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Lettere da Patmos 1 – Piccole comunità, ma missionarie

2015gen8

Per una comunità che ha abbandonato il primo amore

Alla Chiesa di santa Maria dell’Evangelizzazione scrivi: “Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra. Conosco le tue opere, sono al corrente della tua convulsa attività, non riesco mai a finire di leggere la bacheca fitta zeppa delle tue strabilianti iniziative. Agli occhi di tanti ti presenti come una parrocchia ‘fuori serie’, una comunità dagli ‘effetti speciali’. Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo primo amore. Ricorda da dove sei caduta, convèrtiti e compi le opere di prima.

Carissimi, quando entro nella vostra luminosa chiesa parrocchiale mi abbaglia la splendida icona della Pentecoste: vi è raffigurata la comunità dei Dodici, simmetricamente divisi a metà, sei da una parte e sei dall’altra, per fare corona a Maria, immobile, al centro, mentre tutti gli apostoli appaiono con un piede levato, pronti per andare in missione “fino ai confini del mondo”. Mi domando (un modo per dire che vi domando): ma voi siete davvero una comunità missionaria?

Vorrei aiutarvi a dare una risposta vera e sincera. Prendiamo l’avvio da una situazione pastorale abbastanza diffusa, che devo necessariamente schematizzare per risultare più limpido e preciso. C’è la parrocchia formata da due cerchi concentrici: uno più interno – i ‘vicini’ – quelli che si sentono chiamati a formare una comunità solida, distinta, spesso anche distante dai ‘lontani’. Ma tra i due cerchi spesso si stende un largo fossato, senza neanche un ponte levatoio che permetta un minimo di comunicazione tra i ‘nostri’ e gli ‘altri’. C’è poi, diametralmente opposta, la parrocchia che si pensa destinata a tutto il popolo di Dio, ma finisce per disperdersi in una pastorale general generica, sommaria e sfocata. Infine c’è una situazione intermedia, quella di una parrocchia che cammina su due binari paralleli, dividendosi fifty-fifty: un po’ al piccolo gruppo dei vicini e un po’ a tutto il resto. Ritengo che tutt’e tre le posizioni siano sbagliate.

Basti pensare alla prassi di Gesù. Il quale ha, sì, scelto un piccolo gruppo – i Dodici – li ha formati con grande cura, spendendovi tempo e passione, ma al tempo stesso si è dedicato costantemente alle folle: le ha cercate, istruite, accompagnate. Queste osservazioni meritano di essere ulteriormente riprese e precisate, con rapidi rilievi. Primo: la piccola comunità di Gesù non è monocolore; dentro c’è tutto l’arco ‘parlamentare’ ed extra-parlamentare del tempo. Ci sono zeloti, sicari, pubblicani, pescatori, giusti e peccatori. Secondo: Gesù non forma i suoi solo alla comunione, ma li proietta nella missione. Se la sua prima parola è ‘seguitemi’, l’ultima è ‘andate’. E il seguire è già in vista dell’andare. Ma il tratto più sorprendente è un altro: la comunità di Gesù – a differenza di quella del Battista – è itinerante. Gesù non viaggia su due binari: è sempre con la sua comunità che egli va in missione. E’ sintomatico che nel vangelo di Marco il Maestro non appare mai da solo davanti alle folle, ma sempre con i suoi discepoli. In sintesi, la comunità di Gesù si mostra ininterrottamente in cammino, in permanente stato di missione. Fin dall’inizio Gesù va ai lontani con il gruppo dei vicini.

Ora spostiamo lo sguardo da Cristo alla Chiesa. Se guardiamo alle prime comunità cristiane, ci appaiono come piccole comunità missionarie, tutte fortemente concentrate sull’essenziale: l’annuncio di Gesù Cristo. Al centro della loro missione non c’è una dottrina, una sofisticata teoria, o un’idea-madre, ma un racconto, una storia, anzi una persona: Gesù di Nazaret. Non hanno parlato anzitutto di se stesse, ma di Gesù Cristo. Questo però non le ha rese lontane o latitanti rispetto alla storia – alle emergenze, ai problemi, alle crisi – del loro tempo. Proprio concentrandosi sul kerygma – “Gesù, il crocifisso, è risorto” – hanno trovato il criterio e il coraggio per denunciare le molte idolatrie del tempo. E non hanno condannato il mondo perché non cristiano o pagano, ma perché non umano. Qui si innesta il risvolto morale del kerygma, un risvolto non primario, ma inevitabile, consequenziale: se Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, allora è vero che Dio ama l’uomo, ogni uomo. Allora il “sistema” si scompagina e si rovescia: al primo posto non c’è più il privilegio, ma la condivisione; non il merito, ma la solidarietà; non l’individualismo, ma la fraternità.

Il noi: la forma del Vangelo è la vita fraterna. Il soggetto della comunità cristiana non è il singolo individuo: è la comunità. Una comunità fatta non di perfetti, ma di peccatori, che però puntano sulla misura alta della vita cristiana: la santità. Una comunità che cerca di vivere non in modo non in modo angelico, ma … evangelico, e quindi pienamente umano. Una comunità che mostra con fatti di Vangelo che è possibile, che è cosa buona e giusta e veramente bella vivere a misura di Gesù Cristo. Guardando la comunità ci si dovrebbe porre la domanda: “C’è una vita più umana di quella cristiana?”, e si dovrebbe rispondere: “No, non c’è”. Di qui discende che il primato nella vita della comunità non va alle attività e alle “buone azioni”, ma alle relazioni. Le persone vengono prima dei ruoli. La Chiesa è una rete di relazioni fraterne: “Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli”.

Per questo occorre che le comunità siano a dimensione umana, come avveniva nelle Chiese dei primi secoli: i battezzati si riunivano a gruppi di poche decine nelle case più grandi, messe a disposizione da qualche famiglia. Ecco un fattore che dobbiamo tenere presente non solo per rivitalizzare il tessuto friabile delle nostre parrocchie, ma anche per recuperare grinta ed entusiasmo nell’evangelizzazione. Senza ammalarci di nostalgia, senza rincorrere sbiadite ‘riproduzioni’ dei tempi che furono, l’avvio delle piccole comunità intracomunitarie - nelle forme più varie: comunità di vicinato o di ambiente, di associazione o di movimento – permetteranno alla pastorale integrata di evitare il rischio di ridursi ad una mera operazione aggregativa. E ci consentiranno di imboccare lo svincolo che, con l’aiuto del Signore, ci porterà a percorrere la strada di parrocchie integrate non soltanto tra di loro, a livello interparrocchiale, ma anche a livello intraparrocchiale, al loro interno. Solo così potranno diventare “piccole chiese in uscita missionaria”.

Una parrocchia, come comunità di piccole comunità, non autoreferenziali, non settarie o concepite come nicchie parallele, ma missionarie: è possibile? La risposta è sì se e a patto che siano assicurate tre condizioni. Che la missione non venga intesa come un fare colpo, ma un fare mistero; che venga vissuta per attrazione, non per proselitismo; che il parroco e il nucleo dei collaboratori intendano il loro servizio come un essere, non come un fare. San Paolo insegna: non fare da padroni della fede dei fratelli, ma da collaboratori della loro gioia.

Carissimi, vi auguro di evitare sia l’autoreferenzialità che la massificazione, e vi benedico di cuore

+ Francesco Lambiasi

(8 gennaio 2015)