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Obbediente per amore

2011apr23

Omelia pronunciata dal Vescovo nella liturgia del Venerdì Santo
Rimini, Cattedrale, 22 aprile 2011 –

Di fronte alla croce di Gesù non si può far altro che tacere e adorare. Il canto al vangelo che ha introdotto la proclamazione del Passio secondo Giovanni ci offre la chiave di lettura per entrare nel mistero tenebroso, ma ancor più luminoso della passione del Signore. Di quel canto abbiamo ascoltato la versione latina nella suggestiva melodia gregoriana. Reso in italiano, il testo suona così: “Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte, alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”. Come sappiamo, le parole di quel canto vengono dal celebre inno cristologico, autentica ‘perla’ della cristianità primitiva, incastonata nella lettera di s. Paolo ai Filippesi. La storia di Gesù vi è riassunta secondo tre fasi distinte e connesse.

1. Tre fasi della vicenda di Gesù

La prima è la fase della pre-esistenza: Cristo Gesù è dall’eternità nella condizione di Dio: è il Figlio beneamato, che ha ricevuto tutto dal Padre, dal quale viene amato con totale gratuità e che ricambia con infinita, totale gratitudine. Il Padre è l’amore amante; il Figlio è l’amore amato e riamante. Non si appropria e non si approfitta e dell’amore del Padre e del suo essere come lui; non considera suo possesso la natura divina che gli è stata donata; non scambia il dono ricevuto con un monopolio di sua conquista. Ma si spoglia delle prerogative della superiorità divina. Si espropria dei segni del potere per mostrare il potere dei segni dell’amore.

E’ la seconda fase, quella della pro-esistenza. E’ venuto in mezzo a noi, non è vissuto per sé, ma solo e sempre per il Padre e per i suoi fratelli. Ha amato appassionatamente la vita, quella dei fiori e degli animali, ma soprattutto la vita degli uomini, a partire dagli ultimi, i poveri, e ha annunciato a tutti la buona notizia, il Vangelo: “Il regno di Dio è arrivato in mezzo a voi, il Padre mio è Padre vostro e io sono il vostro fratello Gesù”. Mai egli si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli: ai poveri annunciò il vangelo del regno di Dio, la libertà ai prigionieri, agli afflitti la gioia. Ma incontrò il rifiuto degli uomini, conobbe il dolore e l’ingiustizia. Porteremo per sempre il dramma della sua giovane vita. Alcuni lo avversarono, per tutto il tempo della sua missione, e alla fine, con ingiusta sentenza, lo uccisero appendendolo alla croce. Allora anche i suoi amici lo abbandonarono. Restò Maria, sua madre, donna coraggiosa e fedele. Le tenebre avvolsero il mondo. Era morto il nostro Maestro, il nostro Amico più vero. Tutto sembrava finito.

Ma ecco il fatto inaudito e sorprendente, mai capitato nella storia degli uomini: il Padre lo ha risuscitato e lo ha superlativamente esaltato e gli ha dato il suo stesso nome, il nome di Signore. E’ la terza fase della vicenda di Gesù, quella che ancora continua: è la super-esistenza, non nel senso di esistenza da superuomo, ma di esistenza superiore, eterna, infinita. E’ la fase ancora in corso.

2. Dolorosa obbedienza per amore

Oggi siamo chiamati a ricordare la fase centrale della vicenda di Gesù, quella della pro-esistenza, culminata nella sua morte e morte di croce. Ce l’ha ricordata poco fa la Lettera agli Ebrei:

“Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui,          venne esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose    che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli     obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine      di Melchisedec”.

L’obbedienza è la password per entrare nel mistero della passione di Gesù. Oltre il passo paolino richiamato all’inizio – “Cristo si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce” – san Paolo vi dedica un’ampia riflessione nella lettera ai Romani e, dopo un vertiginoso confronto tra il primo Adamo e il nuovo, Cristo, arriva a concludere: “Per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19). Ma di obbedienza al Padre, parla in lungo e in largo il quarto vangelo. Ricordiamo almeno l’affermazione di Gesù: “Io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29).

Il momento cruciale di questa scelta di Gesù – obbedire senza se e senza ma alla volontà del Padre – è l’agonia al Getsemani. I sinottici sono concordi nel rappresentarci un Gesù sconcertante e irriconoscibile: è in preda a una altissima tensione, al punto da sudare sangue; cerca il conforto dei tre discepoli ‘preferiti’, ma non lo trova; sperimenta spavento, tristezza e angoscia. Si sente stretto nella morsa di una alternativa drammatica: non quella tra obbedire-disobbedire, ma quella tra obbedire a un disegno del Padre che prevede la croce e a un altro ‘possibile’, senza la croce, ma alla fine supera la tentazione con un abbandono senza riserve e senza rimpianti al suo tenerissimo, fortissimo Abbà. A chi si scandalizzava come il Padre potesse trovare compiacimento nella morte in croce del suo Figlio amato, s. Bernardo ribatteva: “Non fu la morte che gli piacque, ma la volontà di colui che spontaneamente moriva”. Infatti Dio vuole l’obbedienza, non il sacrificio. Leggiamo nell’Antico Testamento: “Obbedire a Dio è meglio del sacrificio” (1Sam 15,22), e quando l’anonimo autore della Lettera agli Ebrei descrive Gesù che con l’incarnazione “entra nel mondo”, gli mette in bocca le parole del Salmo 40: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta; un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici. Allora ho detto: ‘Ecco, io vengo, poiché di me sta scritto nel rotolo del libro, per fare o Dio la tua volontà’” (Ebr 10,5-7).

Ma lo stesso autore ispirato, nel brano riportato nella seconda lettura, ci ha ricordato che Gesù ha imparato “l’obbedienza da ciò che patì“. Quando noi pensiamo alla passione di Gesù, dobbiamo pensare sia alla passione del corpo, sia soprattutto a quella dell’anima.

Della prima, ricordiamo l’atroce supplizio della flagellazione. In Israele, la legge limitava i colpi al numero di quaranta (Dt 2,1-3). Al tempo di Gesù ci si fermava al trentanovesimo colpo, per essere sicuri di non sbagliarsi (cfr 2Cor 11,24). Ma per la legge romana, il supplizio era a discrezione del giudice, e veniva eseguito con il flagrum a corde grosse e con alle estremità pezzetti d’osso e di metallo, che scarnificavano il condannato, riducendolo spesso in fin di vita. E ricordiamo l’infame supplizio della croce. Il condannato, dopo aver portato la traversa orizzontale dal tribunale al luogo dell’esecuzione, veniva inchiodato ai polsi e ai piedi. La morte avveniva per asfissia e per sfinimento nervoso.

Ma per Gesù è stata soprattutto la passione dell’anima quella che più ha dovuto patire. Pensiamo all’amarezza della solitudine, dopo che i suoi discepoli lo hanno abbandonato e sono fuggiti. La solitudine più impressionante è quella che Gesù sperimenta sulla croce, quando si sente abbandonato dal Padre. Non fu certo un abbandono effettivo, ma affettivo, quando la massa del peccato dell’intera storia umana – passata, presente e futura – come una immensa piramide rovesciata gli ha causato la pena indicibile e straziante di sentirsi schiacciato, percosso da Dio e rifiutato.

In quegli istanti terribili e lentissimi, Gesù ha dovuto rovesciare la ciclopica piramide della disobbedienza umana con un atto ‘sovrumano’ di fiducioso abbandono al Padre, e così con la sua obbedienza ci ha costituiti giusti. Questo è ciò che gli chiede – e gli dona! – il Padre: reagire all’odio con l’amore e il perdono, non domandando di annientare i suoi carnefici, ma annientandosi. Umiliandosi, non umiliandoli. Mai obbedienza fu più costosa e feconda! Costosa, perché tutto gli fu tutto gli fu tolto alla fine. Persino l’amore che lo aveva condotto in croce: egli non lo assapora più. La sua bocca è incrostata di sangue; il suo cuore è arido come il deserto; la sua anima triste fino alla morte. Obbedienza feconda, perché così Gesù “divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.

+ Francesco Lambiasi

(23 aprile 2011)