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La grammatica della carità

2018nov12

Omelia del Vescovo per la festa di san Martino

Dal vangelo secondo Matteo”: è la formula di rito usata dal diacono per incominciare la lettura del brano evangelico, appena proclamato. Ma si sarebbe potuto benissimo iniziare con una formula analoga: “Dal vangelo secondo Martino”. In effetti la scelta della sequenza è stata ispirata dal famoso ‘fioretto’ del mantello militare tagliato a metà da Martino, per darne una parte a un povero mendicante che stava morendo di freddo sul ciglio della strada. La notte seguente Martino vide in sonno Gesù vestito della parte di clamide da lui donata al povero, e sentì Gesù che dichiarava raggiante: “Martino, sebbene catecumeno, mi ha coperto con questa veste”. Il giovane soldato, appena all’inizio del suo cammino di fede, avrebbe così compiuto una delle sei opere di misericordia indicate nel vangelo: “Ero nudo e mi avete vestito”.

1. Questo brano ci aiuta a rispondere alla domanda: “Ma come andrà a finire?”. Come andrà a finire questa nostra storia magnifica e drammatica, aggrovigliata e travagliata? Andrà a finire che saremo giudicati sull’amore. Abbiamo sentito Gesù, il Pastore grande delle pecore, che, nel suo ruolo di giudice universale, indossa i panni dei poveri, degli affamati, degli oppressi: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Più che di una parabola, si tratta di una profezia. Una profezia tuttora in corso. Gesù oggi grida con la voce dei miserabili: “Avevo fame, e anche oggi ho dovuto frugare nei cassonetti. Aiuto! Avevo sete, e nessuno mi ha dato un sorso di affetto. Ero straniero, e non ho ancora trovato una sponda amica. Ero carcerato, e non è venuto nessuno a trovarmi. Ero nudo, e continuo a tremare di freddo e di abbandono. Ero malato, e sto morendo di tristezza e di solitudine. Ero bambino di strada, e anche oggi sono stato facile preda di ogni violenza. Ero un barbone, e sono stato lasciato solo a consumare il mio oblio su uno sporco marciapiede di periferia. Ero nella notte della disperazione, e nessuno mi ha acceso una lucina di speranza. Aiuto!”.

Un delicato canto diffuso in diverse comunità cristiane e ispirato a un racconto dei chassidim, i saggi ebrei dispersi in esilio, recita così: “Cercavo una terra, una terra assai bella, dove non manca pane e lavoro, dove non c’è dolore e miseria: la terra del cielo. Cercando questa terra assai bella, sono andato a bussare, pregando e piangendo, alla porta del cielo. Da dietro a quella porta una Voce mi ha detto: Vattene, vattene, perché io mi sono nascosto nei poveri. Cercando questa terra, questa terra assai bella, insieme ai poveri, abbiamo trovato la porta del cielo”.

Papa Francesco ha scritto: “Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani! (REs, 98).

2. Abbiamo intercettato il messaggio del vangelo secondo Martino, e l’abbiamo decifrato. Gesù ha detto ai suoi fratelli più piccoli: “Io vi amo così tanto che quando siete affamati è la mia carne che ne patisce i morsi. Quando siete ammalati, è il mio corpo che ne soffre terribilmente. Quando siete affannati, tristi e angosciati, è il mio cuore che si affligge e non se ne dà pace”.

Ma c’è un altro messaggio che riguarda direttamente noi, i discepoli di Gesù: “Ogni volta che avrete dato anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete dato a me. Io mi ritrovo negli stracci degli ultimi, nella carne ferita, nella vita straziata degli scartati”. I poveri sono i vicari di Cristo. Non nel senso che tutto quello che fanno si può ritenere fatto da Cristo. Ma nel senso che tutto quanto viene fatto a loro, è fatto a Cristo stesso.

Ma se è vero che Gesù è la perfetta immagine del Padre; se è vero che in lui il Padre si specchia in modo pieno e compiuto, fino a far combaciare al più minuto dettaglio il profilo del volto nel volto del Figlio; se è vero che “Dio Padre nessuno l’ha visto mai, solo il Figlio è venuto a raccontarcelo” (vedi Gv 1,18), allora solo Gesù può dirci come è fatto Dio. Solo Gesù può aiutarci a non sbagliarci su Dio. Pertanto chiediamoci: quale immagine di Dio si riflette nel volto di Gesù in questo vangelo secondo Matteo e secondo Martino?

Noi tutti siamo convinti che Dio è l’onnipotente, l’onnisciente, l’onnipresente. Tutto vero, infallibilmente vero. Ma nella scena del giudizio universale Gesù ci svela e ci rivela un Dio-Re confitto su una croce per amore, sconfitto più di tutti gli sconfitti della storia, fragile più di ogni fragilità degli umani. Per vincere in noi il virus dell’egoismo con l’antivirus della carità. Per sconfiggere i batteri dell’odio e della vendetta con gli antidoti del perdono e della riconciliazione. Forse preferiamo un idolo manufatto e manipolabile, alquanto severo e autoreferenziale, permaloso e irascibile, da tenere buono, ma pur sempre ricattabile. Un dio proiezione del nostro io, con le paure e le manie di grandezza del nostro ego. Un feticcio che non ci spinge a conversione, anzi ci costringe alla superstizione.

No, il Dio di Gesù di Nazaret è un Dio padre, ma non padre-padrone, un boss incombente e implacabile. E’ piuttosto l’Abbà, il padre-papà, tenerissimo e misericordioso, che non si mette a rovistare nel mio, nel tuo passato, perché lui conta anche un solo bicchiere d’acqua fresca che avremo dato ai suoi fratelli più piccoli (vedi Mt 10,42). Come a dire, il Dio di Gesù registra sul libro della vita tutte le infinite volte che avremo declinato i verbi della ‘grammatica di base’ della carità, quella a favore dei poveri: nutrire, dissetare, accogliere, visitare, condividere. Certo il Dio di Gesù non è neanche un padre-papino, pacioccone e buonista, a cui va bene tutto e il contrario di tutto. Un bonaccione che confonde la vittima con il carnefice. Il Dio cristiano, invece, si schiera sempre – e sempre ci vuole schierati – dalla parte della vittima, non del carnefice.

Quest’anno la festa del vostro venerato Patrono ci consegna un vangelo da imparare bene, visto che ci anticipa il questionario dell’esame finale. San Martino non si stanchi di ricordarci che il Signore ci chiederà se lo avremo riconosciuto nel povero, nel debole, nel bambino fragile, nell’anziano abbandonato, nell’immigrato bisognoso, nel vicino scomodo.

Per vivere anche noi, come, Gesù, l’infinitamente-Amabile, l’infinitamente-Beneamato.

Vivere come lui, anche noi. A mani aperte. A braccia spalancate.

Riccione, chiesa di san Martino, 11 novembre 2018

+ Francesco Lambiasi

(12 novembre 2018)