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Maria donna di pace

2018gen3

Omelia del Vescovo nella solennità di Maria SS. Madre di Dio

Il calendario del nuovo anno inizia con una pagina tutta bianca, dove però troviamo già scritte due parole, e precisamente un nome, Maria, e una voce, pace. L’accostamento tra la solennità di Maria e la giornata mondiale della pace risulta tutt’altro che scontato, ma neanche lo si potrebbe definire puramente fortuito o addirittura forzato. Infatti Maria ha ascoltato il canto degli angeli precipitatisi dal cielo sulla grotta di Betlemme, per proclamare la gloria di Dio per la nascita del suo Figlio Gesù e annunciare la “pace in terra agli uomini amati dal Signore”. E’ legittimo pensare che quel canto si deve essere come tatuato sul filo della memoria di Maria, se è vero che ne ha custodito gelosamente l’eco commossa e l’ha a lungo meditato nel suo limpido cuore. Tutta la vita di Maria si può definire un cammino di pace. Rimettiamo a fuoco la scena-madre del vangelo del Natale, nella quale contempliamo con sguardo redento Maria madre di Gesù, il Figlio di Dio, e perciò madre di Dio.

1. La maternità divina di Maria è innanzitutto un mistero di umiltà. All’annuncio da capogiro dell’angelo Gabriele di diventare la madre del Figlio di Dio Maria si era arresa disarmata e disponibile e aveva consegnato a Gabriele il suo biglietto da visita: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Ma non si è data le arie. Non si è montata la testa. Non si è atteggiata a reginetta della Galilea. Non ha preteso né reggia, né scorta, né guardia del corpo. Certo nella visita ad Elisabetta aveva cantato il Magnificat al Signore, suo Salvatore. E aveva riconosciuto che “grandi cose aveva fatto in lei l’Onnipotente”. Era perfino arrivata a prevedere che “tutte le generazioni l’avrebbero chiamata beata”. Ma tutto questo era avvenuto perché l’Altissimo aveva “guardato l’umiltà della sua serva”.

Umiltà è parola esiliata dal nostro vocabolario corrente, ma ne è pieno tutto il Nuovo Testamento. Basti dire che è tratto inconfondibile nella carta di identità di Cristo Gesù, il quale “non considerò un privilegio l’essere come Dio”. Ma è anche virtù inevitabile nel profilo di ogni cristiano, che deve “considerare gli altri superiori a se stesso” e non deve “fare nulla per rivalità o vanagloria” (Fil 2,6.3). Pertanto si può dire che non c’è pace senza umiltà. Lo annotava con parole limpide e concrete Madre Teresa di Calcutta:

Questi sono i modi con cui possiamo mettere in pratica l’umiltà: parlare il meno possibile di noi stessi; rifiutare di immischiarci negli affari degli altri; accettare allegramente le contraddizioni e le correzioni; passare sopra agli errori altrui; non cercare di essere particolarmente prediletti e ammirati; non calpestare mai la dignità di nessuno.

2. La divina, umanissima maternità di Maria è anche un mistero di solidarietà. Da ricco che era, Gesù si è fatto povero per noi, per arricchirci con la sua povertà, afferma san Paolo (cf. 2Cor 8,9). In questo possiamo dire che se il Figlio è tutto sua Madre, anche la Madre è tutta suo Figlio. Quando i pastori arrivano a Betlem, non si trovano davanti una giovane regina madre, scortata da un plotone di angeli armati di spade fiammeggianti. No, trovano un bambino “nato da donna”. E’ difficile trovare parole più semplici e scarne di queste, più legate all’esistenza comune: nascita, figlio, donna. Se Gesù “non si vergogna di chiamarci fratelli” (Eb 2,11), Maria non si vergogna di accoglierci come suoi veri figli.

Non c’è pace senza solidarietà. In questo senso si può interpretare la risposta di Caino alla domanda di Dio: “Dov’è Abele tuo fratello?”. “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gn 4,9). Sì, ogni uomo è custode di suo fratello, perché Dio affida l’uomo all’uomo. Ed è in vista di tale affidamento che Dio dona ad ogni figlio di Eva la libertà, che possiede una imprescindibile dimensione relazionale. La libertà è grande dono del Creatore, posta come è al servizio della persona e della sua piena realizzazione mediante il dono di sé e l’accoglienza dell’altro. Solidarietà è parola ben espressa da un proverbio africano: “Se vado da solo, corro più veloce. Se camminiamo insieme, arriviamo più lontano”. E anche da una foto di “pubblicità–progresso”, dove si vede una persona che sta dando da mangiare a un povero, mentre in sovrimpressione si legge: “Fatti i fatti loro”.

3. La maternità di Maria è, in terzo luogo, un mistero di non-violenza. Nella scena contemplata dai pastori tutto dice che qui non ci troviamo davanti a una madre, asserragliata in un fortino, o sistemata in un castello regale, per dare alla luce un futuro pretendente al trono di Davide. Nella nuda espressione che presenta Gesù come “nato da donna”, si riscontra quasi un sapore casalingo, commisurato alla più semplice e disarmante quotidianità. Betlemme ci insegna che non c’è pace senza non-violenza. Che non è una tecnica ingenua, uno sciroppetto di buoni sentimenti o, peggio, un’accettazione supina delle situazioni di ingiustizia, addirittura una forma di vigliaccheria. In piena apartheid, a Lesoto, Giovanni Paolo II affermava: “Non c’è nulla di passivo nella non-violenza, quando questa è dettata dall’amore. Scegliere i mezzi della non-violenza è fare una scelta coraggiosa nell’amore, una scelta che è un fermo impegno verso la giustizia”.

4. Non c’è pace senza umiltà, senza solidarietà, senza non-violenza. Né in famiglia, né nella Chiesa, né nella società. La famiglia è il primo laboratorio di pace. O è invece il primo arsenale di guerra? Così avviene quando al suo interno si ingenera concorrenza e sorda rivalità tra gli sposi, o quando il figlio viene strumentalizzato come il piedistallo di base per il monumento personale dei genitori. Il figlio non è né un diritto né un prodotto: è un dono. Non c’è pace nella Chiesa quando ognuno o anche uno solo vuole essere al centro di tutto e al di sopra di tutti. Allora si scatena la guerra di tutti contro tutti. Non c’è pace nella società quando le varie parti sociali cercano di affermarsi le une sopra le altre, le une senza o contro le altre. “Umiltà è deporre l’io dalla sua sovranità” (Italo Mancini), altrimenti non si farà mai posto né al tu né al voi né a loro.

Fratelli, Sorelle, Amici, permettermi di invitarvi a sottoscrivere questa preghiera:

Signore Gesù Cristo, tu sei la nostra pace: tu hai abbattuto il muro di separazione che ci allontanava da Dio e dai fratelli. Per intercessione di Maria, tua e nostra madre, annienta le occasioni di divisione, frutto dell’egoismo e dell’orgoglio. Accresci la fede e l’amore, affinché la tua Chiesa sia una nella tua pace. Amen.

Rimini, Basilica Cattedrale, 1 gennaio 2018

+ Francesco Lambiasi

(3 gennaio 2018)