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L’Immacolata secondo Don Oreste

2018dic12

Omelia del Vescovo per la Solennità dell’Immacolata

Premetto che la scintilla dell’ispirazione per questa omelia mi è scoccata in cuore nel rileggere due omelie del ‘Don’: una tenuta il 7 dicembre 1985, e una seconda, durante il pellegrinaggio dell’APGXXIII a Lourdes nel settembre 2006.

Quando si dice la rivincita di Dio… Il mattino della creazione il mondo era uscito dalle mani del Creatore come un giardino fiorito, affidato ad una umanità innocente, perché vi potesse vivere felice. “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”. Al termine del suo lavoro, il Creatore abbracciò l’opera compiuta con un sorriso compiaciuto e benedisse quanto aveva fatto. Tutto scintillava di grazia, tutto risplendeva di bellezza e di immacolato candore.

1. Ma ben presto l’ombra del male si allungò tenebrosa su tutto il creato e si annidò nel cuore umano, depositandovi le larve malefiche dell’egoismo, dell’odio, della più cruda violenza. Chiamato ad incontrare Dio nell’amore, l’uomo sperimentò una pervicace perversione del desiderio e fu aggredito da febbrili deliri di onnipotenza: poter diventare come Dio, ma senza Dio e contro Dio. Con il frutto proibito ancora tra i denti, l’uomo puntò il dito contro la donna: la loro reciproca armonia si guastò, e si spezzò il filo rosso dell’originale comunione con Dio. Anche il creato di colpo sfiorì, e la storia imboccò a folle velocità la china irreversibile di un catastrofico degrado. La morte, la gelida, terribile mietitrice, fece il suo ingresso trionfale nel mondo, sfoderò la sua falce fatale e con spietata crudeltà cominciò ad abbattere ogni sia pur esile stelo di vita. Dio si addolorò molto per quel disastro irreparabile e dilagante, ma non si arrese. Anzi fece subito scattare il “piano-salvezza”, e giurò a se stesso di mettercela tutta per salvare i suoi figli da quell’immane naufragio. Avrebbe mandato suo Figlio in persona, e l’avrebbe fatto nascere da una donna, creata al di qua di ogni contaminazione. Una donna “piena di grazia”, puro germoglio, integralmente sano e senza macchia, dal quale sarebbe ricominciata una nuova umanità.

Ecco la rivincita di Dio: Miriam di Nazaret.

Anche di Maria si potrebbe affermare – fatte le debite proporzioni – quanto san Paolo afferma di Cristo: “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20). Certo, la grazia straripante, da cui Maria è avvolta e intimamente penetrata, è il frutto anticipato della grazia salvante di Cristo. Come “figlia del suo Figlio”, Maria è il “frutto del suo frutto”, è il frutto benedetto del benedetto frutto del suo grembo, Gesù. Maria è l’aurora che precede il sole e ne è preceduta; ne è l’anticipazione e l’effetto. E’ la preservata dal peccato, la “graziata” sin dall’origine, grazie all’unico Salvatore di tutti, Cristo. Può sembrare, questo parlare, un vano, ingarbugliato bisticcio di parole, e invece è solo il timido balbettio per dire l’indicibile. Resta che “grazia” è la password consegnata da Gabriele a questa fanciulla, gratuitamente colmata di una pienezza d’amore, per invitarla a rallegrarsi e a non aver paura di affacciarsi sul vertiginoso abisso di luce da cui è abitata.

2. Ora però dobbiamo avere il coraggio di affrontare due domande ineludibili, che la ragione pone alla fede e alle quali la fede si offre serena e disarmata.

Ma come fa Maria ad essere veramente e pienamente umana se non è una peccatrice? Se è unica per preservazione dal peccato e per pienezza di grazia, non è allora una regina stratosferica, una diva sopralunare, distante ed estranea alla nostra miseria? Non è forse la sua privilegiata posizione un insulto alla povertà della nostra condizione umana? Dobbiamo ritornare alla prima lettura: viene dal capitolo secondo della Genesi e racconta la caduta della prima origine (il “peccato originale”), dopo che è stata narrata la creazione dell’uomo e della donna. Ciò sta a dire che il peccato non è costitutivo dell’essere umano e che davvero “l’uomo non è il suo errore”. Infatti il peccato, più che umano, è infra-umano, cioè non rende più umani, ma meno, molto meno. La riprova si ha in Cristo: la sua umanità è senza peccato, ma c’è una umanità più umana della sua? Semmai il peccato è barriera non solo tra Dio e noi, ma anche tra di noi. Pertanto il “pieno” di grazia che è Maria non ci deruba. Il vertice della sua santità non ci asfalta. Lo splendore della sua perfezione non ci oscura.

Ma la grazia che avvolge Maria fin dall’inizio della sua esistenza e la impregna fin nelle fibre più intime del suo cuore – è la seconda obiezione – non la rende, forse, una sorta di “donna prefabbricata”, programmata e telecomandata una volta per tutte, e garantita dalle prove a cui vanno soggetti tutti i comuni mortali? Tutt’altro! Maria è stata salvata in anticipo, ma non è stata “assicurata” a vita contro gli infortuni del nostro cammino. Anche lei ha dovuto sperimentare le asprezze dell’esistenza umana. Anche lei ha dovuto intraprendere il pellegrinaggio della fede. Anche lei ha dovuto avanzare sul duro tracciato della vita con fortezza e coraggio, lasciandosi trafiggere il cuore dalla spada del dolore. Addirittura, prima di noi e per noi, ha dovuto sperimentare la notte della fede, la più buia e la più fredda di tutte le notti. L’assenza del peccato non la rende impassibile alla tentazione: la sua libertà è stata in bilico tra l’obbedienza a Dio e la ribellione alla sua misteriosa, amarissima volontà. Anche la fede di Maria, la madre di tutti i credenti, è stata analizzata “come oro nel crogiolo” (cfr 1Pt 1,7). Anche lei, come Cristo suo Figlio, è stata provata “in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4,15).

A partire da Maria, Dio dimentica il passato e rilancia daccapo il mondo verso l’avvenire. E’ il mistero insondabile della grazia misericordiosa di Dio, il quale chiama tutti i suoi figli a diventare “santi e immacolati nell’amore” (Ef 1,4). A noi, pellegrini d’Avvento, oggi Maria dice: “Niente ci è dovuto, tutto ci è donato, per sua pura misericordia. Ecco, la porta è aperta: il Signore viene”. E noi insieme allo Spirito e alla Sposa gridiamo: “Vieni, Signore Gesù!”.

3. Ritorno ora direttamente ai messaggi del ‘Don’ così come lui li desumeva dalla Parola.

Il primo riguarda la relazione che vincola Maria a Dio. Certo, senza di lei noi non avremmo potuto avere Gesù. Maria è la garanzia più sicura che ci fa evitare lo scoglio del ‘neo-gnosticismo’. Oggi noi cristiani rischiamo di ridurre il cristianesimo a una serie di astrazioni volatilizzate e astratte. Maria è una madre: di Gesù e nostra. Ma le astrazioni non hanno bisogno di una madre… Ne discende che il dono più gradito a Maria è il nostro ‘sì’ a suo Figlio.

Un secondo messaggio riguarda il nostro rapporto con Dio modellato su Maria e modulato secondo il linguaggio di don Oreste: “Dio ha fatto verità su di me e ha riconosciuto il mio essere nulla. Si è intenerito del mio niente e così ha potuto fare grandi cose per me, come ha fatto per Maria”.

Un terzo messaggio concerne la concezione della vita come pellegrinaggio. “Il pellegrino – scriveva don Oreste – è per strada, ma il suo cuore è già nella meta”. Il pellegrino non è un vagabondo, il quale gira a zonzo, e non ricorda più da dove sia partito e verso dove sia diretto. Il pellegrino cristiano può dire a un altro non-cristiano dove insieme potranno trovare da mangiare.

Don Oreste concludeva: Guardando a Maria possiamo dire che tutto è grazia. Nulla ci è dovuto. Tutto ci è donato.

Rimini, Palacongressi – Convegno per i 50 anni dell’APGXXIII, 7.12.2018

+ Francesco Lambiasi

(12 dicembre 2018)