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Per una città “civile”

2009ott14

Discorso alle Autorità Comunali e Provinciali di Rimini in occasione della festa del Patrono s. Gaudenzo

Distinte Autorità, Illustri Signori, Gentili Signore,

Questo nostro incontro rappresenta l’occasione propizia per rinsaldare quei legami di vicinanza rispettosa e cordiale che uniscono il Vescovo a questa Città e che ho sentito crescere e consolidarsi in me, al punto da potermi ormai considerare a pieno titolo un vostro concittadino affezionato, attento e partecipe – come è dovere di ogni cittadino – alla vita della Città, della Provincia e di tutto il territorio della nostra Diocesi.

E’ a questo titolo che vorrei valorizzare questo appuntamento annuale per riflettere su alcune questioni di comune interesse, che si potrebbero raggruppare attorno a una domanda centrale e sintetica: che cosa ritiene il Vescovo sia importante e determinante perché questa nostra amata Città diventi sempre più civile, ossia umana, amabile e abitabile?

1. La presente riflessione non riguarda tanto l’essere di Rimini, quanto piuttosto il suo voler essere. Il mio atteggiamento è volto a superare le non poche ragioni di pessimismo e a introdurre la speranza che “cambiare non solo si deve, ma si può”. Ciò a patto che si introduca una nuova strategia che riduca la distanza tra i due piani dell’essere e del voler essere.

La nostra Città sta cambiando a una velocità accelerata. Se negli anni Cinquanta contava circa 80mila abitanti, venti anni dopo aveva raggiunto quota 120mila, fino a superare con il 1 gennaio u.s. quota 140.158. Ma, mentre nel 2002 la Città di Rimini contava 132mila abitanti con 5mila stranieri, oggi la popolazione straniera ha superato le 13mila unità.

Le considerazioni che vengo a proporre partono dal presupposto che qualunque strumento, qualunque approccio, qualunque strategia mirata ad orientare il cambiamento in vista di uno sviluppo umano integrale, deve trovare il suo fondamento sul piano culturale. Ovviamente la mia riflessione si collega a tutto il lavoro in progress che si sta facendo per il piano strategico, e  in un certo senso vorrebbe contribuire a stimolare l’elaborazione di un apposito piano strategico per la cultura, che in qualche modo dovrebbe rappresentare la bussola del piano strategico globale.

Infatti, per costruire una città a misura d’uomo, non basta varare un piano regolatore di ristrutturazione urbana, pur necessario e urgente. Il futuro della città dipende ancora di più dal costume e dalla cultura dei suoi abitanti, dal loro modo di pensare e di vivere, dalla rete di relazioni che si tesse tra di loro, oltre che dalla bellezza degli edifici e dall’efficienza delle istituzioni. È quindi indispensabile coinvolgere la gente: dobbiamo far partecipare sul serio le persone, non limitando il dialogo ad un gioco di public relations. Dobbiamo accompagnare i cittadini e aiutarli a passare da spettatori a protagonisti, da utenti a corresponsabili.

Dunque, per costruire una città a misura d’uomo, attraente e accogliente, occorre muoversi su un triplice livello: sociale, culturale, politico.

2. A livello sociale bisogna cominciare dall’accoglienza e dall’integrazione di coloro che già sono presenti e di quanti inevitabilmente continueranno a entrare in città in cerca di pane. L’apertura all’altro non può essere semplicemente una questione di buoni sentimenti, ma richiede l’attivazione intelligente di efficaci processi di integrazione. Qui non è possibile sottacere il fenomeno complesso delle migrazioni. Al riguardo, nella sua recente enciclica, il Papa scrive:

“I lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle rimesse finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione (Caritas in veritate, n. 63).

Attorno a questa ampia, delicata realtà, vanno innanzitutto sfatati alcuni pregiudizi, che sembrano invece radicarsi in modo sempre più pervasivo nell’opinione pubblica.

Primo, sono troppi? C’è da domandarsi: sono stati troppi i 27milioni di italiani che, tra il 1876 e il 1976, sono emigrati in altri Paesi? Inoltre non va dimenticato che l’Europa cento anni fa aveva il 17% della popolazione mondiale, mentre oggi ne ha soltanto il 7%, e nel 2050 ne avrà il 5%. Il presidente della Commissione Antimafia ha osservato:

“Siamo in pieno declino demografico e, quindi, anche economico e politico. Soltanto gli immigrati potranno salvarci. I numeri ci dicono che il futuro benessere degli italiani dipenderà dalla capacità di attrarre e integrare 300mila lavoratori stranieri all’anno” (cfr Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2009, 16).

Un altro pregiudizio riguardo agli immigrati è che costano troppo. In realtà, secondo l’ultimo Dossier della Caritas/Migrantes, si può ipotizzare che, al massimo, il loro costo in termini di servizi sociali, non raggiunga il livello di 1 miliardo di euro all’anno, mentre il loro gettito fiscale è dell’ordine di 4 miliardi di euro ogni anno: quindi essi pagano quattro volte di più di quello che costano. Certo, è vero che può esserci asincronia tra costi dell’immigrazione e gettito fiscale originato dagli immigrati, ma si tratta di problema che ammette soluzione, purché lo si voglia. I

Inoltre, non è giusto criminalizzare in blocco gli immigrati, sulla base di reati commessi da alcune loro frange, così come noi non vogliamo essere equiparati ai delinquenti e ai mafiosi. Da ultimo, la “sindrome dell’assedio” di fronte a un terzo di mussulmani tra i 4milioni di immigrati non si vince con l’avversione e la mancanza di rispetto, bensì con un nostro maggiore radicamento nel vangelo e un irrobustimento della nostra fede.

In breve, la paura che i cittadini istintivamente provano di fronte allo «straniero» e al «diverso» dipende più che dalle sfide insite nel fenomeno immigratorio, dal fatto che la città ha perso la sicurezza della propria identità e del suo ruolo umanizzante. La paura dell’altro si può vincere solo con un soprassalto di apertura cordiale, non di chiusure preconcette; con un ritorno a occupare attivamente il proprio territorio e a occuparsi di esso. Fedeltà alla propria identità e apertura alla diversità vanno insieme: se si indebolisce l’identità, la diversità viene vista come minaccia; se si avvilisce la diversità, ci si condanna alla erosione della stessa identità. Questo recupero di identità si otterrà creando in città reti di relazioni e legami di solidarietà sempre più diffusi: dalle amicizie ai gruppi sociali, a quelli culturali, politici e religiosi. In una parola, la città ha bisogno di gesti concreti di solidarietà che la ricompattino, non di sacche di privilegio o di degrado sociale che la disgreghino.

Certo, unire sicurezza a solidarietà non è sempre facile – si pensi alla regolamentazione dei flussi migratori: accoglienza e legalità stanno o cadono insieme – ma perché pensare che sia diventato impossibile?

3. Il livello sociale, dunque, tocca il livello culturale. Il problema è come fare unità nella città, rispettando e valorizzando le diversità. Si tratta, cioè, di ristabilire un ethos condiviso, intorno al quale realizzare l’unità nella pluralità. Se si assume il bene comune – che è il bene di tutti e di ciascuno – come fine supremo dell’organizzazione della società, sarà possibile “dare forma di unità alla città dell’uomo – afferma Benedetto XVI – e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio” (CiV 7).

La ricerca del bene comune si fonda sul riconoscimento della pari dignità di ogni uomo e della sua originaria dimensione sociale, per la quale tutti gli uomini risultano tra loro interdipendenti e sono chiamati a collaborare al bene di tutti. In una società multietnica e multiculturale la ricerca del bene comune domanda una intelligente e audace opera di promozione educativa, per passare dalla “cultura dell’indifferenza” alla “convivialità delle differenze”, senza per questo sfociare in forme di eclettismo nei riguardi della verità o di indifferenza di fronte ai valori della vita.

Nella gestione delle politiche culturali della pubblica amministrazione occorre stimolare, sostenere e valorizzare la soggettività della società civile. Concretamente la cultura della partecipazione richiede una saggia ed efficace applicazione di tre principi basilari. Il principio di sussidiarietà – il cui oblio rappresenta una delle cause culturali più forti che spiegano la crisi dello Stato sociale – esige l’impegno delle istituzioni pubbliche ad intervenire a sostegno dei soggetti della società civile e dei corpi intermedi per metterli in grado di sviluppare la loro propria iniziativa. Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché “la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno” (CiV 58). Il terzo principio, che rappresenta una condizione imprescindibile per la effettiva realizzazione dei primi due, è il principio di responsabilità. Esso implica che ogni cittadino si assuma in prima persona il dovere di una attiva e creativa partecipazione alla costruzione del bene comune. Le istituzioni hanno il compito di creare le strutture e favorire le condizioni culturali adatte che rendano possibile ai cittadini l’esercizio del principio di responsabilità.

Per una effettiva educazione alla cittadinanza sarà utile stendere una carta dei diritti e dei doveri del cittadino. Tra i diritti meritano di essere sottolineati: il diritto alla formazione, all’istruzione e allo studio; il diritto al rispetto della propria identità, dignità, cultura e religione; il diritto all’obiezione di coscienza; il diritto alla partecipazione reale ai processi decisionali; il diritto alla trasparenza dell’attività pubblica; il diritto a un ambiente salubre e godibile; il diritto alla salute e ai mezzi essenziali di cura; il diritto alla pace ecc. senza dimenticare il diritto alla riservatezza e il diritto a una informazione corretta e pluralistica.

Tra i doveri occorre ricordare quello della partecipazione alla costruzione di una buona convivenza per tutti. A sua volta la partecipazione politica implica il dovere del discernimento, per il cui espletamento vanno garantiti strumenti di conoscenza, di analisi e di controllo per aiutare a valutare in modo oggettivo la realtà che i vari poteri sono spesso tentati di rappresentare in modo interessato o distorto. Inoltre vi è un dovere del cittadino di denuncia di tutto ciò che è contrario alla giustizia sia distributiva che contributiva, e dell’affermazione della prassi della legalità; un dovere di vigilanza sull’adempimento delle pubbliche funzioni; un dovere di esigere senza stanchezze che i propri diritti siano rispettati, perché ogni violazione di un proprio diritto individuale facilita e incoraggia la violazione dei diritti altrui.

Nell’orizzonte di una rinnovata strategia culturale, il ruolo e l’importanza dell’Università a Rimini meriterebbero una riflessione approfondita. Rimandando per questo a un incontro che avrò il 21 ottobre p.v. con autorità, docenti e studenti del nostro polo universitario, mi limito per ora a registrare una situazione che si va facendo sempre più delicata. A più di 15 anni dalla sua istituzione, l’Università non viene ancora interpretata e vissuta dalla Città come risorsa eccellente di crescita culturale, educativa e di ricerca, che potrebbe fare di Rimini un centro internazionale di ricerca e di studio sull’economia del turismo, dell’arte, del wellness, e in quanto tale una realtà su cui investire generosamente per il suo futuro.

4. Infine, sul piano politico, i cittadini sono allo stesso tempo destinatari e protagonisti della politica (GS 41). Secondo la dottrina sociale della Chiesa, l’autentica azione politica è a servizio del bene comune, un servizio prestato con coerenza, competenza e trasparenza. Se tutti devono cooperare all’attuazione del bene comune, alcuni hanno la funzione di coordinare e dirigere ad esso molteplici energie: sono i detentori della pubblica autorità (ivi). Il potere deve essere esercitato per il popolo e con il popolo: l’autorità è “vicaria della moltitudine”, affermava s. Tommaso (S.Th. I-II, q. 90, a. 3). Se è vero che si deve educare alla partecipazione e alla vocazione politica, è anche vero che l’azione di quanti operano nella cosa pubblica ha una innegabile valenza educativa o diseducativa, a seconda che si metta l’etica al di sopra o al di sotto della politica.

Il discorso ora potrebbe allargarsi a dismisura. Preferisco limitarmi ad offrire qualche considerazione concreta riguardante alcuni campi più direttamente interessati all’azione educativa.


In questi giorni le Amministrazioni pubbliche stanno preparando i loro bilanci preventivi. E’ il momento delle scelte, sempre difficili, talvolta dolorose. Bisogna constatare che purtroppo, nei momenti di difficoltà, le voci di bilancio che subiscono i primi e più vistosi tagli sono normalmente i servizi sociali, quelli culturali e il rapporto con i “mondi” più svantaggiati.

Penso alle iniziative che possono rendere meno difficile e gravosa per le giovani coppie la formazione di una famiglia, e poi la generazione e l’educazione dei figli, favorendo l’occupazione giovanile, contenendo per quanto possibile il costo degli alloggi, aumentando il numero delle scuole materne e degli asili-nido.

Penso alle pesanti ripercussioni della crisi economico-finanziaria in atto sulle famiglie più povere, tenendo conto che più di 5mila lavoratori sono in cassa integrazione. Secondo dati aggiornati al 7 ottobre scorso, in questo anno l’operazione-Caritas diocesana ”FamiglieInsieme” ha effettuato 234 interventi, di cui 127 per famiglie italiane e 107 per famiglie straniere, per un totale di 281.110 euro, di cui il 75% per richieste inerenti la casa: affitto, utenze, arredo. Colgo l’occasione per ringraziare l’Amministrazione Comunale per il Sigismondo d’oro conferito alla nostra Caritas diocesana nel dicembre scorso: un riconoscimento che la Diocesi ha apprezzato soprattutto per l’alto valore simbolico che riveste, come segno di stima del grande impegno pedagogico profuso dalla Caritas in questi anni.

Penso anche alla situazione degli affitti per gli alloggi degli studenti. Quest’anno colpisce il fatto che, mentre i valori immobiliari hanno registrato una flessione, per gli affitti studenteschi assistiamo invece a un’impennata. Purtroppo gli alloggi universitari pubblici coprono una frazione minima della domanda e una gran parte degli universitari è costretta a cercare casa presso privati, diventando spesso vittime di un vero e proprio sfruttamento.

In conclusione non ci si nasconde la difficoltà, ma anche l’urgenza di una sintesi integrale nella linea di quell’umanesimo plenario, richiamato dall’ultima enciclica papale. Per questo è indispensabile la messa in cantiere di una proposta politica, che sia sostenuta da un’ampia e profonda opera culturale, che faccia intravedere la compenetrazione tra valori dati e aperture in avanti.

Il futuro della nostra Città è già incominciato. Ma è ancora possibile orientarlo.

Ce lo auguriamo di cuore a vicenda e insieme ci impegniamo perché nella nostra Città si costruisca la civiltà dell’amore, della giustizia e della pace.

Rimini, Sala san Gaudenzo, – 14 ottobre 2009

+ Francesco Lambiasi

(14 ottobre 2009)