare il peccato dell’uomo, ma per rivelare fino a che punto Dio ama l’uomo. Il Crocifisso dice la misura dell’amore di Dio, non soltanto la gravità del peccato.

Mi permetto di insistere. Affermare di “essere a servizio” è una espressione che non dice più nulla, perché è sulla bocca di tutti e dappertutto: a servizio del paese, dicono i politici; a servizio dei clienti, dicono commercianti e professionisti; a servizio di Dio, dicono preti, frati e suore. Ma è proprio vero? La novità del vangelo sta nel fatto che Gesù non si è accontentato di rivolgere delle raccomandazioni e di dare l’esempio del servizio, ma ha dato l’esempio del servizio supremo, andando a finire sulla croce. Quando un uomo muore per Dio, merita certamente onore e ammirazione, ma che il Figlio di Dio muoia per l’umanità, è qualcosa di assolutamente inatteso e del tutto impensabile. E’ vero che anche Giovanni Battista è morto martire, ma appunto è morto con la palma del martirio. Gesù invece muore sul patibolo più infamante, la croce, e nel modo più vergognoso e disonorevole, tra due malfattori.

2. Il capovolgimento non è solo il tratto distintivo del volto del Maestro. Lo è anche della fisionomia del discepolo. “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo sarà schiavo di tutti”. Anche questo è un tema ricorrente sulla bocca di Gesù: il servizio definisce il Maestro e perciò deve contraddistinguere anche i discepoli. Gesù ce lo aveva ricordato qualche domenica fa: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mc 9,5). E ce lo ripeterà al giovedì santo, dopo aver lavato i piedi ai discepoli: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,13,14).

E questo, precisamente questo è stato il sogno che vi ha incendiato il cuore e la scelta di vita, che voi avete liberamente deciso e solennemente promesso alla scuola di Francesco d’Assisi. Voi sapete che il cap,. 7 della regola non bollata si intitola: “Del modo di servire e di lavorare”, e così afferma:

“Tutti i frati, in qualunque luogo si trovino presso altri per servire e lavorare, non facciano né gli amministratori né i cancellieri né presiedano nelle case in cui prestano servizio (…); ma siano minori e sottomessi a tutti coloro che sono in quella casa. I frati che sanno lavorare, lavorino ed esercitino quella stessa arte lavorativa che già conoscono” (FF 24).

La distinzione “servire e lavorare”, inserita nel titolo del capitolo, è importante. Significa che Francesco prevede, accanto al lavoro salariato, la possibilità di un servizio volontario. E’ il caso dei frati che lavorano nei centri sociali del tempo: lebbrosari e ospizi per poveri. La chiesetta della Porziuncola è il luogo da cui spiccano il volo e insieme quello in cui si ritrovano.

Del servizio secondo lo stile francescano, vorrei ora riprendere quattro note, che dovranno contrassegnare anche il ministero presbiterale che questa sera vi viene conferito.

La prima è la povertà. La contemplazione di Dio, origine e fonte di ogni bene, porta alla esclamazione stupefatta di Francesco: “Chi sei tu, Signore, e chi sono io?”. La povertà francescana vuole riconoscere Dio come il Bene assoluto: “Tutti i beni rendiamoli al Signore Iddio, altissimo, sommo, e riconosciamo che sono tutti suoi e di tutti rendiamo grazie”.

La castità francescana è riconoscere Dio come unico amore, il sommo Bene, tutto il Bene. Francesco rinuncia a tutto e tutto gli viene restituito, perché il sole gli diventa fratello, e la luna sorella, e anche la morte, abbracciata con cuore casto e “senza nulla di proprio”, diventa “nostra sora morte corporale”.

La terza nota è l’obbedienza, che consiste nell’amare Dio come il Padre buono e provvidente, alle cui mani si può affidare la propria vita. Obbedire, per Francesco e Chiara, è dire al Padre: “Ti riconosco capace di gestire i miei interessi meglio di me. Ti riconosco capace di provvedere a me più di me. Mi abbandono a te: mi fido di te più che di me”.

Infine, nota imprescindibile per il servizio presbiterale vissuto in chiave francescana, la fraternità. Nel vangelo di Matteo si legge: “Voi non fatevi chiamare “maestro”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). E non è quella francescana una “fraternitas minorum”?. Voi, carissimi, sarete tanto più poveri fratelli a servizio di tanti fratelli poveri, quanto più sarete a servizio gli uni degli altri.

Che Gesù sia il vostro tutto! Che s. Francesco non vi lasci in pace fino a quando non sarete diventati come lui! Che s. Chiara vi sorrida ogni volta che dovrete sostenere la prova dell’ingratitudine di quanti state servendo con amore, umiltà e abnegazione.

Ve lo auguro di cuore e vi assicuro la mia preghiera.

Rimini, Basilica Cattedrale, 17 ottobre 2009

+ Francesco Lambiasi

(17 ottobre 2009)