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Pentecoste, festa della missione

2014giu9

“Usciamo ad offrire a tutti la gioia del Vangelo”
Omelia tenuta dal Vescovo per la Veglia di Pentecoste

 Nei giorni della sua vita terrena un ardente desiderio bruciava incontenibile nel cuore di Gesù. Un giorno lo ha esternato lui stesso con parole infiammate, percorse dal fremito di un sospiro irrefrenabile, e puntualmente riportate dall’evangelista Luca (Lc 12,49s): “Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo da ricevere, e provo una grande angoscia finché non l’avrò ricevuto!”. Parola di Gesù! Chiediamoci ora: che cos’è questo fuoco e cosa sarà mai questo battesimo? E ancora: qual è il momento supremo in cui Gesù intravede il compimento del suo desiderio? Secondo lo stesso evangelista, san Luca, con quelle parole Gesù deve certamente avere avuto in mente l’evento della Pentecoste, di cui il Battista aveva parlato, proprio alludendo al Messia Gesù: “Io vi battezzo con acqua, ma… lui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3,15s). In effetti lo stesso evangelista, nel libro degli Atti, presenta la Pentecoste come il primo solenne battesimo di tutta la Chiesa, un battesimo non di acqua, ma appunto di fuoco, come si intuisce dall’effusione dello Spirito Santo, nel segno delle lingue di fuoco posate su Maria e gli apostoli, nel cenacolo (cfr Atti 2,3).

1. Con la Pasqua di morte e risurrezione e con il suo culmine, la Pentecoste, si è dunque compiuto in pieno quel desiderio che faceva infiammare Gesù durante la sua vita. Ma che ne è ora di quel sogno? Forse che Gesù non nutre più alcun desiderio nei nostri confronti? Il suo cuore infuocato è diventato forse come un vulcano spento? Niente affatto! Quel sospiro vibra ancora nel suo cuore ed è ora più fremente che mai, perché il fuoco della Pentecoste non si è acceso una volta per sempre, ma attende di accendersi ogni volta di nuovo. Nulla è automatico nella relazione bidirezionale tra la Chiesa e Gesù, nulla è fissato una volta per tutte. Sia la Chiesa sia Gesù attendono una “nuova Pentecoste”: la Chiesa attende di riceverla, Gesù attende di donarla!

         Cosa vogliamo intendere, dicendo che quel fuoco deve accendersi “ogni volta di nuovo”? Vogliamo dire che deve accendersi nella vita di ogni cristiano. Certo, è stato acceso la prima volta nel nostro battesimo, perché lo Spirito Santo ci fu donato in quell’occasione insieme alla dote preziosa delle virtù teologali – fede, speranza e carità – che allora, in germe, ci furono infuse. Ma lo sanno tutti che un fuoco, per quanto ardente, può arrivare a spegnersi, può rimanere coperto da una coltre di cenere, e allora è come se non bruciasse affatto. Questa è la situazione precisa in cui il fuoco dello Spirito e dell’amore di Dio è in molti cristiani: sepolto, perciò inattivo, inoperoso, inefficace. E’ spento, perché non accende una vita, non provoca una missione, non genera una testimonianza, non contagia una gioia. Ma un bel giorno un credente si accorge che la sua vita cristiana è scarica: è incolore, inodore e insapore, e avverte una scossa. Prova una gran voglia di cambiare; gli sembra come di passare attraverso un nuovo battesimo di fuoco; sente un insopprimibile desiderio di vivere la “vita nuova”, ricevuta in dono il giorno del suo battesimo.

         2. Ma ci sono epoche nella storia della Chiesa in cui il Signore pare non contentarsi più di piccoli falò o di focherelli di carta che si accendono qua e là nel popolo di Dio, con il pericolo di consumarsi in breve e di spegnersi del tutto, ma vuole che tutta la Chiesa si riaccenda e si rinnovi. Al Signore non gli basta più che ci siano qua e là nella pianura dei mucchietti di ossa che rivivono. Vuole che tutto il popolo si rimetta in piedi e sia come “un esercito grande, sterminato”. Perciò manda ancora i suoi profeti a gridare: “Ossa inaridite, ascoltate la parola del Signore: Ecco, io faccio entrare in voi lo Spirito e rivivrete… Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano” (Ez 37,4-10).

         Molti segni indicano che la nostra è una di quelle epoche. Un primo segno è lo scontento e la delusione che si fa sempre più strada, specie tra i giovani, nei confronti di altri progetti di rinnovamento della società che nel recente passato hanno affascinato l’animo di molti per un certo tempo, ma non sono “dello” e “nello” Spirito. Inoltre, a fronte di molti battezzati che abbandonano la Chiesa, stanchi di una religione sdolcinata e stucchevole – fatta di cerimonie, di formule, di precetti e divieti – altri invece avvertono un’ardente sete di vita nuova. Desiderano riscoprire la gioia dell’incontro con un Dio vivo, con un Gesù persona concreta, non personaggio da museo. E’ quella nuova Pentecoste, sognata da san Giovanni XXIII e dai padri del Concilio.

         Ma ora, a 50 anni dal Vaticano II, alla domanda se sia una vera Pentecoste quella a cui stiamo assistendo, dobbiamo rispondere senza mezze parole: sì! E il segno più convincente è il rinnovamento della qualità della vita cristiana. E’ la nuova immagine di Chiesa, rilanciata dal Concilio, quale popolo di Dio in cammino, sotto la guida dello Spirito Santo, animata dai suoi carismi, in comunione con i suoi pastori, come è possibile contemplarla nei movimenti ecclesiali, in associazioni antiche e rinnovate, in tante comunità parrocchiali, in cui è possibile fare oggi una esperienza viva di Gesù, attraverso la sua parola, il soffio del suo Spirito, una intensa vita fraterna, un audace slancio missionario.

Sono risvegli che danno luogo a un modo nuovo di stare insieme tra credenti, che somiglia a quello dei primi cristiani e tende a concretizzarsi in modelli nuovi e più autentici di comunità. I cristiani riscoprono la loro vocazione battesimale, come vocazione alla santità, e anziché essere spaventati da questa parola – “santità” – ne sono affascinati: sentono che la santità non è altro che la misura alta della vita cristiana, si rendono conto che essa è fatta per loro e loro sono fatti per essa.

3. Sì, è l’ora della Pentecoste. Lo Spirito Santo ci ha mandato un uomo, chiamato Francesco, che non si stanca di gridare: “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti” (EG 49). Usciamo dal cenacolo, altrimenti diventa un carcere in cui ci intrappoliamo con le nostre mani. “Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!” (EG 80).

         E’ l’ora della missione. Siamo troppo chiusi e rannicchiati nei nostri recinti; siamo rimasti a “fare i bigodini” alle dieci pecore ancora nell’ovile e facciamo poco, troppo poco! per andare a ritrovare le novanta smarrite. Ripeto: la domanda vera oggi non è: quanti cristiani siamo? ma: quanto siamo cristiani? La missione non è un lusso, ma un bisogno; non è un optional, ma un mandato; non è un peso, ma un dono: gratuitamente affidato alla nostra generosità. “La missione è una passione per Gesù, ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo” (EG 268).

         E’ l’ora della conversione pastorale. Ciò significa passare da una visione statica e burocratica della pastorale a una prospettiva missionaria; da una pastorale di conservazione, stanca e ripetitiva, a una pastorale di primo annuncio. Dobbiamo smettere di appartenere alla setta di quella gente che cade compulsivamente nel peccato ricorrente del “si dovrebbe fare così” o si sdraia pigramente nel comodo alibi del “si è sempre fatto così” (EG 96; 33).

         E’ l’ora di tornare all’essenziale: “Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere” (EG 35). Il cuore della fede cristiana non è una grande idea o un nobile valore; è un avvenimento, anzi una Persona che – fratello, sorella! – prova ad incontrarla, e poi mi dirai se non ti cambia la vita. Se dunque il cuore della fede è Gesù, il Messia, il nostro misericordioso e onnipotente Salvatore, allora non si può parlare “più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio” (EG 38). Bisogna anche evitare che la rigidità con cui si intende conservare la precisione del linguaggio vada a danno del messaggio. In altre parole, si può usare anche un linguaggio rigorosamente ortodosso ma incomprensibile ai più, e non trasmettere la perenne novità e l’inesauribile freschezza del vangelo. (cfr EG 41).

         E’ l’ora della grinta, dello slancio, dell’entusiasmo. Basta con le facce da funerale! Basta con cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua! Il vangelo della gioia si può annunciare solo con la gioia del vangelo. Le sfide ci stanno per essere attraversate, non per venire diplomaticamente bypassate, né per lasciarcene travolgere. Le sfide vanno appunto… “sfidate” con fiducia e tenacia, con grinta, addirittura con allegria! Non meravigliatevi di queste parole: non sono mie, ma di papa Francesco! Provare per credere: vedi EG 277;109.

         E’ l’ora dei no e dei sì di papa Francesco. No all’accidia egoista, no alla nuova idolatria del denaro, no all’ingiustizia che genera violenza, no al pessimismo sterile, no alla mondanità spirituale, no alla guerra tra di noi. Sì alla sfida di una spiritualità missionaria, sì alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo, sì alla Chiesa dei/con/per i poveri.

         E’ con questi pensieri e con questi sentimenti che comunico l’intenzione di indire una missione straordinaria per il prossimo biennio 2014-2016: il prossimo anno pastorale sarà dedicato alla preghiera, alla formazione e alla preparazione della missione; il secondo anno alla sua concreta attuazione. Mettiamo l’impresa della missione diocesana sotto la protezione dei nostri santi e beati, in particolare di Alberto Marvelli, in questo anno dedicato alla sua santa memoria, nel 10 anniversario della sua beatificazione.

         Lo Spirito della Pentecoste è il grande vento: noi non ne siamo i padroni, ma possiamo orientare le vele della barca della nostra Chiesa. Scrive il Papa: “Non c’è maggior libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolar e a controllare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove lui desidera” (EG 280).

         Preghiamo, con il Papa, santa Maria:

            “Stella della nuova evangelizzazione, aiutaci a risplendere nella testimonianza della   comunione, del servizio, della fede ardente e generosa, della giustizia e dell’amore   verso i poveri, perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della nostra terra e           nessuna periferia sia priva della sua luce”.

Rimini, Arco di Augusto, 7 giugno 2014

+ Francesco Lambiasi

(9 giugno 2014)