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Lettera ai Parroci di nuova nomina

2012giu21

Carissimi tutti,

tra pochi giorni entrerete nelle rispettive parrocchie, alle quali venite inviati dopo attento discernimento e una volta effettuati tutti i passaggi che il vescovo deve compiere prima di arrivare a chiedere a un sacerdote di rinnovargli l’obbedienza, promessa il giorno dell’ordinazione.

Mentre vi confermo viva gratitudine per la generosa disponibilità dimostrata, vengo a pregarvi di qualche minuto di ascolto, per condividere alcuni pensieri maturati nella preghiera e che oso pensare ispirati dal nostro “grande, sommo Sacerdote”.

1. Prendere bene questa nomina. Prenderla bene significa non prenderla né come un peso né come un premio, ma come un dono. Se la prendi come un peso o come una pena, allora dal primo giorno scatta inesorabile il conto alla rovescia, e così rischi di passare tutto il tempo a sospirare che arrivi l’ora di potertene liberare. Se la prendi come un premio, appena finita la luna di miele rischi di ricominciare subito a sognare il prossimo premio, ovviamente ancora più appetibile ed eccitante. Se invece la prendi come un dono, allora ti metti subito in pace e vivrai il ministero come missione e servizio, nella gratitudine e nella perfetta letizia, gli antidoti più efficaci contro le unghiate delle perfide gemelle: l’invidia e la gelosia. Prendere bene una nomina – ossia riconoscere nella voce del vescovo l’eco della voce del Signore – consente di gustare questo passaggio della vita proprio così com’è, riscattandolo dalla vacuità, a cui l’amarezza frustrante dell’insoddisfazione o del lamento cronico finirebbero per condannarla.

2. Ciò che veramente conta nel ministero sacerdotale – ormai lo sai bene, ma è bene ricordarlo in questo giro di boa – non è tanto quello che fai, ma quello che sei. Certo, noi pastori dobbiamo fare tante cose, ma tutto il nostro agire porta frutto soltanto se traduce il nostro essere profondamente uniti all’unico, vero Sacerdote: “essere strumenti di Cristo, bocca per la quale parla Cristo, mano attraverso la quale Cristo agisce” (Benedetto XVI). Ciò che veramente conta è poter dire come e con Cristo: “Ecco, io vengo, o Padre, per fare la tua volontà”. E’ questa volontà di Dio che deve venire a galla su tutto il resto. La carità pastorale ci fa mettere al primo posto la fedeltà al disegno di Dio, e fa automaticamente retrocedere in classifica l’essere sani o ammalati, insegnare all’università o fare catechismo, guidare una parrocchia in città o in campagna, perfino vivere o morire.

3. Il peso specifico di un prete è dato dalla sua fede, come insegna san Paolo: ognuno valuti se stesso “secondo la misura di fede” che gli è stata partecipata da Dio (Rm 12,3). E la fede è un grande amore: più fede ho, più mi sentirò amato dal Signore, e più amore riverserò nei confronti delle persone che mi sono affidate. In ogni situazione, soprattutto se complessa e complicata, in ogni relazione, specialmente quelle ad alta tensione, il primo passo deve partire da me. E il primo passo è sempre un atto di fede-carità. Credere per un prete significa “vedersi sempre con gli occhi di Cristo” (PdV 73). Significa lasciarsi abitare, lasciarsi vivere e agire dall’unico, vero Sacerdote.

4. Trasparenza di Cristo. Gli uomini del nostro tempo ci chiedono non tanto di parlare loro di Cristo, ma di farglielo vedere. Quindi, più che dimostrare agli altri l’esistenza storica di Gesù, il massimo impegno di un prete sarà quello di mostrare loro Gesù, nella propria esistenza. La credibilità del prete è tutta questione di trasparenza. Ma il massimo di trasparenza non si ha quando il sacerdote vive isolato. Soltanto vivendo in comunione con il vescovo e con il presbiterio, il sacerdote può lasciar trasparire il Signore che parla e opera attraverso di lui: “Dove sono due o tre…”.

5. Vivere il presbiterio per vivere il presbiterato. Il prete non può fare il battitore libero o il pioniere isolato. “Nessun presbitero è in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto”: è scritto nel Concilio (PO 8). “Nessun presbitero”: quindi neanche io, neanche tu. Perciò è più importante vivere l’unità nel presbiterio, piuttosto che buttarsi a capofitto da soli nel ministero. Meglio poco ma uniti, che molto ma disuniti. Meglio mezz’ora di adorazione insieme, che una intera da soli. Parola di s. Ignazio di Antiochia: “preferite sempre la forma comunitaria”.

6. Successi e fallimenti: sempre “grazie”. Anche tu hai diritto ad essere felice, ma la felicità evangelica non si compra a prezzi stracciati. E’ la felicità delle beatitudini, e la si trova sempre in Via della Croce. Tu non lavori in proprio, ma “per conto Terzi”, per conto dei santissimi Tre: se registri dei successi, il merito non è tuo, e dunque ringrazia la santa Trinità, e leccati le labbra, come faceva s. Francesco quando lodava l’Altissimo. Ma ringrazia il tuo dolcissimo Signore anche nei fallimenti, perché così puoi provare a Dio che lavori per lui e non per te. Tu hai scelto Dio, non le cose di Dio.

7. Puntare sulla corresponsabilità. Lo ha chiesto il Vescovo di Roma alla sua Diocesi: occorre cambiare mentalità riguardo al modo di trattare i laici, “passando dal considerarli ‘collaboratori’ del clero a riconoscerli realmente corresponsabili dell’essere e dell’agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato maturo e impegnato” (26 maggio 2009).

8. Ardere, non bruciarsi. Sento dire che Don Oreste Benzi, riferendosi alla vita del prete, condensava tutto in un verbo solo: strapazzarsi per le anime. Ma diceva pure che il Signore non vuole dei facchini che sgobbano per lui, ma degli innamorati che vivano con lui, in lui. Oggi si parla sempre più spesso di burnout, che si potrebbe definire la “sindrome del buon samaritano deluso”. Si era partiti con tanto slancio nel dedicare la propria vita ad aiutare il prossimo, e si finisce per ritrovarsi svuotati di energie e completamente spenti. Un rimedio efficace? Vivere il ministero come luogo di santità, “ravvivando il dono di Dio che è in noi” (2Tm 1,6) ogni giorno, come fosse il giorno dell’ordinazione.

9. Reverendo, per favore sorrida! Dobbiamo riconoscerlo: in casa nostra girano troppi musi lunghi, troppi volti scuri. Se crediamo che Cristo è risorto, perché assumiamo l’aria da funerale in corso? Madre Teresa, con sottile ironia, annotava che certi preti vanno in giro con una faccia che sembra dire: “Guardate cosa mi hanno fatto!”. Se per un cristiano la tristezza è peccato da accusarsi in confessione, per un prete è sacrilegio. Quando i giovani vedono sacerdoti ripiegati, scontenti e perennemente insoddisfatti, non sceglieranno certo la strada del seminario come possibilità bella e appagante per la loro vita.

10. Verso la pienezza. L’autorealizzazione è un miraggio che prima o poi si traduce in incubo, e fa strage anche in casa nostra. Se diventa l’unico vero scopo dei miei sforzi e la condizione previa della mia disponibilità a servire, io sono perduto. Alla sera della vita, la gioia più grande sarà quella di accorgersi con stupore di avere ricevuto la pienezza del centuplo già in questa vita. E poi di sentirsi dire dal padrone della vigna: “Ora entra nella gioia del tuo Signore”.

Vi benedico con un sentito augurio, che si fa subito preghiera alla Madre del “Pastore grande delle pecore”, perché vi sorrida e vi avvolga con la sua tenerezza materna

+ Francesco Lambiasi

(21 giugno 2012)