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Lettera da Patmos 7 – Le cinque vie della missione

2015gen15

Per una comunità in “uscita missionaria”

Alla Comunità Pastorale di santa Maria del Cammino scrivi: “Così dice il Signore, che tiene in mano i sette spiriti di Dio e le sette stelle. Conosco le tue opere. Tutti vi credono una Chiesa viva, vivace e vigorosa, ma in realtà siete una comunità che dorme. Svegliatevi! Ricordate come avete ricevuto la Parola. Ebbene, mettetela in pratica; cambiate vita! Se continuate a dormire, verrò come un ladro, all’improvviso, e piomberò su di voi senza che sappiate quando”.

Carissimi, questa è l’ultima lettera che vi scrivo. Non ho ricette da indicarvi, ma, dopo aver riletto con voi i compiti, le risorse, le piaghe di una comunità cristiana che voglia corrispondere al “sogno” affidatoci dal Signore Gesù, vorrei rilanciare i messaggi già proposti, segnalando cinque vie, suggeriteci da papa Francesco, per la conversione missionaria delle nostre comunità. Li riassumo in cinque verbi – andare, annunciare, iniziare, educare, vigilare – che non si accostano semplicemente l’uno all’altro, ma si intrecciano tra loro e percorrono trasversalmente ambiti e ambienti che una parrocchia non può assolutamente eludere.

1. Andare. La Chiesa nasce nel cenacolo, ma non per rimanerci. Il primo verbo usato dal Risorto nel suo ultimo messaggio ai discepoli, secondo il vangelo di Matteo, era stato: “Andate!”. E il primo verbo dei discepoli dopo il “congedo” del Risorto, secondo Marco era stato il verbo “partire”, per andare “dappertutto”. Nel dna del cristianesimo allo stato nascente si riscontra un dinamismo missionario che ha dello strabiliante. Nel giro di pochi anni i primi missionari cristiani hanno incendiato con il fuoco del Vangelo tutto il bacino del Mediterraneo. Non per nulla, prima di essere chiamati cristiani, i discepoli di Gesù venivano chiamati “quelli della Via”. Andare, dunque, si deve e si può. Ma intanto c’è da chiedersi: come accogliamo quelli che vengono, tutte le volte che vengono – per portare i figli al catechismo, per chiedere un sacramento o il funerale per il caro estinto… – anche se le loro motivazioni non sono proprio di fede? Tutte le volte che vengono! Non è una disgrazia. E’ un dono di Dio che vengano, quando saremmo noi a doverli andare a cercare. Andare, dunque, o “uscire”, verbo molto caro a papa Francesco. Un verbo che facciamo tanta fatica a declinare. Non è per colpa di un diffuso sonnambulismo che ci fa correre a ritmo frenetico per la semplice amministrazione o per l’automatica ripetizione di ciò cui siamo abituati, e che ci illude di andare, ma di fatto senza farci uscire dall’ombra del campanile?

2. Annunciare. Non è solo perché i preti vanno diminuendo, ma perché ogni cristiano o è missionario o è… dimissionario. Ai nostri giorni sono i laici i nuovi protagonisti dell’evangelizzazione. Sono un po’ come i capillari nel corpo umano: possono irrorare con il sangue del vangelo tutti i tessuti della società e le varie situazioni di vita in cui sono immersi gli uomini del nostro tempo: la famiglia, il lavoro e la cultura, la festa e il tempo libero, la povertà e la malattia. Non si tratta di fare supplenza ai ministri ordinati, ma di promuovere la molteplicità dei doni che il Signore offre e la varietà dei servizi di cui la Chiesa ha bisogno. Per questo occorre favorire una formazione ampia e disinteressata del laicato, non per creare una “casta” di professionisti della pastorale, ma per promuovere una vasta e capillare area di corresponsabilità ecclesiale in ordine alla missione.

3. Iniziare. Il Risorto aveva detto “Andate e fate discepoli“: per secoli si era inteso quel “fare discepoli” come un istruire, ma è molto diverso. Fare discepoli significa “iniziare” non solo ai sacramenti, ma attraverso i sacramenti alla vita cristiana. In una parola occorre riattivare il catecumenato per gli adulti. Ecco, è urgente avere adulti che con il pastore della comunità aiutino altri adulti a riscoprire la gioia della fede. In questo senso vanno i Cenacoli del vangelo. E’ proprio impossibile sognare che in ogni comunità pastorale ne nasca almeno uno? Qui il discorso è analogo a quello delle vocazioni – al presbiterato, al diaconato, alla vita consacrata, al matrimonio cristiano. Il caso serio non è tanto che diminuisca il numero delle persone “chiamate”, ma che non cresca o addirittura crolli il numero dei “chiamanti”. Ecco la domanda: sta crollando il numero dei “sacramentalizzati”, ma sta crescendo il numero degli evangelizzatori?

4. Educare. Non entro nel verbo educare. Ci vado dietro. Perché la parrocchia diventi una comunità educante, è indispensabile il salto della fede, nella cosiddetta pastorale, troppo incentrata sul mantenimento dell’esistente. Voglio dire, occorre credere nel Dio del futuro, che “chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono” (Rm 4,17). Occorrono comunità profetiche, inserite nella realtà sociale entro cui vivono, per operare rispetto ad esse come il lievito e il sale, invece che per restare ghetti chiusi in se stessi. Non basta una buona organizzazione, non basta il moltiplicarsi di iniziative, per educare alla virtù oggi più necessaria: la speranza. Queste cose anzi rischiano spesso di mascherarne l’assenza.
Ci risiamo: come possiamo educare alla speranza, senza adulti nella fede che abbiano visto brillare la stella della meraviglia e della promessa, della bellezza e della novità che risplendono nel vangelo?

5. Vigilare. E’ un verbo immancabile nel vocabolario cristiano. Non indica direttamente qualcosa da fare, ma un modo di vivere: essere cristiani desti. Sappiamo quanto alto sia il rischio che una comunità cada in letargo. Ma il rischio raddoppia, perché lo corre anche il pastore. E allora succede che anche riunioni, iniziative, addirittura catechesi e perfino i sacramenti, anziché tenere deste persone e comunità, finiscano per diventare dei buoni… sonniferi. E’ la parola di Dio che ci tiene desti. Abbiamo ascoltato il Signore dell’Apocalisse: “Svegliatevi! Se continuate a dormire, verrò all’improvviso, come un ladro”. In questa direzione le consacrate e i consacrati hanno molto da dirci e da darci. Questo è il loro anno, ma il loro tempo non si esaurisce affatto. Purché siano loro i primi a non dimenticarlo.

Ora abbiamo bisogno di una scossa. Che il Signore ce la mandi e che noi non ci proteggiamo dietro un muro di gomma.

Pregate per me. Anch’io prego per voi e vi benedico di cuore

+Francesco Lambiasi

 

 

(15 gennaio 2015)