Menu di servizio


Navigazione


La pace e i giovani camminano insieme

2018gen2

Intervento del Vescovo alla Marcia della Pace

Senza i giovani non si può fare la guerra. Senza i giovani non si può costruire la pace. Ma chi deciderà la pace o la guerra non saranno i giovani, ma gli anziani, se i giovani non si mobiliteranno per la pace.

Se verifichiamo l’età dei caduti in guerra negli innumerevoli “monumenti” sparsi sul territorio nazionale, vediamo che la gran parte di essi erano giovani, alcuni giovanissimi Quest’anno ricorre il primo centenario della Grande Guerra del 1915-‘18, e il presidente Mattarella ieri sera ci ha ricordato che gli alpini che andavano all’assalto sul Grappa o sull’Ortigara erano spesso ragazzi del ’99. Un mio zio aveva appena 15 anni quando fu chiamato alle armi. Gli eserciti che hanno combattuto le due ultime guerre mondiali erano formati largamente da giovani. E’ per questo motivo che le dittature di destra o di sinistra coltivano e controllano particolarmente i giovani. Se veramente i giovani non volessero la guerra, e tutti i giovani usassero il diritto all’obiezione di coscienza, la guerra non si potrebbe fare. I governi sarebbero costretti a trovare altre strade efficaci per scoraggiare il potenziale aggressore, per dirimere la controversie, per prevenire le tensioni. Sarebbero costretti a costruire la pace con strumenti di pace.

La cultura dominante oggi non è cultura di pace, ma di violenza e di guerra. Questa cultura non si cambia senza l’apporto determinante dei giovani. I rapporti fra le persone e i gruppi per affermare i propri interessi sono basati molto spesso sulla sopraffazione, che è violenza. I rapporti fra le classi sociali non sono basati sulla collaborazione, ma sulla lotta per l’eliminazione reciproca, e comunque per il dominio di una parte sociale sull’altra. I rapporti fra i popoli ricchi e quelli poveri sono basati sullo sfruttamento. Questa cultura è tollerata con passiva assuefazione. Coinvolge tutti e influenza anche i giovani. La cultura della nonviolenza viene spesso tacciata di buonismo. Ma i giovani sanno che le ferite dell’ingiustizia non si possono curare con il balsamo della misericordia.

Chi può cambiare la cultura di violenza e di guerra in cultura di pace? Difficilmente gli adulti, che l’hanno costruita, che spesso su di essa coltivano i loro interessi economici e politici. Se non sono i giovani a porsi ideali alti ed altri, ad affermare con segni forti e credibili una cultura di nonviolenza e di solidarietà, a introdurre un modo nuovo per stabilire i rapporti fra le persone, fra i gruppi e fra i popoli, non si potrà costruire la pace. La tendenza alla diminuzione della natalità si aggrava di anno in anno. In Italia negli ultimi 8 anni si è registrato un calo di 100mila nati: una vera apocalisse. Perciò chi deciderà sul domani saranno i voti degli anziani, a meno che i giovani non impongano decisamente un altro indirizzo al cammino del mondo.

Ho appena riletto la parabola tratta dal libro del Qohelet: “C’era una piccola città con pochi abitanti. Un grande re venne contro di essa. L’assediò e costruì grandi fortificazioni. In essa si trovò un uomo povero ma saggio, che con la sua sapienza salvò la città. Eppure nessuno ha più ricordato quest’uomo povero. Ho concluso allora che la sapienza vale più della forza” (9,14-16).

Rimini, Sala Manzoni, 1 gennaio 2018 –

 + Francesco Lambiasi

(2 gennaio 2018)