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Lettera da Patmos 5 – Il profumo della gioia

2015gen8

Per una comunità forte, mite e lieta

Alla Chiesa di santa Maria della Perfetta Letizia, scrivi: “Così dice il Signore, che è santo e verace. Conosco le tue opere. So che non avete molta forza, eppure avete messo in pratica la mia parola e non mi avete tradito. Ecco, ho aperto davanti a voi una porta che nessuno potrà più chiudere. Io sto per venire: rimanete saldi nella fede, perché nessuno vi tolga la corona della vittoria. Custodite con cura e contagiate attorno a voi il profumo della gioia. Ascoltate ciò che lo Spirito dice alle Chiese tramite il vescovo di Roma: Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia“.

Carissimi tutti, quando imbocco con la macchina l’ultimo rettilineo che porta alla vostra chiesa, mi salta subito agli occhi il cartello che annuncia il sito in cui è ubicata: Via della Croce. Mi domando: è solo una indicazione stradale? Poi, appena varcata la soglia, entro in chiesa e subito mi sento abbracciato da un’ondata di profumo intenso e avvolgente, che si lascia respirare a pieni polmoni: è il profumo della gioia. Lo ritengo il vostro distintivo più invitante e contagioso. Ecco, vorrei parlarvi ora proprio della gioia. Spero che la cosa vi possa tornare utile: perché anche se siete decisamente incamminati “sulla via della croce”, non vi considerate certo arrivati alla meta della perfetta letizia…

Non è facile parlare della gioia – me ne rendo conto – senza cadere nella banalità. Noi cristiani talvolta ne abbiamo fatto una sorta di gadget, nell’illusione di poter attraversare l’esistenza con occhiali rosa, avanzando con passi di danza su manti colorati di petali, magari con un candido giglio in mano. Vi dicevo che mi fa pensare molto il fatto che la vostra chiesa sia ubicata in Via della Croce. Opportunamente decodificato, quel cartello sta a significare che la gioia cristiana non va confusa con una superficiale euforia o con un facile ottimismo. La gioia è al termine di una via imprevedibile e paradossale: è appunto la via dell’amore crocifisso. Un amore che dà significato alla sofferenza ancor prima di eliminarla e, quando è possibile, lotta con mezzi pacifici per vincerla. La gioia per una comunità cristiana richiede in ognuno dei suoi membri la morte del proprio io, possessivo e vorace.

Ma quali sono gli ingredienti del profumo della gioia cristiana? Sono soprattutto due: la gratuità evangelica e la gratitudine pastorale. Innanzitutto, la gratuità, che ispira un atteggiamento di servizio, assolutamente immancabile negli operatori pastorali, a cominciare dal parroco e dai suoi più stretti collaboratori. L’attività pastorale non è una serie di opere buone che compiamo per sdebitarci con Dio o che dobbiamo necessariamente fare “perché ci voglia più bene”. E’ piuttosto un aiuto, offerto con gratitudine al Signore per la cura della fede dei fratelli e delle sorelle. E’ una grazia che avvolge di impensata tenerezza l’esistenza di quanti si chinano con umiltà a lavare i piedi di ogni membro della comunità. Il servizio pastorale non solo non può essere svolto in modo narcisistico e autoreferenziale: per compensarsi di qualche frustrazione, o in vista di una gratifica personale ambita e affannosamente ricercata, o per compiere un pesante dovere, oppure per comperarsi il centuplo. Il servizio pastorale si può compiere solo e sempre come gioiosa risposta a un amore che gratuitamente ci è stato offerto e gratuitamente va ridonato. Il servizio alla fede non può essere svolto neanche per proselitismo: per ingrossare le nostre file, per sentirsi più bravi degli altri, per l’affermazione pruriginosa del proprio ‘Io’ o del nostro ‘Noi’. Una volta ricevuto il dono dell’incontro con Cristo, non si può più fare a meno di condividerlo con altri.

Altro ingrediente della gioia cristiana è la gratitudine pastorale, virtù gemella della gratuità evangelica. Nella logica del regno di Dio, la gratitudine non si può pretendere. Ma quando la si incontra, costituisce sempre una lieta, grata sorpresa, che dilata il cuore e aiuta a bypassare il rischio di deliri di onnipotenza e di ansie da prestazione. Gesù non ha cercato la gratitudine, ma l’ha accettata di buon grado: dei dieci lebbrosi guariti, uno solo “tornò indietro lodando Dio a gran voce e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo“. A sua volta san Paolo ringrazia sempre coloro che lo aiutano nel ministero. Un esempio tra i tanti. Nel saluto ai cristiani di Filippi, scrive: “Ringrazio il mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi. Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia, a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno al presente”. Certo, nella comunità cristiana i problemi non mancano. Sconfitte e fallimenti nell’evangelizzazione sono frequenti e molto dolorosi, e rischiano di causare amarezze, risentimenti e penose frustrazioni. Ma finché la gratitudine prevale sulla lamentela, il pastore può stare sereno. La consapevolezza che Dio non è Padre a giorni alterni e che volge tutto al bene (proprio tutto, anche il male!), la certezza che Gesù ha già dato il suo sangue per la nostra salvezza, la verità che lo Spirito del Risorto non si è ancora stancato di operare per noi e con noi, e che la sua grazia rende possibile ogni nostro sacrificio per l’avvento del regno di Dio: questi sono convincimenti vigorosi e rasserenanti che ci aiutano a superare stanchezze, a vincere angosce e paure, ad attraversare rischi e avversità, a dare vela alla nostra pur fragile, eppure infrangibile speranza, riposta solo in Dio.

E al termine della giornata, il pastore che si è lasciato profumare dalla grazia – gratuità + gratitudine – e ha cercato di spandere il buon profumo di Cristo, sa di non aver fatto tutto, anzi ha fatto molto poco, ma ora quei due spiccioli di bene li mette nel… “banco di Santo Spirito” e se ne va a dormire. E così può dire a ragione: “In pace mi corico e subito mi addormento”. Il pastore sa pure che la giustizia, l’uguaglianza, la libertà sono beni escatologici, e la loro piena realizzazione si raggiungerà solo nel regno di Dio. Ciò però non vuol dire che queste realtà dobbiamo attenderle prefabbricate dall’alto. A noi non tocca mietere. A noi tocca arare e seminare, nella consapevolezza che il futuro è nelle radici. Tutti siamo abbastanza poveri per dover ricevere – abbiamo appena cinque pani – e siamo tutti abbastanza ricchi per poter dare: abbiamo almeno cinque pani! E il miracolo si rinnova: il tutto, anche se poco, di alcuni, moltiplicato dalle mani del Signore, diventa il molto per tutti.

Carissimi fratelli e sorelle, non dimentichiamolo mai: noi non dobbiamo fare da padroni sulla fede degli altri; vogliamo invece essere sempre collaboratori della loro gioia.

Buon cammino sulla via della croce e della perfetta letizia!

 + Francesco Lambiasi

(8 gennaio 2015)