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Maria serva e maestra di non-violenza

2017gen3

Omelia tenuta dal Vescovo nella solennità di Maria Madre di Dio per la Giornata Mondiale della Pace

Una immagine intrisa di luce intensa: la mamma, Maria, con il Bambino sulle ginocchia, il piccolo Gesù. E’ l’immagine scelta dalla Chiesa per celebrare Maria con il titolo più ardito, anzi il più spericolato, che mai sia stato attribuito a una donna, sotto il cielo: Madre di Dio. Sì, proprio di Dio, poiché il suo bimbo è in persona il Figlio di Dio, e perciò Dio lui stesso. L’immagine di Maria che allatta il Dio-bambino è quella selezionata dalla liturgia come icona dell’anno che sorge. In effetti nulla e nessuno come la maternità e il vagito di un bimbo contagiano un sussulto di stupore per il fiore di un essere che sboccia, cantano l’incanto di una creazione nuova, gorgheggiano il giubilo per una sorgente di vita che ha miracolosamente ripreso a zampillare. C’è una immagine di pace più espressiva di una maternità tanto tenera e forte come quella di Maria? No, non c’è. Non ce n’è una altrettanto dolce, che però non diventa mai sdolcinata. Non ce n’è neanche una altrettanto forte, che però non degenera mai in durezza gelida e arcigna. Ecco perché 50 anni fa Paolo VI ha decisamente indovinato nel fissare proprio in questa solennità della Madre di Dio, la Giornata mondiale della pace.

1. No, ora non ho nessuna smania di utilizzare il titolo della pietà popolare che decanta Maria come “regina della pace”. Con tutto il rispetto per il sentimento religioso del santo popolo di Dio, permettetemi di confessare che mi disturba alquanto l’immagine di una Madonna seduta in trono, con tanto di scettro e di corona, magari circondata da una guardia del corpo, formata da quattro cherubini, con tanto di spade fiammeggianti, sempre pronti a fare fuoco contro attentatori e persecutori. No, preferisco immaginare Maria con il suo titolo più umile e più alto, l’unico di cui lei stessa si sia fregiata: serva del Signore.

Veramente ce ne sarebbe anche un altro, piuttosto singolare, che uno scrittore medievale le ha attribuito: “Nobile tavola da pranzo per tutte e tre le Persone divine” (Ildefonso di Toledo). Per associazione di immagini, la fantasia vola allora alla celebre icona di Rublev. Al centro della scena, una mensa, che raduna insieme le tre Persone divine, in maestosa, amabile convivialità, in piena e totale condivisione di vita e di pensieri, di affetti e di opere. Ecco, viene da considerare che Maria sia proprio quella mensa, quel “nobile triclinio”. Ora, se le tre Persone divine sono perfettamente uguali, perfettamente distinte, perfettamente unite, e Maria esercita qualche ruolo fondamentale nei cieli alti e incontaminati della santa Trinità, è da pensare che un analogo ruolo Maria lo svolga anche in quelle realtà che si possono chiamare “agenzie periferiche”, dislocate sulla terra, della comunione trinitaria: dalla famiglia alla parrocchia, dalla comunità religiosa all’aggregazione ecclesiale, dal presbiterio all’intera diocesi.

2. Con questa immagine di Maria-mensa davanti agli occhi del cuore, vorrei passare brevemente al tema della Giornata mondiale della Pace: “La non-violenza: lo stile della politica per la pace”.

Basta dare uno sguardo agli scritti di/su tutti i grandi maestri della non-violenza per convincersi che il tema della convivialità delle differenze vi è strettamente addentellato. Pensiamo, almeno per un momento, a come è distribuita male la ricchezza sulla terra: il 30% dell’umanità blocca l’88% delle ricchezze del pianeta. E’ come se su una tavola ci fossero 100 pani. Di 100 commensali che stanno attorno, 30 mettono le mani su 88 pezzi di pane, e gli altri 70 si devono accontentare dei rimanenti 12 pezzi. Bisogna partire da queste considerazioni per darsi ragione di tutti i perversi fenomeni di violenza che noi sperimentiamo sulle nostre trincee di periferia. Questa è la situazione: il mondo è diviso in due parti. E’ stato detto: “C’è una parte che non dorme perché ha fame e l’altra parte che non dorme perché ha paura di quelli che hanno fame”. E pensare che se tutti gli uomini della terra che muoiono per fame si dessero una mano, cingerebbero l’equatore ben venti volte. Ora la pace non viene quando uno si prende soltanto il suo pane e va mangiarselo “in santa pace” (!) per conto suo. Allora, al limite, si realizzerà la giustizia, ma non è detto che automaticamente si realizzerà anche la pace. In effetti è qualcosa di più, la pace: è, appunto, convivialità, è mangiare il pane insieme con gli altri, senza rifugiarsi sul proprio isolotto. La pace è la convivialità delle differenze, che si realizza quando le differenze convivono armonicamente, quando si meticciano in un mix corale e multicolore, fino a ‘comporre’ un mosaico stupendo, una melodiosa sin-fonia.

3. Ma perché non scivoliamo, magari ingenuamente, sul piano inclinato di una comprensione zuccherosa di questa convivialità, perché non ci adagiamo sul morbido divano di una interpretazione buonista della non-violenza, occorre ricordare che Maria, donna conviviale, è stata anche donna di parte. Basti pensare al canto che lei si porta tatuato sul cuore: il Magnificat. Un inno che non può essere scambiato per una sorta di marsigliese del fronte cristiano di liberazione. In effetti, con il suo canto Maria non ha inteso dare la carica per innescare una rivoluzione sociale, o per provocare la lotta di classe. Comunque i suoi versi profetici vanno ben oltre le legittime rivendicazioni di una giustizia terrena. Sta di fatto che il Magnificat dice pur sempre una precisa scelta di campo, da parte di Maria. Già, Maria si è messa dalla parte dei vinti. Ha scelto di giocare, per così dire, con la squadra che perde. Si è arruolata, per continuare in metafora, nell’esercito dei poveri. Ma sempre usando le armi della non-violenza, senza mai neanche invocare o provocare la violenza delle armi. Senza mai fare appello al tribunale della cosiddetta giustizia divina perché incenerisse i mandanti e gli esecutori della morte in croce di quel tesoro di suo Figlio, l’unico bene della sua povera vita.

Possiamo allora invocarla così, con le parole di un vescovo, don Tonino Bello, autentico profeta della non-violenza:

“Santa Maria, donna conviviale e coraggiosa, ispira la protesta delle madri lacerate negli affetti dai sistemi di forza e dalle ideologie di potere. Tu, simbolo delle donne irriducibili alla logica della violenza, guida i passi delle ‘madri-coraggio’ perché scuotano l’omertà di tanti complici silenzi. Scendi in tutte le ‘piazze di maggio’ del mondo per confortare coloro che piangono i figli desaparecidos. E quando suona la diana di guerra, convoca tutte le figlie di Eva perché si mettano sulle porte di casa e impediscano ai loro uomini di uscire, armati come Caino, ad ammazzare il fratello”.

Allora, confortati dai tuoi irrefrenabili singhiozzi, scanditi da accorati sospiri, ti invocheremo con le dolci parole della preghiera più antica che sia stata scritta in tuo onore: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio; non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”. Così sia.

Rimini, Basilica Cattedrale, 1 gennaio 2017

+ Francesco Lambiasi

(3 gennaio 2017)