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Per-donare Un verbo fondamentale per “fare i cristiani”

2011mar9

Messaggio del Vescovo per la Quaresima
Rimini, 9 marzo 2011, Mercoledì delle Ceneri

Perdonare è un verbo irrinunciabile nel dizionario delle parole cristiane. Ma oggi non è molto di moda, anche se c’è da domandarsi se mai lo sia stato. Quando Dante vedeva la terra dall’alto del Paradiso e la descriveva come “l’aiuola che ci fa tanto feroci”, fotografava con largo anticipo la situazione del nostro ‘villaggio globale’. Oggi basta pronunciare la parola ‘perdono’ per esporsi a una raffica di accuse roventi. La più diffusa è quella di ‘buonismo’. Voi cristiani – ci sentiamo dire – siete degli ineffabili ‘cuori sensibili’, siete proprio dei serafici ingenui. Ma come fate a parlare di perdono, quando giornali e telegiornali ci rovesciano in continuazione valanghe di news raccapriccianti: di persone care uccise, di donne violentate, di diritti umani calpestati, di innocenti abusati, imbrogliati, venduti … Eppure non mancano di tanto in tanto notizie sorprendenti di parole di perdono e di gesti di riconciliazione. E chi li compie, si qualifica quasi sempre come cristiano. Come a dire: se sono cristiano, non posso non perdonare; e se non perdono, come faccio a dirmi cristiano? Ma a questo punto scatta una seconda critica: Bene, se proprio volete perdonare, fatelo pure, voi cristiani, ma questo perdono tenetevelo per voi e per la vostra vita privata.

Eppure … il perdono è indispensabile sia nella sfera privata che in quella pubblica. E’ come l’ossigeno nell’aria: senza perdono si muore tutti d’asfissia. Se mi vendico, mi infetto del virus che ha infettato il mio aggressore. Se il contagio non si arresta, scoppia la pandemia del risentimento perpetuo e universale. Chi vorrebbe abitare in una simile giungla?


Perdonare non significa…

… dimenticare. “Perdonare sì – è un detto popolare – dimenticare mai”. In un certo senso è giusto. Per perdonare l’omicida, non è necessario dimenticare l’omicidio. Del resto come non ricordare che la memoria è quella facoltà umana dotata del tasto ‘rewind’?

Non significa minimizzare. Perdonare non è affatto lo stesso che rifiutare di riconoscere il torto subìto o negarlo. Non si guarisce da una malattia cancellandola dall’enciclopedia medica.

Non significa far finta di niente, e autocostringersi a tornare come prima. Non è possibile cambiare e rimodellare il passato. Un fatto è ormai ‘fatto’ e nessuno – neanche Dio! – ha il potere di ricrearlo. Un delitto è una macchia che non si cancella con qualche detergente miracoloso. Un conto è guarire da una malattia, un conto è volersi illudere che non ci si era mai ammalati.

Non significa rinunciare alla giustizia. Ero presente anch’io al funerale di Vittorio Bachelet, assassinato dalle BR, nel febbraio 1981. Fece il giro del mondo la preghiera del figlio Giovanni: “Prego anche per gli uccisori del mio papà, perché senza nulla togliere alla giustizia che sempre deve trionfare, sulle nostre labbra ci siano sempre parole di perdono e mai di vendetta, parole di amore e mai di odio”.


Cosa è allora “perdono”?

Rileggiamo una esperienza eroica, certamente, ma esemplare, quella di Bakhita, la santa africana che da ragazzina fu rapita e poi venduta più volte a mercanti di schiavi, con tutte le violenze fisiche, morali e psicologiche facilmente immaginabili e che avrebbero potuto provocare in lei traumi e ferite incancellabili sul piano dell’integrità psichica. Alla fine Bakhita viene venduta, riscattata dal console italiano in Sudan e portata in Italia, ove conosce la fede cristiana e si consacra a Dio. Ebbene, c’è una frase con cui Bakhita racconta in sintesi la sua storia, il suo terribile passato, caricandolo d’un senso totalmente nuovo e inedito: “Se io incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana né avrei conosciuto Dio”. Quel Dio di cui solo poi scoprirà il nome, ma di cui aveva sperimentato la presenza e la protezione, e in particolare l’azione formatrice che –attraverso quella terribile vicenda- aveva lentamente plasmato e preparato il suo cuore a incontrarlo nel volto del Figlio crocifisso, ad avvertire una certa sintonia-simpatia con lui, e a desiderare d’essere e d’amare come lui. E così quel che sembrava assurdo, brutale, mortale addirittura viene caricato d’un senso nuovo, diviene tappa della sua formazione, tutta gestita dal Padre Dio. Notiamo bene: Bakhita non perdona semplicemente chi le ha fatto tutto quel male. Ella fa molto, molto di più: riesce a integrare pienamente il male ricevuto, gli dà un senso nuovo, lo trasforma e trasfigura, lo vive addirittura come benedizione, come grazia di formazione. Giungendo al punto di ringraziare, addirittura, coloro che le avevano fatto del male, inconsapevoli mediatori d’un grande bene, senza evidentemente nulla togliere alle loro gravissime responsabilità.


Perché dunque perdonare?

Perché Gesù ha perdonato i suoi carnefici. Perché quel perdono è stato ‘controfirmato’ da Dio Padre, il quale ci ha amati “quando noi gli eravamo ancora ostili”. Perché perdonare? Perché Gesù non solo lo ha fatto, ma ci ha insegnato a farlo. Un giorno Pietro si avvicinò al Maestro Gesù e gli chiese a bruciapelo: “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello? Fino a sette volte?”. Gesù taglia corto: “Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. Povero Pietro! Fa il generoso e arriva fino alla piena misura del numero perfetto: fino a sette volte. Ma poi, basta? No, risponde Gesù: se proprio bisogna calcolare, allora si deve moltiplicare il numero perfetto, il 7, per se stesso, e poi ancora per un altro numero perfetto, il 10. Viene fuori un prodotto più che perfetto: 490. Come a dire: Provate a perdonare quattrocentonovanta volte, e vi accorgerete che la volta dopo non ne potrete più fare a meno.

Dunque si deve perdonare e basta, senza calcolare. Perché? Perché siamo dentro il perdono di Dio: la sua misericordia è come l’aria che respiriamo, come l’acqua che beviamo. Il perdono che dobbiamo al fratello è insieme condizione e conseguenza del perdono di Dio a noi. Se non perdoniamo, non possiamo essere perdonati. E se i nostri debiti vengono continuamente condonati da Dio, non possiamo a nostra volta non condonare i debiti dei nostri fratelli. Ma la parabola del servo spietato, raccontata da Gesù a Pietro (cfr Mt 18,23-35) sposta il baricentro del messaggio verso una prospettiva ancora più profonda. Il contrasto fra i due quadri della parabola punta a rimarcare il comportamento divino nei confronti di un uomo che prima si fa condonare un debito miliardario, ma poi “subito” si mette a fare lo strozzino con un suo debitore che gli doveva qualche decina di euro. Gesù intende così rilevare l’incoerenza ingrata del servo che non perdona a sua volta, mentre egli fu per primo oggetto del perdono divino. Il servo è condannato perché trattiene per sé quel perdono che gli è stato accordato gratuitamente, e che gratuitamente doveva essere condiviso con i fratelli.


Dopo l’11 settembre 2001

Dieci anni fa ci fu il terribile attentato delle torri gemelle. Qualche mese dopo Giovanni Paolo II scriveva un messaggio in cui dimostrava che “senza giustizia non c’è pace, e senza perdono non c’è giustizia”. Questa seconda parte della tesi è sorprendente. Ma è vera. Infatti il perdono mancato ha costi enormi: l’aggrovigliarsi della spirale della violenza spinge a un impiego distorto delle risorse che vengono utilizzate non per lo sviluppo, ma per sostenere la corsa agli armamenti, le spese delle guerre, le conseguenze delle ritorsioni economiche. Se si riportano in colonne appaiate tempi e guadagni del perdono da una parte e della violenza dall’altra, possiamo osservare che il perdono comporta una apparente perdita a breve termine, ma un guadagno reale a lungo termine. Per la violenza è esattamente il contrario.


Verso la Pasqua

Sappiamo che il nostro conto con Dio è sempre pesantemente in rosso, ma preferiamo dimenticarcene. Ci piace di più aggiornare puntigliosamente la nostra carta di credito nei confronti dei fratelli, e nella partita doppia del dare e dell’avere stiamo sempre lì ad azzerare, con scaltri maneggi e manipolazioni furbesche, la colonna dei nostri debiti. Nel migliore dei casi perdoniamo pure, ma il nostro perdono è così poco cristiano: spesso è ambiguo e pilatesco (“solo per salvare la faccia!”); è condizionato (“a patto che sia l’ultima volta”!); è cinico e calcolato (“poi però faremo tutto un conto!”).

Ecco un buon esercizio spirituale per questa Quaresima: esercitarci a perdonare per allenarci a venire perdonati dal Crocifisso Risorto. E sarà veramente Pasqua!

+ Francesco Lambiasi

(9 marzo 2011)