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La ricchezza abbaglia e acceca

2013set30

Omelia tenuta dal Vescovo a conclusione del Festival Francescano

    Il denaro abbaglia. La ricchezza acceca. Il benessere materiale è un miraggio che seduce e inganna: prima ti illude, poi inesorabilmente ti delude.

    Quando Gesù ha raccontato la parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone, non era, certo, la prima volta che prendeva posizione su questioni scottanti come ricchezza e povertà, giustizia e iniqui privilegi. Quasi certamente aveva già proclamato le beatitudini: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione” (Lc 6, 20.24). Anche la parabola del vangelo è giocata sul contrasto. Un primo contrasto è tra il ricco e il povero, quaggiù in terra. Il ricco si gode la vita: è un mangione, festaiolo buontempone, un gaudente raffinato che adopera pezzetti di focaccia per pulirsi le mani unte di grasso, e poi lascia cadere le molliche sotto la tavola. Lazzaro si accontenterebbe anche solo di quelle piccole briciole. Però nessuno bada a lui, costretto a vivere peggio di un cane. Ma alla morte la situazione si ribalta e si verifica un altro irriducibile contrasto. Ora il ricco è all’inferno, tra i tormenti, e il povero è nel regno di Abramo, nell’abbraccio beatificante di Dio. La parabola vuole insegnare che Dio è dalla parte dei più poveri e abbandonati. Sempre. Ma noi da che parte stiamo?
    Il messaggio di Gesù affonda le sue radici nel modo di condurre l’esistenza, secondo la saggezza acquisita da Israele. Al riguardo, il libro della Sapienza offre, in un primo quadro, una descrizione dei ricchi e furbi che approfittano dei poveri, e poi, in un secondo quadro, il capovolgimento delle rispettive sorti, al giudizio di Dio.

    Ma Gesù non è uno stanco, monotono ripetitore di quanti lo hanno preceduto: è un profeta, sempre originale e creativo. Anzi possiamo dire che supera sempre se stesso. In effetti c’è un valore aggiunto in questo vangelo, che risulta del tutto inedito e sorprendente. Il ricco della parabola non osteggia apertamente Dio, anzi molto probabilmente si considera un suo eletto, visto che le cose gli vanno decisamente bene. Secondo l’etica del successo – al tempo di Gesù molto in voga – quando gli affari vanno a gonfie vele, sono un segno inequivocabile dell’approvazione divina. Inoltre non è scritto da nessuna parte che il ricco epulone sia un essere particolarmente malvagio, disumano e crudele, che infierisce con violenza spietata contro la povera gente. In effetti il personaggio della parabola non opprime e non tormenta il povero: semplicemente non lo vede, non se ne occupa né se ne preoccupa affatto. Ma proprio questo è il ‘male’ della ricchezza: il non ‘vedere’ più i poveri. Il vivere da ricchi rende ciechi e indifferenti. Il denaro abbaglia, la ricchezza ammalia e imbroglia.

    Lo aveva imparato Francesco d’Assisi: non era stato un giovane dissoluto e scapestrato. Aveva semplicemente vagheggiato di poter servire Dio e gli idoli del suo tempo: la gloria militare, il piacere di festini e corteggi, il sogno di essere il primo, sempre e in tutto. Dopo varie delusioni e sconfitte, Francesco incontra il Crocifisso e si sente amato. Allora scopre i lebbrosi e si mette al loro servizio. “Da quel giorno Francesco smise di adorare se stesso”. E consegna ai suoi frati il suo ‘segreto': “Non tenetevi nulla di voi stessi, affinché interamente vi accolga colui che tutto si dà a voi”. Questo fu l’inizio della rivoluzione francescana. Anche l’economia ne fu trasformata. Nacque l’economia di mercato, finalizzata non al profitto, ma al bene comune. I mercanti “francescani” – appartenenti al terz’ordine – avevano nei loro libri mastri una colonna intitolata a “Domeneddio”, dove registravano i contributi versati per le cause comuni.
    Ciò che fa ricco un uomo non è il suo potere d’acquisto, ma la sua capacità di spendersi per il bene di tutti. L’uomo è un mendicante che si arricchisce solo donandosi. Parola di Gesù. Parola di Francesco. Parola di don Oreste. Sia anche la parola di vita per la nostra vita, per la nostra Chiesa.

Rimini, Basilica Cattedrale, 29 settembre 2013

    + Francesco Lambiasi

   

(30 settembre 2013)