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Missione-Speranza

2013nov22

Omelia tenuta dal Vescovo in occasione del XX di avvio della missione diocesana in Albania

E’ una domanda seria, che non può rimanere sospesa a mezz’aria. Per quanto, consapevolmente o meno, si cerchi di silenziarla o si tenti, con qualche marchingegno, di addomesticarla in tutti i modi, ritorna puntuale e ineludibile: Ma dove stiamo andando? A prima vista la risposta di Gesù sembra collocarsi in linea di continuità con i fiammeggianti messaggi dei profeti, i quali non solo dicevano che la storia, per quanto aggrovigliata e caotica, avrebbe ben presto imboccato il rettilineo a senso unico verso il traguardo finale, il giorno del Signore, ma dipingevano quel giorno con tinte cupe, come una spaventosa conflagrazione cosmica, come un irreversibile collasso universale. Abbiamo ascoltato la voce tuonante del profeta Malachia: “Ecco, sta per venire il giorno (del Signore) rovente come un forno”. In effetti anche Gesù parla di una distruzione irreparabile e devastante, a cominciare dal tempio di Gerusalemme: “Vi saranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta” (Lc 21,6). E subito dopo rincara la dose: “Si solleveranno nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo” (Lc 21,10s).

    1. Come si vede, il Maestro parla il linguaggio apocalittico. La parola apocalisse evoca nell’immaginario collettivo angosciosi scenari di catastrofi, di carestie e paurosi cataclismi, con tutto un lugubre campionario di sciagure, calamità e mostri da incubo. In verità “apocalisse” significa letteralmente “rivelazione”: si tratta di un genere letterario che, pur utilizzando un linguaggio scioccante, mira paradossalmente a comunicare un messaggio di consolazione e di rasserenante speranza.
    Gesù non intende soddisfare la morbosa curiosità solleticata nella fantasia popolare dai profeti di sventura. In effetti non solo non risponde alle domande sul quando e sul come si verificheranno gli sconvolgenti fenomeni annunciati. Anzi, pur stando rigorosamente attento a non fare scattare l’allarme, mette in guardia dal seducente miraggio di previsioni sensazionalistiche e di fantastiche aspettative: “Badate di non lasciarvi ingannare”. A Gesù non interessa affatto stuzzicare la voglia pruriginosa – dei discepoli e di altri ascoltatori – di sapere “come andrà a finire”. A lui sta a cuore rivelare non tanto la fine del mondo, quanto piuttosto il fine della storia. Per questo il discorso del Maestro di Nazaret, pur impostato sul futuro e impastato di eventi disastrosi, in realtà va considerato nel complessivo fluire del limaccioso fiume della storia. In questo contesto la stessa distruzione del tempio è solo un “segno” della fine. Perciò questo ultimo discorso pubblico di Gesù può essere chiamato a giusto titolo “il vangelo della storia”, ossia la buona notizia riguardo a tutta la vicenda della salvezza dell’umanità, abbracciata con uno sguardo panoramico e giudicata dal punto di vista di Dio. Letto con gli occhi del Maestro di Nazaret, lo zibaldone della storia appare nel suo intreccio, ingarbugliato e convulso, di amore e di violenza, di luce e di tenebra, di grano buono e di velenosa gramigna. Pertanto l’immagine di Gesù, quale si specchia nelle sue parole, è quella di un Maestro che non è né inguaribilmente ingenuo né implacabilmente catastrofico.

    2. Per Gesù la storia presenta due facce: la prima, oscura e violenta, è la faccia imbrattata dal fango della menzogna, striata dal sangue della persecuzione, lacerata dagli strappi della divisione. Sono i tre ingredienti del veleno che ammorba il mondo e che aggrediscono l’umanità, sempre a rischio di naufragio. Il primo ingrediente è la tossina della falsità e della più subdola confusione. “Molti verranno nel mio nome dicendo: ‘Sono io’ e: ‘Il tempo è vicino'” (Lc 21,8). Ecco il ghigno seducente e provocante del Tentatore, che farà perdere la testa a molti, non solo fuori, ma perfino all’interno della comunità credente. Niente paura: è il copione della storia, che si riproduce automaticamente. Perciò la parola di Gesù è netta: “Non andate dietro a loro!”. L’altro veleno mortale è rappresentato dalla violenza della persecuzione. Il Maestro aveva parlato chiaro ai discepoli. La loro sequela non sarebbe stata una marcia trionfale. Ma la persecuzione diventa il test di autenticità per il discepolo. Niente illusioni: come per il Maestro, così per i suoi: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Infine, lo strapotere del male aggredisce dall’interno la comunità cristiana: è lo scandalo della divisione: “Sarete traditi anche dai genitori… e dagli amici” (v. 16). La divisione è la metastasi del corpo ecclesiale. C’è quindi bisogno di attrezzarsi degli unici anticorpi efficaci: la luce della verità e la forza della carità, donate dallo Spirito del Risorto.  
    Ma c’è l’altra faccia della storia, quella che riporta il profilo di Gesù stesso. No, non è nel mondo, ma solo nel suo Signore che la comunità credente può trovare pace e concordia. Nella “drammatica commedia” della storia, lo sguardo di Dio Padre si appunta su di me, non certo con l’occhio indiscreto e minaccioso di un giudice implacabile; è piuttosto uno sguardo dolcissimo che mi abbraccia e custodisce con misericordia ogni mio più minuscolo frammento: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà”. E’ vero che il Maestro parla di “fatti terrificanti” (v. 11), ma il suo appello è rassicurante: “Non vi terrorizzate!” (v. 9). Forse l’immagine che rende meglio il messaggio di questo Maestro, il quale non fa affatto del terrorismo psicologico, è la toccante metafora della donna che sta per partorire, scolpita da Gesù nel vangelo di Giovanni (Gv 16,21s): quando viene la sua ora, la madre soffre e grida; dopo il parto non ricorda più le doglie, ma conosce una gioia impagabile. Così è il mondo: è “gravido di Cristo” (s. Agostino). Tutto l’universo è in travaglio, lo afferma anche san Paolo: “Tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto” poiché “è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,22.19). Così, tutto il messaggio di Gesù si racchiude in una riga di audace speranza: “Con la vostra perseveranza, salverete la vostra vita”. Perseveranza non significa  debole, passiva rassegnazione; significa piuttosto tenace resistenza. Non è vero che “resistere non serve a niente”. E perciò, di fronte alla corruzione, io non mi arrendo. Di fronte alla menzogna, io non mi arrendo. Di fronte alla violenza, alla prepotenza, ad ogni forma di malvagità o di offesa dei più piccoli e dei più poveri, io non mi arrendo.     
   
    3. Da questo passo del vangelo piovono abbondanti fasci di luce sulla missione. Nei venti anni di presenza in Albania i nostri missionari hanno piantato promettenti germogli di speranza nei solchi aperti da una dittatura tra le più bieche e crudeli del secolo scorso, e da una sanguinosa guerra civile. Le due strade percorse dalla missione diocesana sono state quelle della evangelizzazione diretta e della promozione umana. E’ importante continuare a percorrere queste strade, che non sono alternative ma convergenti. Perché una evangelizzazione senza l’impegno coerente della promozione umana rischierebbe di negare la verità dell’Incarnazione; una promozione umana senza lo specifico della evangelizzazione si ridurrebbe fatalmente a generica filantropia.    
      Qui occorre coltivare la devozione alla “Madonna dell’equilibrio”, rimanendo saldamente ancorati al “tripode” basilare del missionario: parola, liturgia, vita. Cari missionari e missionarie in Albania, lasciatemi, anzi aiutatemi a tradurre i grandi orientamenti riguardanti l’attività missionaria della Chiesa in indicazioni concrete e praticabili. Innanzitutto ricordiamo sempre che il primato spetta alla fede. Non possiamo ridurre l’evangelizzazione alla organizzazione della carità, al volontariato e all’impegno per gli altri. In questi anni l’attenzione alla prassi di solidarietà verso gli ultimi e i poveri ha costituito il segno di un salutare risveglio della coscienza cristiana, ma questo impegno non può restare sganciato dal comandamento prioritario dell’amore al Signore e dall’imperativo della sua sequela. Il mio amore è troppo piccolo e troppo opaco per i poveri. E allora bisogna narrare l’amore del Signore per loro, per noi e per tutti. Occorre comunicare l’evento che ha cambiato la storia: la Pasqua di Gesù, in cui si è manifestato in pienezza l’amore di Dio per l’umanità naufragata nel mare del peccato, dell’egoismo e della violenza.
      D’altra parte – lo sappiamo – non basta annunciare verbalmente il vangelo: lo si deve annunciare vitalmente, con fatti di vangelo. Prima e più che ‘dimostrare’ la verità della fede, il missionario cristiano ne deve ‘mostrare’ l’efficacia, a cominciare dalla propria vita: prima che evangelizzatore, egli deve provare di essere stato evangelizzato e deve ‘testare’ che il vangelo gli ha cambiato la vita. Infatti un missionario che non voglia essere ‘dimissionario’ è un ‘testimone’! D’altro canto il Concilio ci ricorda che “non basta che il popolo cristiano svolga l’apostolato con l’esempio: esso è costituito ed è presente per annunciare Cristo con la parola e con l’opera (verbo et opere)” (AG 15).         
      Su queste ultime battute ritengo che sarà opportuno ritornare in modo più disteso e approfondito. Chiudo tornando al vangelo. Gesù oggi ci ha ridetto che perfino la persecuzione sarà “occasione di dare testimonianza”. Testimonianza traduce la parola ‘martirio’, e significa “dire Gesù Cristo” soprattutto con la vita. Come in fondo ha fatto Gesù stesso. Non c’è da illudersi: in ogni occasione – opportuna e inopportuna – è sempre l’ora di dare testimonianza. Questo si deve. E si può.
      Il tempo della Chiesa è il tempo dei martiri. Sempre.

Rimini, Basilica Cattedrale 2013

      + Francesco Lambiasi  
     

 

(22 novembre 2013)