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Lettera Pastorale 2010

2010set22

 

FARE I CRISTIANI

Lettera Pastorale 2010
su alcuni aspetti della formazione alla vita cristiana

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Carissimi tutti,

sono grato al Signore perché anche in questa estate mi concede una breve sosta, che mi dà modo di tirare un po’ il fiato e di rileggere con lo specchietto retrovisore della memoria il tratto di strada fin qui percorso.

1. Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi. Quando ritorno con il pensiero agli avvenimenti più recenti che hanno segnato il nostro cammino, prego con gioia grata e commossa per i tantissimi semi di luce che il Signore continua a donarci: non esagero se dico che basterebbe anche il loro semplice elenco a infittire di volti e di date tutte le pagine seguenti. Vi chiedo, almeno, di aiutarmi a ringraziare il Padre di ogni misericordia per il mare di grazia e di bene sperimentato, nei mesi scorsi, nella visita pastorale, come pure per l’ordinazione di tre nuovi sacerdoti, di cinque diaconi, di cui tre permanenti, e per la professione religiosa di quattro giovani suore.

Ma più ci penso e più mi rendo conto che mi è difficile trovare nella mia esperienza di Chiesa un momento più vorticoso del presente, per la rischiosa traversata della barca di Pietro. Se il black-out generale non fosse rischiarato dalla luce del cero pasquale – continua ad essere ancora vero che Cristo è risorto! – la situazione della comunità cristiana ci apparirebbe drammatica e desolante. Ritornando alla metafora evangelica, dobbiamo onestamente ammettere che oggi la navicella della Chiesa è di nuovo nella bufera. Ma a vincere la tentazione dell’angoscia è la certezza che il braccio del Signore non si è accorciato e ci sta dando una mano decisiva per uscire dallo tsunami in corso, grazie alla salda guida di papa Benedetto.

Anche nella notte che stiamo attraversando, il Successore di Pietro appare come un timoniere saggio ed esperto, che ci vede – ci vede molto bene! – e con lucida determinazione continua ad indicare all’equipaggio la direzione da seguire: non la recriminazione vittimista e rancorosa né la colpevolizzazione collettiva e indiscriminata, ma una radicale conversione, come risoluta inversione di rotta. Nell’omelia del 15 aprile scorso, il Papa ha audacemente affermato: “Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo come sia necessario fare penitenza”.

Nell’immaginario collettivo “penitenza” è parola cupa e sgradevole, ma nel lessico cristiano appartiene a quella costellazione di voci affini che dicono tutte una terapia non indolore, certo, ma urgente ed efficace, quali: ravvedimento, riparazione, riforma, purificazione, sacrificio. Tra queste parole sorelle, la gemella di “penitenza” è senz’altro la parola “conversione”. “Convertitevi!”: non è stato proprio questo il primo messaggio di Gesù di Nazaret, all’inizio della sua attività messianica? Questa è stata anche la prima parola di Pietro a Pentecoste. A quanti gli chiedevano cosa dovessero fare, il primo dei Dodici tagliava corto: “Convertitevi!”. Ogni volta che ha preso coscienza della “sporcizia” che minacciava di sommergerla, la Chiesa ha dovuto mettersi seriamente in ascolto di quegli “inviati speciali” di Dio – i suoi profeti: Benedetto da Norcia, Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, Ignazio di Loyola, Antonio Rosmini, e i suoi testimoni: Elisabetta Renzi, Alberto Marvelli, Rosa Pellesi, Teresa di Calcutta, Chiara Lubich – che hanno di volta in volta puntualmente richiamato la comunità ecclesiale all’ideale intramontabile della santità e al sacrosanto dovere della riforma. E non si è fatta portavoce diretta di questo ineludibile appello alla penitenza la gran Madre di Dio in persona, a Lourdes e a Fatima? Questa è stata anche la grande lezione dei padri conciliari al Vaticano II, in linea con le indicazioni di Papa Giovanni XXIII e di Paolo VI: “Anche ai nostri giorni sa bene la Chiesa quanto distanti siano tra loro il messaggio che essa reca e l’umana debolezza di coloro a cui è affidato il Vangelo”. Il Concilio non temeva di ammettere schiettamente: “La Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire dall’opposizione di quanti l’avversano o la perseguitano”.

Nel cono di luce della limpida, ardita profezia conciliare si pone papa Benedetto quando scrive: “Possano la nostra tristezza e le nostre lacrime, il nostro sforzo sincero di correzione portare abbondanti frutti di grazia per l’approfondimento della fede (…) e per la crescita della carità, della giustizia, della gioia e della pace nell’intera famiglia umana”.

Carissimi fratelli e sorelle, aiutatemi a cogliere questa occasione per confidarvi quale incalcolabile beneficio io ricavi dall’insostituibile carisma del ministero di Pietro: bisogna essere vescovi oggi per misurare fino a qual punto la fecondità di una Chiesa particolare dipenda dal legame con la Chiesa di Roma e con il suo Vescovo. Impegnandosi con tutto se stesso nel pieno della bufera, mobilitando tutte le sue energie spirituali e pastorali al servizio del ministero unico che ha ricevuto da Cristo, Benedetto XVI è per tutta la nostra Chiesa diocesana quella roccia sulla quale si fonda la nostra fede e io trovo custodita e sostenuta la mia personalità episcopale.

Sì, possiamo sperare che anche la Chiesa riminese, in accordo sempre più sinfonico con la madre Chiesa romana e le Chiese sorelle italiane, imbocchi nuovamente, con passione motivata e nuova grinta, la via stretta e ripida della riforma, e così da umiliata possa diventare più umile e più credibile.

Si colloca in questa prospettiva l’itinerario che – illuminati e sostenuti dalla grazia del Signore – intendiamo seguire per l’inizio del nuovo decennio, dedicato dai Vescovi italiani all’impegno educativo. Anche quest’anno, come negli anni precedenti, vogliamo ripartire dal Signore Gesù, punto di non-ritorno e centro vivo della nostra fede, nella certezza che “con Cristo o senza Cristo cambia tutto”. Dopo aver dedicato il primo anno di questo ultimo triennio a Cristo (“Vogliamo vedere Gesù” – Contemplare il suo Volto per mostrarlo a tutti), e il secondo anno alla Chiesa (“…e di Me sarete testimoni” – Mille voci, un solo coro), nell’anno pastorale che inaugureremo il 14 ottobre p.v., nella festa di san Gaudenzo, intendiamo rimettere a fuoco la bellezza e la concreta praticabilità della vita cristiana. Vengo perciò a proporvi una sequenza di pensieri e considerazioni in risposta alla domanda: “cosa significa fare i cristiani?”. La domanda si biforca in due direzioni: può essere intesa sia: “come formare i cristiani?”, sia: “come vivere da cristiani?”. Di qui i due fuochi attorno a cui ho pensato di distribuire il contenuto della presente riflessione. Con una precisazione non pleonastica: intendo “formazione” nel senso paolino della Lettera ai Galati: “… figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi”. Qui, come pure nella Lettera agli Efesini, l’immagine soggiacente è quella della formazione dell’embrione umano e dello sviluppo del feto. Formazione è allora quel processo di maturazione che porta il cristiano “fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”. In questo senso l’educazione cristiana è un e-ducere, un “far-venire-fuori” il Cristo nella vita personale e comunitaria dei suoi discepoli.


1. Formare i cristiani

2. La nostra società è malata, e malata grave. Il degrado morale è agghiacciante. Ma più preoccupante ancora è la “malattia mentale” di questa società “liquida”. Non si ragiona più nei termini: “Questa cosa è giusta e buona, la faccio; quest’altra non lo è, non la faccio”. Si pensa invece secondo un altro parametro: “A me piace questa cosa o va di farla, dunque la faccio; a te invece piace o va di fare quell’altra cosa, dunque per te quella è la cosa giusta da fare”. Il criterio morale non è il bene da fare o il male da evitare; è il piacere o l’utile soggettivo. Non “io voglio ciò che è buono”, ma “è buono ciò che voglio io”. È il trionfo dell’erba-voglio. La teoria morale, soggiacente alla cultura della società post-moderna, è la teoria dell’autocostruzione dell’io: ognuno deve costruirsi la propria identità da sé, scegliendosi riferimenti e risorse che ritiene più corrispondenti al proprio benessere o piacere o tornaconto individuale. La cifra di questa nuova morale è: “la libertà vi renderà veri”, al posto di quella cristiana:“la verità vi farà liberi”. Si può allora parlare ancora di morale? Ma ciò che più inquieta è la resa rassegnata e l’allarmante latitanza di tanti educatori di fronte alla missione loro affidata, nei confronti delle giovani generazioni.

Se è vero che il percorso dell’agire segue il tracciato dell’essere; se è vero che è l’indicativo teologico a fondare l’imperativo etico (siete cristiani – siate cristiani); se è vero che il comportamento (la morale) deriva dall’esperienza dell’avvenimento (l’incontro con Gesù di Nazaret), dobbiamo allora occuparci di una questione basilare e pregiudiziale: come nasce e si sviluppa l’esperienza cristiana? In che modo questa esperienza può generare una morale identificabile come genuinamente cristiana? A risposte astratte, distillate con maggiore o minore abilità – oltretutto sarebbero le meno adeguate per parlare di “esperienza” – preferisco il sapore genuino di un racconto. Mi faccio coraggio e… “confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli” la mia personale, concreta storia di fede.

Non perché ritenga la mia una storia speciale o particolarmente esemplare ed esportabile. In verità mi appare piuttosto modesta e, quando la rileggo davanti al Signore, la vedo come la povera avventura di un povero cristiano, ma è l’unica che posso raccontare in prima persona singolare. Fino all’ultimo, mi sono domandato se faccio proprio bene a raccontarmi, ma Colui che legge nelle pieghe del cuore sa che non è per mettermi in vetrina, bensì per cantare la sua insuperabile misericordia e perché si veda che è una storia che “non dipende dalla volontà o dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia”.


3. Sono nato in una famiglia cristiana, e non mi ha mai sfiorato il dubbio che questo sia stato un condizionamento alienante e umiliante, da cui in seguito mi sarei dovuto emancipare. Ho sempre considerato l’educazione ricevuta un capitale enorme da investire nella vita, per diventare un uomo maturo, libero e responsabile.

Come per i bambini della mia generazione – fine prima metà del secolo scorso! – la religione di quegli anni era fatta di doveri da compiere, di nozioni da memorizzare, di preghiere da ripetere, di feste e riti da celebrare. Era fatta anche di sensazioni tipiche: il delizioso tepore della chiesa per la calca della novena di Natale; l’incanto trasognato davanti al presepe; la commozione da groppo alla gola per la processione del Cristo morto… Era fatta di odori: dell’incenso, delle candele, dei fiori. E di suoni: le campane a lutto o a gloria, la banda musicale alle processioni, il coro devoto – magari con qualche enfatico svolazzo nasale – delle “Figlie di Maria”. Quella tradizione religiosa era fatta anche di eventi straordinari: le missioni al popolo, l’arrivo del vescovo, le prime comunioni e cresime. E quant’altro ancora, come oratorio, azione cattolica, colonie estive…

In quegli anni ho ricevuto dalla famiglia e dalla parrocchia l’imprinting di base che non si sarebbe più cancellato nella mia vita. Ho imparato che ognuno di noi viene al mondo per compiere una missione: unica, singolare, irripetibile.

Al tempo della prima comunione pensavo che la mia missione sarebbe stata quella di diventare prete. Non me ne rendevo perfettamente conto, ma il motivo di fondo era di poter stare più vicino a Dio, fino al punto da poterlo prendere tra le mani. Un film, per il quale in quel tempo si faceva a gomitate e che poi mi si sarebbe stampato per sempre nella memoria, fu Marcellino pane e vino. Mi sentivo interpretato dal protagonista, un piccolo bambino, irresistibilmente attratto da Gesù crocifisso. Quella candida storia mi piantò in cuore una spina: se Gesù sulla croce mi aveva dato tutto, come non dargli anch’io una mano per salvare il mondo?

Così, a undici anni, entrai in seminario: lì mi veniva detto, ripetuto e testimoniato che la vita è bella, se si spende per una causa grande e nobile. Ce n’era una più grande di quella di portare Dio alle anime e le anime a Dio? La “morale” che ci veniva inculcata puntava su una vita vissuta da eroi e da santi.

Magari come padre Damiano, l’apostolo dei lebbrosi, che a Molokai aveva preso il contagio ed era morto di lebbra. Ricordo ancora l’enorme shock ricevuto dalla testimonianza di un vecchio missionario, espulso dalla Cina, che ci raccontò le torture subite e con stoica fierezza ci mostrava, alla luce di una torcia tascabile, il moncone di lingua che gli era rimasto dopo essersela tagliata da solo con una lametta da barba, per non tradire il segreto della confessione. Come non sentirsi sbocciare in cuore il sogno di diventare missionario e magari martire?

Era però inevitabile che verso la fine dell’adolescenza arrivasse l’ora della crisi, sia per il fisiologico rigetto di contenuti non ben digeriti, sia per l’irrinunciabile bisogno di attivare un inventario personale dell’intero patrimonio etico ricevuto. Non credo di avere sempre interpretato bene il cristianesimo così come mi era stato proposto. Resta comunque vero che me ne ero fatto un’idea che prima o poi si sarebbe mostrata carente e impropria.

Una fede concepita come un pacchetto di dottrine da professare non rischiava alla fine di spingermi per reazione verso l’agnosticismo? Un cristianesimo interpretato come un sistema di precetti e di divieti non finiva per gettarmi in braccio a un doverismo asfissiante? Un cristianesimo ridotto a macchinoso complesso di riti e devozioni non minacciava di portarmi verso la deriva di un gretto formalismo? Il pericolo numero uno per me era però un altro. Non so bene se, anche qui, per una insufficiente presentazione da parte dei nostri educatori o per una distorta interpretazione da parte mia, la concezione della santità come “perfezione” morale mi stava facendo affondare nelle sabbie mobili di un perfezionismo estenuante.

Avevo l’impressione che l’intero edificio della mia vita morale franasse miseramente, perché fragile si andava dimostrando il “quadrilatero” su cui era fondato. Mi si era ficcato in testa questo gelido teorema: debbo compiere ogni sforzo (sacrifici) per eliminare i miei difetti e diventare “perfetto” (virtù); così potrò arricchire il mio tesoretto personale di “punti” davanti a Dio (meriti) e ottenere da lui un congruo premio.

Ma si può ridurre la vita spirituale ad una computisteria tanto avvilente quanto miope e puntigliosa? Sotto sotto, senza accorgermene, si stava infiltrando in me una mentalità che non era lontana dallo spirito farisaico di evangelica memoria. Più o meno stavo arrivando a pensare così: Dio è giustizia infinita; premia i buoni e castiga i cattivi. Se io sarò giusto con lui, lui sarà giusto con me. Se io con le buone azioni acquisterò dei titoli di merito davanti a lui, arriverò a disporre di una cospicua carta di credito per potere “incassare” il suo favore, e lui mi ricompenserà da par suo.

Il risultato appariva fallimentare su tutta la linea: anziché avvicinarmi a Dio, me ne sentivo sempre più respinto; anziché trovare pace e gioia, sperimentavo un dilaniante conflitto con me stesso. No, non sarei mai riuscito a tenere Dio in pugno. E così rischiavo di “gettare l’acqua sporca con tutto il bambino”, ma più alto ancora era il rischio di buttare tutto all’aria. Scattava l’anno della maturità: molti miei compagni di seminario avevano già scelto di cambiare strada. E io cosa avrei deciso? Per mia grande fortuna arrivò un nuovo padre spirituale e il corso di esercizi da lui predicato fu per me una vera rivoluzione a 360°. Il panorama che mi si andava annebbiando, cominciò poco alla volta a riprendere di nuovo luce e colore: capii che la fede non è l’adesione a un freddo, rigido codice morale; è piuttosto l’esperienza di una sequela radicale e totalizzante, il camminare dietro a Gesù. Capii che il cristianesimo si identifica totalmente con Cristo, e che Cristo non è un mitico personaggio del passato, ma un uomo in carne ed ossa in cui abita tutta la pienezza di Dio.

Capii che Gesù mi aveva immensamente amato e che continuava gratuitamente e tenacemente ad amarmi. Capii che seguire Cristo è pensare come lui, amare come lui, vivere e agire come lui, e che “chi segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa lui pure più uomo”. Capii che vivere da cristiano significava amarlo e metterlo al centro e al di sopra di tutto e di tutti. Capii che la morale cristiana è una morale di risposta all’amore preveniente e gratuito di Dio per me; capii che la preghiera non era un dovere da assolvere, ma un bisogno del cuore da soddisfare; che il sacerdozio non era un premio alle mie doti o alle mie virtù, ma un carisma – un dono immeritato e gratuito – che mi veniva messo tra le mani perché io lo spendessi per il bene dei fratelli. E al termine del cammino formativo fui ordinato prete. Erano gli anni vivaci e tumultuosi – per me, in verità, molto fecondi – del dopo-Concilio. Non mancarono conflitti e ferite, ma la vita del prete mi appassionava.

Mi appassionava soprattutto il servizio ai giovani. Nell’insegnamento al liceo, in seminario, all’università. In parrocchia, per dieci anni come cappellano. Nella formazione personale e comunitaria, e nella direzione spirituale. Fu una stagione intensa, complessa, ma felice. Poi, quando cominciai a veleggiare verso i quaranta, è arrivato l’appuntamento con la croce: prima la lunga, penosa malattia di mia madre, provocata da lavori usuranti, svolti con la tenacia di una contadina e la generosità di una casalinga. Poi la malattia di mio padre, causata dalla sfibrante assistenza alla mamma, mi rimisero davanti al messaggio del padre spirituale del seminario, che non mi si è mai cancellato dentro: “Amare silenziosamente, gratuitamente, nascostamente. Senza mettere la firma personale di proprietà, senza dirlo a nessuno, neppure a se stessi. Questo sì che è amore, quell’amore che, attraverso la morte di sé, porta in gestazione la vita di molti”.

Nel frattempo mi sentivo pungere sempre più spesso da una domanda: ma dov’è il centuplo che il Signore promette a chi lascia padre, madre, casa e campi? Non riuscivo a decifrare bene la domanda: veniva da una sensazione di sterilità? da una fede piccola e meschina che voleva censire frutti concreti e vistosi risultati? oppure veniva da un desiderio, fattosi con il tempo più acuto, di una più feconda paternità spirituale?

Si andava avvicinando il venticinquesimo di sacerdozio, e con quell’anniversario sentivo che stava per scoccare l’ora di una nuova chiamata, prima ancora che a qualche nuovo servizio, a una consegna rinnovata della mia vita al Signore. Stavo imparando sulla mia pelle, con una consapevolezza più lucida, che, dietro Cristo, bisogna perdere la vita per ritrovarla, ma facevo sempre più l’esperienza della mia fragilità. Mi venne in aiuto la piccola Teresa di Gesù Bambino e mi rimise in cuore il messaggio della divina misericordia: non siamo noi che ci possiamo innalzare fino a Dio; è Lui che si abbassa fino a noi e ci viene incontro sulla piccola via dell’infanzia evangelica, la via della gratitudine e della fiducia. Più che tentare di arrivare alla sua altezza, dobbiamo lasciarci prendere da Lui. Dobbiamo lasciarci sorprendere…

Cominciava il secondo viaggio. Imprevedibile e del tutto inattesa arrivò la chiamata a cambiare totalmente campo di ministero e andare a fare il rettore di seminario. Era un incarico ad alto rischio: il seminario mi appariva come un vecchio bastimento che si era incagliato e che prima o poi rischiava di colare a picco. L’incarico mi superava da tutte le parti. La situazione era scoraggiante sotto ogni aspetto: istituzionale, formativo, economico. Decisi di fidarmi del Signore e ancora una volta sperimentai che il Padre di Gesù di Nazaret è davvero un Dio affidabile: “non sempre soddisfa le nostre attese, ma compie sempre le sue promesse” (Dietrich Bonhoeffer). Poi arrivò la chiamata a diventare vescovo della piccola, magnifica diocesi di Anagni-Alatri. Ricordo che il giorno dell’ordinazione mi furono rivolte le nove domande previste dal rito, riguardanti gli impegni del vescovo, che si aprivano tutte con un “Vuoi…?”. Mi sembrò di riascoltare per nove volte la domanda del Risorto a Simone di Giovanni: “Mi ami tu?”. Con un bel po’ di incoscienza e un pizzico di fede, risposi di sì. Fu, quella, la stagione della vita in cui l’intensità dell’esperienza risultò inversamente proporzionale alla sua durata: appena venti mesi dopo arrivò del tutto imprevedibile e imprevista la chiamata a lasciare quella bella, cara diocesi, e andare a servire l’Azione Cattolica nazionale. Fu certamente uno dei tornanti più tormentati del mio viaggio nella vita. Dovetti vigilare su me stesso per vivere quella nomina come un’altra delle sorprese di Dio nella mia vita. Nonostante il tumulto interiore, mi sembrò ancora una volta di avvertire la Voce: Mi ami tu? E mi affidai, convinto che Cristo non toglie nulla, ma dona tutto, e che non si è dato nulla finché non si è dato tutto. Dopo sei anni, un’altra sorpresa: diventare vostro vescovo. Accettai, sostenuto dalla certezza che ogni chiamata nella Chiesa è una missione, e perciò non è né un castigo né un premio, ma un dono. E venni in mezzo a voi “nel nome del Padre”. Il resto è cammino in corso…


4. Ora mi chiedo: qual è il lascito – in termini di esperienza cristiana – di questa mia modesta storia personale? Lo esprimo in forma di credo.

Io credo che noi umani non siamo come i cavalli da corsa o come i barboncini da passeggio o come i gatti persiani, i pappagalli, i criceti, che non sanno perché nascono, vivono, muoiono. E anche quando neanche noi sappiamo rispondere a questi perché, sappiamo però di non sapere, e questa “cosciente ignoranza” accende in noi la nostalgia dell’Assoluto.

Io credo che noi nasciamo con qualcosa, che ci brucia dentro e ci inquieta: è la sete di essere amati e di amare. Siamo dei crepacci assetati di infinito: ogni uomo viene al mondo con un bisogno-desiderio sconfinato di felicità e con l’anelito ad un massimo di verità, di libertà, di fraternità. Nell’universo siamo un granello di polvere, ma aperto al mare, senza sponde, di un mistero sconfinato. Siamo una minuscola goccia di rugiada, in cui si riflette il cielo.

Io credo che Gesù Cristo sia l’unico a poterci dire come è fatto Dio e ad accenderci le luci necessarie e più che sufficienti per illuminare la strada della salvezza, e per darci la forza e l’incontenibile gioia di percorrerla. Gesù ci ha detto che Dio non è una anonima centrale di energia, ma è Padre e ci ha creati per farci felici. Gesù ci ha detto che il Padre suo può fare per noi infinitamente di più di quanto possiamo domandare o desiderare, e che ci ha amati fino alla follia di darci il suo tesoro più geloso: il Figlio suo Gesù Cristo.

Gesù ci ha detto che Dio ci ha creati liberi, ma la nostra libertà è stata indebolita dal peccato all’interno e condizionata negativamente, all’esterno, da un ambiente divenuto opaco nei confronti dell’Amore e inquinato dall’egoismo. Il peccato inclina l’uomo a ripiegarsi su di sé, a chiudersi a Dio e ad affermarsi sopra gli altri, contro gli altri. Il nostro peccato offende non perché toglie qualcosa a lui, ma perché fa male a noi.

Il Signore Gesù ci comunica la potenza del suo Spirito e spezza le catene che ci tengono prigionieri delle passioni illusorie e ingannatrici. Il Figlio di Dio ci rigenera a nuova vita, come veri figli di Dio. Certo, anche dopo la nostra rigenerazione rimangono attivi in noi l’inclinazione interiore disordinata e l’influsso esteriore negativo, ma questi non sono più irresistibili. Si deve combattere, ma si può vincere.

Io credo che Gesù, crocifisso e risorto, nella Chiesa ci fa dono del suo Spirito, il quale a sua volta trapianta in noi il cuore di Cristo: è il cuore nuovo, in cui pulsa la grazia, la vita di Dio nella nostra vita. Miracolo della grazia donata e mistero della nostra libertà liberata! “Non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me”; e tuttavia sono io che credo, amo, spero, opero ma grazie alla grazia. Lo Spirito Santo rende nuovo l’uomo e sostiene il cammino, ma è l’uomo nuovo che cammina. Operiamo il bene con le nostre mani, ma con la sua forza.

2. Vivere da cristiani

5. Permettetemi ora di fare il punto del tracciato fin qui seguito. Il primo articolo della nostra fede non è: “io amo”, ma: “io credo in Dio Padre” che mi ha amato, mi ama e mi amerà sempre per primo. In quanto Padre, mi rigenera alla vita del Figlio. Non sono io il padre del mio nuovo io. La nuova nascita non è un’autogenerazione, ma una rigenerazione. Cristo si accoglie, non si merita. L’uomo nuovo vive la vita nuova, nell’amore. L’amore di Dio non comprime la mia libertà, ma la suscita, la sostiene e la dilata. Mi rende capace di vivere secondo l’unica legge del cristiano, l’amore. La vita nuova si esprime in scelte consapevoli non soggette agli istinti spontanei o alle pressioni esteriori. Una scelta non è positiva solo perché è una scelta o perché produce un piacere immediato: molti delitti sono decisioni volontarie, molte esperienze piacevoli sono distruttive. Il piacere non è un valore in sé, né un criterio legittimo di azione; è solo conseguenza di un obiettivo raggiunto e va considerato buono o cattivo secondo la qualità morale dell’obiettivo stesso. Una scelta è umana – ragionevole e sensata – solo se contribuisce alla vera e piena realizzazione della persona. Qui sta la felicità. Noi da sempre siamo alla ricerca di una pienezza per la nostra vita. Possiamo realizzarci solo se percorriamo la via dell’amore, l’unico bene che può appagare il nostro cuore.

Ecco la via cristiana alla felicità, quale si profila con particolare limpidezza nelle beatitudini evangeliche, riportate da Matteo. Le beatitudini sono traiettorie di vita nuova, sentieri tracciati da Gesù per poter scalare la montagna della felicità. Una tentazione sempre in agguato per noi discepoli è la tristezza. Ed è un peccato che gli altri, giustamente, non ci perdonano. Le beatitudini evangeliche ci forniscono gli anticorpi per premunirci o per guarire da questo brutto male.

Prima di percorrere la via delle beatitudini all’interno di alcuni tra i più decisivi segmenti del nostro vissuto, ci resta una osservazione importante. Noi cristiani crediamo che, attraverso Gesù, il Padre ha stabilito con la Chiesa un patto inossidabile di nuova ed eterna alleanza: non è un nostro privilegio, ma una missione, per portare al mondo la civiltà dell’amore. Questa civiltà implica nei cristiani la tensione verso l’ideale irrinunciabile della santità. Dio merita di attendersi dai cristiani, suoi alleati, un comportamento più-che-umano – come l’amore ai nemici, la fedeltà al matrimonio indissolubile, ecc. – e la società ha diritto di chiedere a chi si professa cristiano la coerenza anche su questi punti, che sono resi a noi possibili solo dalla grazia.

Mi ripeto: non ho intenzione di presentarvi un mini-trattato sulla vita cristiana. Vengo piuttosto a proporvi ora, in rapida elencazione, una serie di punti e di spunti che in seguito dovranno essere ripresi, accuratamente esplorati e sapientemente tradotti in pedagogia di vita cristiana.


1. Il lavoro e il denaro

Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.


6. Partiamo dalla luce che deve rimanere costantemente accesa sul nostro orizzonte: con Cristo o senza Cristo cambia tutto.

Guardiamo a Gesù. San Paolo ne pennella il ritratto con quattro parole: “da ricco che era si fece povero”. E Gesù stesso, ritornando a Nazaret, ritaglia il suo biglietto da visita da un passo del rotolo di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri”. Dopo aver fatto il falegname fino all’età di trent’anni circa, Gesù non conduce la sua vita pubblica come un asceta austero, alla maniera di Giovanni Battista: “mangia e beve”, vive in mezzo alla gente, ha simpatia per il mondo. Ma il suo cuore è costantemente orientato al Padre: ricco solo del suo amore, Gesù non può non assumere una vita povera e itinerante, senza il calore di un nido, senza la protezione di un rifugio. E mette in guardia dall’idolo maliardo della ricchezza: “Guardatevi dall’avidità: non sarà l’abbondanza dei beni a salvarvi la vita”.

La ricchezza diventa padrona, quando uno ripone in essa la misura del valore personale e la sicurezza della propria vita. La parabola del ricco stolto insegna: come può essere felice un uomo che vive solo e ripiegato, in un paesaggio senza volti e senza voci, e si è lasciato rubare l’anima fino a farsi totalmente cosificare dalla “roba”? È un ricco sfondato, senza nome e senza cuore, capace di declinare l’aggettivo possessivo solo puntando l’indice verso di sé: i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, la mia vita… No, la felicità non si compra al mercato delle cose. Perciò, tolleranza-zero – dice Gesù – con l’ansia per il futuro e l’ossessione del benessere!

Agli inviati del Battista che vogliono rendersi conto della sua messianicità, Gesù non risponde direttamente, ma rinvia alle sue opere, che riguardano la guarigione di ciechi, storpi, lebbrosi, sordi, ecc. Le ultime due opere vengono citate nell’ordine: prima “i morti risuscitano”, poi “ai poveri è annunciato il Vangelo”. Un amanuense del medio evo, mentre ricopiava il brano, ha invertito l’ordine, collocando per ultimo, quindi al vertice, quello che riteneva il miracolo più strabiliante: la risurrezione dei morti. In verità è l’evangelizzazione dei poveri il segno più decisivo della messianicità di Gesù.

Che Gesù sia il Cristo, l’inviato di Dio, è provato dai miracoli, ma è la predilezione per i poveri – come le sue umili origini e la via della croce – a definire i contorni della sua origine divina. Se si fosse limitato a guarire ciechi, storpi e sordi e non avesse evangelizzato i poveri, non solo sarebbe rimasta invariata la sua identità messianica, ma sarebbe restata intatta perfino la sua “struttura personale” di vero uomo e vero Dio. Ben diversa però sarebbe risultata l’immagine di Dio che ci avrebbe rivelato. Solo perché non si è mai chiuso alle necessità e alle sofferenze dei poveri, solo perché ha avuto sempre misericordia per i peccatori, solo perché ha steso le braccia sulla croce in segno di amore spinto all’estremo, Gesù ha potuto annunciare al mondo che Dio è amante della vita, e non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Il Dio rivelato da Gesù povero, evangelizzatore dei poveri e crocifisso per amore dei peccatori, è il vero Dio, il Padre-Abbà, che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.

Ora guardiamo alla Chiesa. Il Concilio ha parlato della povertà della Chiesa utilizzando il modulo “come/così”: “Come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza”. La povertà fa parte della natura della Chiesa, fa parte del suo essere prima che del suo agire. L’amore di predilezione verso i poveri, più che un test morale (indicatore di egoismo o di carità) costituisce un test teologico (rivelatore di una vera o di una falsa concezione di Dio). La Chiesa è e deve essere “come Cristo”. La povertà Gesù l’ha declinata nelle figure del servizio, della condivisione, della gratuità, dell’umiltà. Tutte parole maiuscole per dire che la povertà è stata da lui intesa e vissuta come rifiuto di cercare la gloria del mondo. Pur essendo uguale a Dio, si è umiliato fino a farsi servo e ha ostinatamente respinto la seducente tentazione di identificare la propria gloria con quella di Dio. Anche la Chiesa deve smascherare questo miraggio. In realtà, perché Dio risplenda, è necessario non oscurare la sua gloria piazzandosi davanti a lui, al primo posto, ma mettendosi da parte, tirandosi indietro. La povertà è umiltà e l’umiltà rende la Chiesa trasparente alla luce di Cristo, luce del mondo. La povertà è verità e rende la Chiesa libera dai miraggi del potere e del successo mondano.

Ora guardiamo a noi. Dobbiamo seriamente esaminarci sulla beatitudine evangelica della povertà. Come la pensiamo? Come la viviamo? Quale Vangelo annunciamo? Mentre mi limito a rinviare al Compendio della dottrina sociale della Chiesa e alla Caritas in veritate, mi permetto solo alcune veloci puntualizzazioni.

- La povertà evangelica non è una vita nella miseria – che è un male e induce al peccato – ma nella sobrietà di vita, nella fattiva solidarietà con chi sta peggio di noi, e nel distacco da ciò che ha prodotto. Il cristiano lotta contro la miseria per essere povero.

- Non dobbiamo separare carità e liturgia: “Amore per i poveri e divina liturgia vanno insieme. L’amore per i poveri è liturgia”.

- La proprietà privata è un bene – è “prolungamento della libertà umana” – ma va considerata come uno strumento sottomesso al fine supremo: il bene comune.

- Gli imprenditori cristiani non fanno del profitto personale o familiare il fine dell’impresa, ma si servono del mezzo del profitto per assicurare la permanenza a lungo termine dell’impresa, e così facendo, assicurano lavoro e salario equo ai dipendenti. Inoltre accettano che vi possano essere congiunture nelle quali la loro attività, salvo un giusto compenso per il proprio impegno, garantisca comunque lavoro e stipendio ai dipendenti e servizi alla comunità.

- Il metodo ordinario da seguire per risolvere i conflitti è la trattativa; lo sciopero è l’ultimo rimedio in caso di necessità. Ad ogni modo la lotta sindacale non è mai contro qualcuno, ma per la giustizia.

- L’evasione fiscale è una forma di appropriazione indebita delle risorse, e soprattutto è una violazione del precetto della giustizia contributiva.

- I cristiani celebrano la domenica partecipando alla Messa e osservando il riposo festivo in un clima conviviale di amicizia e di gioia.

- L’ideale cristiano è l’economia di comunione: la circolazione dei beni materiali contribuisce alla edificazione della comunità: “È con i nostri patrimoni che diventiamo fratelli”.

- Va tenuta sempre aperta la domanda sull’uso delle risorse economiche della comunità diocesana, delle comunità parrocchiali, delle associazioni e movimenti ecclesiali.

- La carità cristiana non punta solo sulla solidarietà, ma anche sulla fraternità. E va oltre la giustizia. La giustizia guarda ai diritti degli altri, la carità alle loro necessità. All’abbraccio di don Oreste il barbone non ha diritto, ma ne ha bisogno. E il don gli apre il cuore, le braccia, la casa.



2. Il dolore e la misericordia

Beati coloro che sono nel pianto,
perché saranno consolati.

Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.


7. Proclamare beati coloro che sono nel pianto è una dichiarazione paradossale che fa esplodere una contraddizione in termini: come si fa ad essere felici se si piange, e come si fa a piangere e a penare se si è felici? Anche nel campo minato del dolore, il vangelo fa emergere la “differenza cristiana”: non è una formula a fare la differenza, ma una persona: lui, il Signore Gesù.

Guardiamo ancora a Gesù. Di fronte al mistero del male Gesù non si pone come uno venuto a giustificarlo, ma come chi ha scelto di condividerne il peso e di affrontarlo alla radice. Gesù ci rivela un Dio che è il nostro più potente alleato: nessun male per quanto sconvolgente, nessun dolore per quanto lancinante può indurre il credente a prendere le distanze o addirittura il congedo da Dio. Gesù è la trasparenza della misericordia del Padre: ci fa vedere con “fatti di vangelo” cosa fa Dio di fronte al problema del male: lo combatte e lo vince. Gesù combatte la miseria della condizione umana e la vince con la misericordia. Si commuove di fronte ai malati, che gli si accalcano intorno, e li guarisce. Avvicina varie categorie di emarginati: i bambini, le donne, i lebbrosi, i peccatori segnati a dito, come pubblicani e prostitute. Non si limita a operare in prima persona, ma coinvolge i suoi discepoli. Indica il Samaritano come modello di prossimo, che “vede e si commuove”. Esige da tutti un serio impegno per la liberazione, sia pure parziale e provvisoria, da ogni forma di male, fino a quando non verrà la gloria del compimento totale.

La vita di Gesù non è una marcia trionfale: conosce la fatica, il sudore, la delusione, l’angoscia, il tradimento, l’ingiustizia, il dolore, la morte. Ma Gesù sa e sente che la sua vita è abbracciata dalla tenerezza del Padre. Certo, non gli viene risparmiata la croce, né lui la fugge per mettere al riparo la propria vita, ma si espone all’odio dei nemici con lucida determinazione e disarmata gratuità. Così conosce sulla sua pelle la tragedia della sofferenza, l’oscurità dell’agonia, la prova della fede, l’orrore di una morte violenta. Ma non cessa mai di fidarsi di Dio. Continua ostinatamente ad amare fino a perdonare, addirittura fino a giustificare i suoi carnefici (“non sanno quello che fanno”). Assediato dalla violenza, non è diventato un violento; aggredito dal male, non è diventato un malvagio. Ha fatto di una violenza totalmente ingiustificata l’occasione per una dedizione totalmente incondizionata. Ha amato e perdonato.

Ma cosa significa per noi sperimentare la beatitudine della croce e della misericordia? Quando il cristiano si imbatte nella malattia, lotta per eliminarla. Se non gli è possibile guarire, cerca di vivere ugualmente; non si limita a sopravvivere. Sperimentando la propria impotenza, il credente riconosce di essere radicalmente bisognoso di salvezza. Si accetta come creatura povera e limitata e si affida totalmente a Dio. Imita Gesù Cristo. Abbraccia la croce per abbracciare il Crocifisso. In ogni situazione dolorosa, propria o altrui, il cristiano crede e testimonia la fede in un Dio che prende su di sé il peso della miseria umana, come fosse la propria. Dal più grande delitto – la crocifissione del Figlio – il Padre trae il bene più grande: la sua risurrezione e la nostra redenzione. Cristo “vince il peccato con la sua obbedienza fino alla morte e vince la morte con la sua risurrezione”. Il cristiano crede che “tutto – anche il male ingiustamente subito, anche la malattia pazientemente sopportata – concorre al bene, per quelli che amano Dio”. Quando poi sperimenta l’odio dei nemici, il cristiano si sa chiamato da Dio ad amare. E amare non significa tollerare l’ingiustizia, ma nemmeno invocare la vendetta; significa perdonare.

Una società da cui fosse cancellato il perdono, potrebbe indubbiamente essere giusta, ma gli uomini vi morirebbero di freddo. Non potrò mai dimenticare la celebrazione del funerale di Vittorio Bachelet, assassinato dalle Brigate Rosse, quando il figlio Giovanni invocò il perdono sugli uccisori del papà. Molti di noi si portano nel cuore anche l’immagine di Giovanni Paolo che andò in carcere a portare il perdono al suo attentatore Alì Agca. Quando i cristiani compiono gesti così, impediscono alla legge della giungla di trionfare, e fanno toccare con mano che la fede cristiana trasforma la società da infra-umana a insuperabilmente super-umana.

Ora debbo soffermarmi su una domanda che spesso mi viene rivolta soprattutto dai giovani, in occasione di immani catastrofi, come tsunami, terremoti e altri cataclismi. È l’enigma del male e del dolore innocente. Se Dio è Dio – ci si chiede smarriti – non poteva creare un mondo senza il male? La fede cristiana non rischiara l’intero orizzonte, ma offre uno spiraglio di luce, quale ci viene dalla croce e dal sepolcro vuoto del Crocifisso-Risorto. Possiamo articolare la riflessione nei seguenti passaggi.


1. Quando decide di creare l’universo, Dio sa di correre il rischio di aprire al male la possibilità di entrare nel mondo. È il rischio dell’amore, che deve necessariamente scommettere sulla libertà. Dio crea angeli e uomini, e non può non crearli liberi, ma ciò inevitabilmente comporta che possano peccare. Agisce in modo simile a una madre, che, sia pure con intima sofferenza, espone il suo bambino al rischio di cadere a terra, perché impari a camminare. Nel correre il rischio della nostra libertà, Dio ha preferito ascoltare la voce del suo cuore, amante della vita e appassionato alla nostra felicità, piuttosto che la voce ricattatoria del male possibile. Se si fosse lasciato costringere dalla minaccia del male e avesse rinunciato a catturare al nulla le sue creature, allora sì che si sarebbe dimostrato in qualche modo connivente con il male. Quanto al mondo, Dio lo crea come mondo in divenire: non lo crea perfetto, ma perfettibile.

2. Malauguratamente il rischio del male si è verificato. “Dio ha creato il mondo per l’incorruttibilità, ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo”. Dio però non è rimasto a guardare: non ha accettato il rischio sulla pelle dei suoi figli, ma ha mandato il Figlio a prendere su di sé miserie e debolezze, dolori e peccati, insomma tutto il male fisico e morale che c’è nel mondo. Questo non significa che solo il Figlio ci abbia amati, mentre il Padre se ne sarebbe rimasto felice e impassibile lassù in cielo. Anche il Padre ci ha amati, altrimenti che Padre sarebbe? Infatti dandoci il suo tesoro più caro – cosa ha il Padre di più caro del Figlio? – si rende anche lui vulnerabile e anche lui soffre la passione d’amore sofferta dal Figlio. Quindi possiamo e dobbiamo dire che anche il Padre soffre, in un modo per noi misterioso ma non meno reale.

3. Il discorso non termina sulla croce, con la morte di Gesù, ma si riapre con la sua risurrezione. L’ultima parola sul problema del male non ce l’ha la morte, ma il Dio della vita. Possiamo capire allora il tono di scherno che Paolo lancia all’ultimo nemico, quando sfida la morte: “Dov’è, o morte, la tua vittoria?”. Su questo tema delicatissimo e drammatico don Carlo Gnocchi, ora beato, ha scritto pagine di una straordinaria profondità e di una tenerezza senza pari.


3. La preghiera e la testimonianza

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.


8. La “giustizia” di cui i discepoli del Signore hanno fame e sete, e per la quale vengono perseguitati, è la giustizia in senso biblico: è la volontà di Dio, e “questa è la volontà di Dio, la nostra santificazione”.

La vita, secondo la fede cristiana, non è un’avventura solitaria, un fai-da-te, calibrato sulle proprie forze e risorse. La vita è vocazione: risposta d’amore a una chiamata all’amore. Consentire a questa chiamata significa realizzare sé stessi; negarsi all’amore che Cristo ci offre, significa perdere sé stessi. Con il battesimo il Dio tre volte santo fa casa in noi: entra nella nostra esistenza e la vive in noi. Ogni cristiano può dire con s. Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Saliamo a un livello infinitamente superiore di vita; diventiamo “partecipi della natura divina”. Al nuovo modo di esistere consegue un nuovo modo di agire. Di fronte a Dio Padre non siamo più né orfani né schiavi né mercenari: siamo figli! La Chiesa, nostra madre, ci dichiara: “Siete santi! Siate santi!”. Questa vita filiale si esprime attraverso il dinamismo delle virtù teologali: la fede, la speranza, la carità. La decisione del discepolo di attuare la propria vita nella luce dell’amore a Dio e ai fratelli, specialmente ai più poveri, costituisce l’intenzione fondamentale che dà la sua impronta e il suo orientamento ai vari atteggiamenti e alle singole azioni.

La santità è la perfezione della carità: è fare tutto “nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre”. Allora anche il nostro agire più abituale, come il mangiare e il bere, perfino il nostro quotidiano con la sua normale ferialità e il suo immancabile grigiore si colora di vangelo, e la vita, anche la più ordinaria, si fa straordinariamente luminosa e bella.

I nostri sono tempi di inquietudine forte, di acuta insoddisfazione. Non ci si accontenta più di formule rimasticate, di luoghi comuni, di convenzioni sociali. Si cercano risposte vere e profonde alle domande che ci si porta dentro. Questa sete di verità e di bellezza non può venire soddisfatta dalla mediocrità della vita dei cristiani, né da qualche spruzzata di buonismo. Vi ho già detto: il problema più grave oggi non è tanto il fatto che siamo pochi cristiani, ma che siamo poco cristiani. Il discorso vale innanzitutto per noi pastori. È un problema di qualità, non di quantità. E la qualità non è data dall’organizzazione e dalle attività, ma dall’amore. Anime innamorate del Signore, povere e umili, miti e misericordiose, limpide e forti, assetate di santità: queste anime convertono e dissetano. Invece cristiani affamati di appariscenza, che si agitano, che trafficano, organizzano, o si cullano sulla propria efficienza e si addormentano sui propri privilegi, sono anime che spengono i fuochi dello Spirito e respingono i cercatori di Dio.

Oggi la nostra vecchia Europa ha un bisogno drammatico di ritrovare la sua anima, e questo recupero sarà possibile solo attraverso una nuova evangelizzazione. C’è bisogno di cristiani capaci di un annuncio franco e coraggioso, ma anche umile: la verità rivelata non è un vanto, ma un dono e una responsabilità. Dobbiamo offrirla con franchezza, senza ammorbidimenti, ma anche con umiltà, senza piglio inquisitore e alito fiammeggiante. Senza mai dimenticare che testimoni credibili e attraenti sono quei cristiani che il vangelo, più che farlo sentire agli altri, glielo fanno leggere nella propria vita.

Una vita santa non si costruisce sulle sabbie mobili di un perfezionismo ossessivo, ma viene plasmata dalla parola di Dio e dai sacramenti, viene coltivata dalla preghiera e accompagnata dalla direzione spirituale. Per la preghiera, mi limito a rinviare alla mia lettera Abbagliati dal suo volto (2008). Qui sento di dover ritornare su quell’irrinunciabile appuntamento spirituale qual è la Messa domenicale. Ripetere quanto vi ho già detto spesso a me non stanca e a voi forse può giovare: un cristiano che non partecipa fedelmente, attivamente e fruttuosamente alla Messa domenicale è un cristiano in fin di vita. In particolare vorrei rinnovare l’invito ad ogni comunità parrocchiale: meno Messe e più Messa! E rimettiamoci in ascolto della pressante raccomandazione del Concilio: “Bisogna fare in modo che il senso della comunità parrocchiale fiorisca (floreat) soprattutto nella celebrazione della Messa domenicale”.

La santità non è un lusso. La vita spirituale non è un optional. “Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità”. “Dio ci chiama tutti a questa unione intima con lui”: è l’unione “mistica”. Attraverso la via della croce (ascesi) siamo invitati e provocati a giungere gradatamente a vivere nella pace e nella gioia delle beatitudini.


4. La comunione e la cittadinanza

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.

9. I miti e gli operatori di pace sono persone di comunione, ma sono anche uomini e donne di forte impegno: sono “costruttori” di pace, non ingenui e illusi visionari. Sotto l’arco tematico di queste due beatitudini, dovrei trattare di tante questioni, che per esigenza di chiarezza raggruppo e distribuisco su due versanti: la comunione nella Chiesa, e l’impegno civile sociale politico nella società. Anche qui mi limito solo ad alcuni spunti.

Per quanto riguarda la comunione dentro la Chiesa, mi sembra opportuno rimandare alla mia lettera: Prima di tutto fratelli (2009). Ne riprendo solo l’ispirazione di fondo e alcuni passaggi. La comunione nella Chiesa nasce dall’alto: discende dalla santa Trinità, passa per la croce, si riversa sul mondo. La comunione implica due movimenti: vivere all’interno, tra credenti, una profonda fraternità; uscire da questa fraternità per servire il mondo. Possiamo anche dire che tre sono i cerchi della comunione: all’interno della singola comunità; fra comunità e comunità; aperti al mondo. Se ne ricava che solo dalla comunione scaturisce un autentico slancio missionario. Infatti la missione non è possibile là dove la comunità è divisa fra membro e membro, fra gruppo e gruppo. La comunione vera, credibile, effettiva è sempre una comunione in cammino: non è uno stato più o meno idilliaco, non è semplicemente l’appartenere a un gruppo, neanche mettersi seduti in cerchio con altri e stare bene assieme. La comunione deve essere insieme spirituale e visibile: non può non scaturire dalla condivisione della fede, speranza, carità, e di beni spirituali e materiali, sotto la guida dei pastori. Nella comunità cristiana il mistero pasquale del Signore è proclamato con la predicazione, attualizzato nell’eucaristia e nei sacramenti, vissuto nella carità. Per essere riconoscibile come segno davanti al mondo, il popolo di Dio si deve vedere: deve configurarsi come comunità di fede, di preghiera e soprattutto di rapporti fraterni.

Vorrei ricordare che la comunione è nel profondo una realtà unica, ma si manifesta in forme diverse: un conto è vivere la comunione nella liturgia, un conto in parrocchia, un altro in casa e un altro ancora nell’ambiente di lavoro. Pretendere di vivere la medesima forma di comunione in ambienti e situazioni diverse è un abbaglio fuorviante. Ci sono cristiani che pensano di ripetere lo schema “amicizia” dappertutto; altri che invece puntano sullo schema “famiglia”; altri sullo schema “convento”, “associazione” o “movimento”. Invito me e voi a sostare su questo passo di Dietrich Bonhoeffer: “Chi ama il proprio sogno di comunione cristiana più della comunione cristiana effettiva, è destinato ad essere un elemento distruttore di ogni comunione cristiana, anche se è sincero, serio e pieno di abnegazione”.

Per l’ambito della cittadinanza, mi limito ad alcune proposizioni sintetiche. A nessuno è consentito rinunciare all’impegno politico, inteso come impegno per il progresso della civitas. Scopo dell’azione politica è la promozione del bene comune, un impegno che significa anzitutto rispettare le leggi, praticare la giustizia, pagare le tasse, contribuire alla crescita della società civile. Bussola per l’impegno dei cattolici in politica è la dottrina sociale della Chiesa. Il cristiano che si impegna in politica deve essere anzitutto un costruttore di giustizia e deve promuovere quei valori che sono inscritti nella coscienza morale di ciascuno.

“Eccoli sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile ed indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato”. Tali valori non sono né negoziabili, né selezionabili.

Chi ha responsabilità politiche e amministrative non può non avere a cuore il disinteresse personale, il rifiuto della menzogna e della calunnia come strumento di lotta contro gli avversari, la fortezza per non cedere al ricatto del potente, la carità per assumere come proprie le necessità del prossimo, con chiara predilezione per gli ultimi, la preparazione tecnico-professionale richiesta dall’ufficio a cui si dedica. La politica non permetta che si incancreniscano situazioni di ingiustizia per paura di contraddire le posizioni forti. Si deve spezzare l’iniquo legame tra politica e affari. Siano facilitati gli strumenti di partecipazione dei cittadini al processo decisionale che conduce alle scelte fondamentali della vita comunitaria.


5. Il cuore e gli affetti

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

10. Non so cosa possano aver capito i Dodici la prima volta che Gesù ha proclamato questa beatitudine. L’evangelista Matteo, nel riportare il Discorso della montagna, non segnala tra la folla la presenza di Maria, la madre. Ma verrebbe da pensare che quando o direttamente il Figlio o i suoi discepoli gliel’avranno riferita, lei si sarà specchiata in pieno in questa beatitudine, come si riflette una cima innevata in un limpido laghetto alpino. Per Maria, da brava donna ebrea, il cuore non indicava innanzitutto la sede degli affetti, ma il nucleo pulsante dell’interiorità della persona, il centro dei pensieri, delle intenzioni, delle scelte decisive, là dove si gioca il rapporto profondo con Dio, con gli altri, con se stessi. Il contrario di un cuore limpido è un cuore sporco, quello da cui “provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie”.

La purezza di cuore non si restringe alla sfera sessuale, ma certamente la comprende. E se è vero che la sessualità non è un segmento del soggetto umano, ma una dimensione fondamentale del suo essere, è irrinunciabile la domanda: che cosa significa per il cristiano vivere affettività e sessualità in Cristo? La cultura dell’amore, che si è affermata in Occidente, rivendica alcune istanze senz’altro positive: la persona come soggetto libero, la pari dignità dell’uomo e della donna, la procreazione responsabile. Tende però anche a ridurre l’amore a soddisfazione individuale mediante il possesso dell’altro; permette l’esercizio della sessualità fuori del matrimonio; vuole che esso sia consentito anche tra omosessuali; lo separa dalla procreazione e lo svincola da ogni norma, mantenendo solo la proibizione della violenza. In questo campo si va allargando sempre di più la forbice tra l’insegnamento della Chiesa e la sensibilità comune.

La Chiesa intende salvaguardare la piena verità dell’amore umano, secondo il disegno di Dio, alla luce della sua parola. Non vuole spegnere il fuoco dell’amore: vuole tenerlo acceso. Non vuole soffocarlo con una sfilza di no, asimmetrici e artificiosamente sovrapposti rispetto alla struttura profonda del cuore; vuole che anche in questo ambito delicato, determinante la vita delle persone e il cammino dell’umanità, possa risplendere la luce del grande Sì di Dio.

Per contrassegnare l’altezza, l’ampiezza e la profondità dell’unione sessuale, la Bibbia usa a sorpresa un verbo profumato di tenerezza: “conoscere”. In quel verbo si può riassumere tutta la “analisi antropologica” della sessualità, strutturata nelle seguenti proposizioni. La distinzione dei sessi è voluta e benedetta da Dio. La persona sessuata non basta a se stessa: “Non è bene che l’uomo sia solo”. L’uomo e la donna sono per costituzione due “volti ri-volti” l’uno all’altro: “Né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna”. Il cuore umano non può vivere senza amore. La sessualità non è un puro fatto biologico, ma è capacità relazionale, linguaggio reciproco e comunicazione interpersonale. Tutto in noi spinge a non chiuderci nel bozzolo dell’io, invita a metterci in dialogo.

Chi ha declinato il vangelo dell’amore sessuale utilizzando il linguaggio più alto e, insieme, più corposo è stato san Paolo. Da una parte egli vede l’amore tra lo sposo e la sposa come la parabola dell’amore tra Cristo e la Chiesa, dall’altra si è fortemente preoccupato di far cogliere la bellezza dell’amore in Cristo.

Il vocabolario paolino è comune ai moralisti pagani, per esempio gli stoici. Anch’essi usavano due termini obbligati: enkrateia, che significa letteralmente “dominio di sé”, e il termine opposto, porneia, impurità, che deriva dal verbo pernemi, che, tradotto, significa “vendersi”. Anche la morale pagana esaltava il dominio di sé, ma solo in funzione dell’autopadronanza: la purezza era motivata e governata dal principio della “retta ragione”. Ma dentro questi vocaboli usuali, i cristiani mettevano un contenuto del tutto nuovo che scaturisce, come sempre, dal kerygma, dall’avvenimento centrale della fede: la morte e la risurrezione di Cristo. Se si prende la catechesi paolina, contenuta in 1 Corinzi 6,12-20, si vede come per Paolo la motivazione – per cui non è lecito vendersi o disporre del corpo a proprio piacimento (darsi all’impudicizia: porneia) – è data dal fatto che, con il battesimo, il nostro corpo non ci appartiene più, perché noi non siamo più nostri, ma di Cristo. “Non sapete – scrive Paolo – che i vostri corpi sono membra di Cristo… e che non appartenete a voi stessi?”. La motivazione pagana, come si vede, è completamente rovesciata (ecco di nuovo il paradossale capovolgimento cristiano!): il valore supremo da tutelare non è più il dominio di sé, ma il non–dominio di sé. La motivazione ultima della purezza è, dunque, che “Gesù è il Signore!”. La castità cristiana non consiste tanto nello stabilire il dominio della ragione sugli istinti, quanto nello stabilire il dominio di Cristo su tutta la persona, ragione e istinti. La purezza non è in funzione di me, ma di Cristo. Bisogna certo sforzarsi per acquisire il dominio di sé, ma per cederlo a Cristo. Se l’ideale della morale socratica era “conosci te stesso” e quello della morale stoica era “domina te stesso”, l’ideale della morale cristiana è “dona te stesso”. Occorre certo conoscersi e dominarsi, non semplicemente per possedersi, ma per donarsi. Siamo “membra di Cristo”: non possiamo perciò prostituire il corpo del Figlio di Dio. Commettendo impurità, commetterei un sacrilegio: farei violenza a Cristo, al fratello o alla sorella, a me stesso.

All’interno del matrimonio la castità dice che l’amore degli sposi è un amore oblativo, gratuito, segnato dalla continua ricerca del bene reciproco, senza calcoli e senza interessi. Non si limita alla continenza sessuale; propriamente esprime la volontà di non ridurre l’altro ad oggetto da sfruttare egoisticamente. La castità non raffredda l’affettività: la tiene in quota. Non congela la sessualità: la mantiene in vita, e aiuta a viverla nella sua verità e tenerezza.

Certo l’etica cristiana è un’etica profetica: pensiamo alla indissolubilità del matrimonio, ma anche alla sua fecondità. La fedeltà a questa “profezia” non è verificabile entro i confini della “sola ragione”: non è però contro – bensì sopra – la ragione. Non è sempre strada facile, ma è per un matrimonio felice! Non possiamo abdicare alla nostra coscienza di membri del popolo di Dio, incaricati di far luce all’umanità, destinati a “splendere come astri nel mondo”. Se i cristiani, nell’orizzonte della nuova ed eterna alleanza, sono chiamati a camminare come avanguardia dell’umanità redenta, dobbiamo pure ricordare che la nostra debolezza non può essere la misura del bene e del male. Non misuriamo sulle nostre gambe l’altezza della vetta da raggiungere. Non accorciamo a misura della nostra vista la profondità dell’orizzonte.

Vorrei toccare anche un altro tasto molto delicato, quello dei cosiddetti rapporti pre–matrimoniali e della “convivenza per prova”. Si sentono spesso i giovani dire “Non può essere peccato l’amore”. Ovviamente diverso è il rapporto di due persone che si stanno preparando al matrimonio da quello di due persone che non sono minimamente impegnate: un rapporto del genere sarebbe soltanto “una congiura di due corpi che approfittano della situazione”, scriveva Milan Kundera. Ma non possiamo rinunciare ad annunciare la bellezza della castità preconiugale. Quando incontro dei giovani cristiani che si stanno preparando con serietà al loro matrimonio, faccio sempre notare la variazione introdotta nella formula del consenso nel nuovo rito. Mentre fino a qualche anno fa, gli sposi dicevano: “Io prendo te”, ora invece dicono: “Io accolgo te”. Questo verbo traduce una grande bella verità: l’altro non è un oggetto da possedere, ma una persona da accogliere e da ospitare. Ma accogliere dalle mani di chi? da Cristo! Se non si vuole ridurre il matrimonio a cerimonia puramente formale, ma si sceglie di celebrare un vero sacramento, i due non possono anticipare la stagione del dono. Che dono sarebbe se lo si strappa dalle mani del Donatore?

Vorrei dire ancora tante cose, ma sono già andato abbondantemente oltre i margini. Non posso però rinunciare ad un pensiero sulla verginità cristiana. Lo prendo al volo da don Luigi Giussani: “La verginità non è una rinuncia al mondo fatta a nome di Cristo; è scegliere Cristo per il mondo”.




Carissimi,

come vedete, questi temi non sono trattati in modo esauriente e approfondito. Vi ripeto: a me interessava impostare una riflessione, che in seguito dovrà essere necessariamente ripresa e rilanciata. Avremo davanti a noi un intero decennio per farlo: il decennio dedicato alla “urgenza educativa”.

Sono sicuro che Maria di Nazaret non si darà pace fino a quando non ci decideremo a prendere Gesù dalle sue braccia e a dargli tutto il posto che merita nella nostra comunità diocesana e nella nostra storia.

Aiutatemi a pregarla: “Santa Maria, Madre di Dio, prendi tu la nostra vita e riconsegnacela trasfigurata nella vita del tuo Figlio”.

Che il Signore sia davanti a voi per guidarvi, dietro a voi per difendervi, accanto a voi per accompagnarvi, custodirvi e consolarvi.

Vi benedico tutti, con tutto il cuore

Rimini, 6 agosto 2010, Trasfigurazione del Signore

(22 settembre 2010)