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Lettere da Patmos 3 – I nostri riti generano vita?

2015gen8

Per una comunità che è andata in automatico

Alla comunità di Gesù divin Sacerdote, scrivi: “Così parla Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati, e ha fatto di noi dei veri sacerdoti per il suo Dio e Padre. Io sono il Cristo che si è reso in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede. Ho però da rimproverarti, mia diletta Comunità, che hai abbandonato il fervore di un tempo, quando mettevi molta cura nella preparazione e nella celebrazione della divina liturgia. Ed eravate molto impegnati nel tradurre la liturgia in vita. Ora invece vedo che siete andati in automatico: i vostri riti rischiano di essere, magari anche impeccabili, ma spenti e sterili. Non vi sembra di rischiare, di questo passo, di ridurre la liturgia ad una patetica, stucchevole parodia?”.

Carissimi, quando entro nella vostra chiesa, mi sento come calamitato dall’artistica vetrata che con una luce calda e policroma fa scintillare l’oro brillante del tabernacolo: vi è raffigurato Gesù a braccia spalancate, mentre offre al Padre il pane e il vino per una moltitudine sterminata di fratelli e sorelle di tutte le razze. L’immagine declina la vostra fede: voi credete che in ogni liturgia, soprattutto in quella eucaristica, Cristo in persona si rende presente: sia nel ministro che la presiede, sia nella sua parola che viene proclamata – perché è lui che parla quando si legge la sacra Scrittura – sia nell’assemblea che prega e canta, sia soprattutto nei segni del pane e del vino consacrati.
Questa è la nostra fede. Nella santa Messa Cristo non viene commemorato come un grande personaggio ormai sepolto nei polverosi annali della storia. Non viene neanche rappresentato in una sorta di nostalgica rievocazione o di sacra rappresentazione delle sua gesta grandiose. Cristo, invece, viene ri-presentato, cioè reso effettivamente, attualmente presente dal suo santo Spirito: qui, oggi, ora, per noi. E’ lui il protagonista della liturgia, non il celebrante o il coro o i ministri. Voi lo sapete: alla Messa non si assiste, ma si partecipa; e si partecipa non tanto perché mi piace quel prete o per ascoltare una bella predica o per provare un brivido a pelle quando si eseguono certi canti particolarmente emozionanti.
Ma quand’è che la celebrazione eucaristica “avviene” nel segno dello Spirito?
Quando non la subiamo come un antipatico precetto da soddisfare, ma ci raduniamo per “fare assemblea” e per vivere in comunione tra di noi, nello Spirito di Cristo, come vera e santa famiglia di Dio Padre.
Quando non la riduciamo a narrazione informativa di cose sapute, dette e ridette, o a una sorta di pesante, barboso talk-show.
Quando non ne usciamo sbadigliando per sfinimento, ma con lo slancio di un cuore che arde, con tutto il fuoco e la grinta che ci occorrono per andare in missione. Perché una eucaristia sia effettivamente così, c’è bisogno che sia seria, non soporifera; che sia insieme dignitosa ed espressiva, semplice e solenne, ma mai sciatta né pomposa o ingessata. Insomma ci vuole un’assemblea eucaristica che sia trasparenza del mistero. Detto in una parola, ci vuole una liturgia bella. Punto.
Ma per una liturgia che sia veramente, semplicemente bella, occorre vigilare in modo particolare sulla qualità della Messa domenicale e festiva.
Occorre equilibrio tra Parola e Sacramento; serve cura – intelligente e molto diligente – dell’azione rituale; si richiede un’attenta valorizzazione dei segni, per saldare il legame tra liturgia, fede e vita. Recita un antico aforisma, che mi permetto di citare in latino – talmente è bello – e che subito traduco: “Lex orandi, lex credendi, lex vivendi” (La legge che regola la preghiera è la stessa che regola anche la fede e la vita).
La Parola, nella proclamazione e nell’omelia, va presentata rispettando il significato dei testi e tenendo conto delle condizioni dei fedeli, perché ne alimenti la vita nella settimana.
Il rito va osservato con delicatezza e intelligente fedeltà, senza variazioni stravaganti o indebite intromissioni, evitando sia il rischio di un meticoloso cerimonialismo sia quello di un “fai-da-te” arbitrario e autoreferenziale. Non bisogna confondere la legittima creatività – e una sapiente possibilità-capacità di scelta e di adattamento – con la novità che deve fare colpo a tutti i costi. I segni e i gesti siano autentici, decorosi e significativi, perché si colga la profondità del mistero; non vengano sostituiti da espedienti artificiosi e sofisticati; parlano da soli e non ammettono il prevaricare delle spiegazioni. Così si salvaguarda la dimensione simbolica dell’azione liturgica.
La celebrazione ha un ritmo, che non tollera né fretta nervosa e convulsa né insopportabili lungaggini, e chiede equilibrio tra parola, silenzio, canto. Il silenzio è componente essenziale della preghiera ed efficace educazione ad essa. Si deve dare valore al bel canto, quello che unisce l’arte musicale con la proprietà del testo. Va curato il luogo della celebrazione, perché sia accogliente e la fede vi trovi degna espressione artistica.
In ogni parrocchia ci sia una preparazione accurata, che coinvolga varie ministerialità, nel rispetto di ciascuna, a cominciare da quella del sacerdote presidente, senza mortificare quelle dei laici. Perché le celebrazioni siano dignitose e fruttuose, se ne valuti il numero, gli orari, la distribuzione nel territorio. Si promuovano altre forme di preghiera, liturgiche o di pietà, consegnateci dalla tradizione, per prolungare nella giornata festiva, in chiesa e in famiglia, il dialogo con il Signore.
Non c’è niente da fare: la prima responsabilità è quella del presidente. Ci siamo mai soffermati su questo versetto di san Paolo: “Chi presiede, presieda con diligenza” (Rm 12,8)? Non vale anche per la presidenza liturgica? E, tanto per non rimanere nel superattico dei grandi principi, ma per scendere al pianoterra di ciò che è essenziale e assolutamente indispensabile, che conto facciamo – noi pastori, a cominciare da me vescovo – delle parole infiammate che si trovano ne La gioia del vangelo di Francesco? Eccole: “Senza momenti prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero con il Signore, facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo per la stanchezza e le difficoltà, e il fervore missionario si spegne” (n. 262). Per passare dalla celebrazione all’evangelizzazione il ponte c’è, basta attraversarlo: è lo stupore orante e adorante davanti all’eucaristia. Ricordiamocelo: senza adorazione non si dà missione. Parola di Francesco di Roma.

Ricordatemi all’altare del Signore. Come faccio anch’io per tutti voi

+ Francesco Lambiasi

(8 gennaio 2015)