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La chiesa dell’Apocalisse

2011gen10


Permettetemi di introdurre questi pensieri con il confidarvi una fastidiosa punta di disagio. La splendida chiesa che stiamo per dedicare è ispirata a quel libro fascinoso e seducente qual è l’Apocalisse, l’ultimo della Bibbia. Nella visione finale della Gerusalemme nuova dapprima il veggente di Patmos afferma di non intravedere alcun tempio, ma poi subito si corregge dicendo che Dio e l’Agnello sono il suo tempio (Ap 21,22). Il messaggio è lampante: per stare alla presenza di Dio, non c’è bisogno di alcun tempio, né ora né a maggior ragione nella Gerusalemme celeste. Il tempio non è una struttura materiale; è piuttosto una realtà spirituale. La contemplazione del veggente giunge così all’essenziale: Cristo è tutto il reale, e dunque è anche il tempio. Di qui la domanda spinosa: ma allora che bisogno c’è di una chiesa di pietre? a che pro tanta fatica, tanto assillo e – diciamolo pure – tanto denaro, quando se ne poteva – o forse addirittura se ne doveva – fare a meno?

1. Il messaggio

Per rispondere, dobbiamo lasciarci illuminare dalla santa parola di Dio, appena proclamata.

La scelta della prima lettura – unica tra le possibili dell’Antico Testamento e obbligatoria – è sintomatica. Ci si poteva aspettare il brano della solenne liturgia di dedicazione del primo tempio di Gerusalemme, costruito da Salomone. E invece, mentre quel testo è stato scartato, è stato scelto il brano tratto dal rotolo di Neemia, dove si racconta l’assemblea tenuta a cielo aperto dagli esuli in Babilonia, finalmente ritornati in patria, e radunati attorno alla tribuna da cui lo scriba Esdra proclama la parola della santa Legge. Con questa preferenza la liturgia rimarca una netta discontinuità: l’edificio destinato all’assemblea cristiana non è l’erede del tempio di Gerusalemme, dove dimorava la gloria di Dio. Questa gloria aleggia ormai sopra il popolo stesso, in ascolto del suo Signore, nel giorno a lui consacrato.

La prima lettera di Pietro ci ha ribadito che Cristo è la pietra viva. Due parole, queste, in reciproco, vistoso contrasto. Alla pietra sono abitualmente associate caratteristiche di materialità e pesantezza, mentre qui la pietra è detta ‘viva’, quasi a tenere insieme la bipolarità del mistero pasquale: la morte e risurrezione del Signore. Avvicinarsi al Cristo pietra viva significa condividere il suo destino di morte e risurrezione, in quanto è e resta lui la pietra scartata e “rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio”. Non c’è fondamento che tenga nella Chiesa, non c’è altra pietra angolare che il Cristo. Pertanto i credenti devono “lasciarsi edificare” su di lui come altrettante pietre vive. Artefice di questa mirabile costruzione è Dio stesso, come suggerisce il passivo teologico: “siete costruiti (da Dio) in edificio spirituale”. Ma, a ben vedere, nell’impresa è coinvolta tutta la Trinità: il Padre edifica i battezzati sul fondamento di Cristo, e lo Spirito informa di sé questa casa che viene definita appunto “spirituale”

Nella solenne dichiarazione fatta a Pietro, Gesù dichiara solennemente: “Tu sei kepha e su questo kepha edificherò la mia Chiesa. Pietro-Kepha non è una pietra dell’edificio ecclesiale, ma la roccia dura e irremovibile su cui gravita non rappresenta una parte bensì l’intera, imponente costruzione. L’immagine della roccia è integrata da quella della ‘costruzione’: “Edificherò la mia chiesa”. Qualsiasi edificio deve essere ben strutturato e compatto, se vuole sussistere. Anche la comunità degli uomini che Gesù è mandato dal Padre dei cieli a costituire sulla terra sarà tale: un edificio ben compaginato.

2. Il linguaggio

Una volta assicurato che la chiesa-tempio sta alla chiesa-assemblea come il segno sta al significato, non ci meravigliamo se la liturgia della dedicazione costituisce un continuo, pendolare andirivieni tra la chiesa di pietra e la Chiesa  di pietre viventi, quali siamo noi. Ma passiamo ora a vedere come il libro dell’Apocalisse abbia suggerito l’idea-matrice che ha poi generato l’ispirazione centrale e il cospicuo corredo simbolico di questo nuovo splendido edificio di culto. Colpisce anzitutto la struttura circolare del complesso architettonico: già quando si arriva davanti alla chiesa, ci si sente accolti dal vasto piazzale, stretti tra i due bracci dell’ampio porticato. Il solenne portale di bronzo, simbolo di Cristo, “la porta delle pecore”, annuncia nella figura di un nautilus con al centro l’emblema di Cristo un coinvolgimento con la forma circolare dell’edificio. La forma elicoidale della grande conchiglia dice che tutta la realtà parte da Cristo e si sviluppa in un vortice di vita. Quando poi si entra dentro la spaziosa aula liturgica, orientata ad est, verso il sole, simbolo di Cristo, il sole che sorge dall’alto, si percepisce a colpo d’occhio come sia il cerchio la figura predominante e sintetica che genera e plasma l’architettura della chiesa, strutturata appunto a forma circolare. Il cerchio è immagine dell’eterno, ma è pure metafora dell’abbraccio della Chiesa-madre che raccoglie i suoi figli, come sotto il suo grande, avvolgente mantello.

L’interno culmina al centro con una lanterna, con dodici lati, sovrastata dalla croce, posta al centro focale del tetto della chiesa. Se teniamo presente che il campanile di Bordonchio era un tempo considerato come un faro di mare, la lanterna luminosa racconta quella storia e ne riscrive in qualche modo la simbologia. Sotto il tetto si dispongono a raggiera i 24 travi portanti, che richiamano i 24 vegliardi dell’Apocalisse. In alto sulle quattro colonne, poste ai quattro punti cardinali, sono raffigurati i quattro evangelisti. Il richiamo ai dodici apostoli lo si legge sia nella vetrata dodecagonale, con le dodici fiammelle che sovrastano i loro nomi, sia nelle pareti della chiesa dove le dodici grandi porte sono raffigurate con tratto visivo appena percettibile.

Già da questa prima impressione a pelle la nostra chiesa si annuncia come un compendio di catechesi, scritto sugli elementi architettonici e artistici del tempio. Se si trattiene il fiato, sembra quasi di percepire il respiro delle pietre, un soffio profondo e pacato che veicola messaggi e trasmette parole che scendono dall’alto e vengono da lontano.

3. Il percorso

Ma c’è un itinerario che questa chiesa disegna, insegna e avvia: è il percorso-base che ‘fa’ i cristiani e li aiuta a ‘fare’ i cristiani, cioè li genera e li educa a vivere da discepoli e testimoni del Signore Gesù. Questo cammino comincia con il battesimo: là tutti siamo nati. Così il fonte battesimale declina l’idea della roccia che è Cristo, un grande masso, dove il tempo aveva scavato un canale, da cui ora scaturisce l’acqua viva, l’acqua della grazia che zampilla per la vita eterna. Adiacente al battistero è situata l’area penitenziale dove si celebra il sacramento della riconciliazione, il nostro secondo battesimo. Poi il discepolo viene accolto da Maria, la donna vestita di sole, che ci prende per mano e ci porta sotto la grande icona in bronzo del Crocifisso risorgente: il Cristo è vivo e sembra come volersi staccare dalla croce, che si va liquefacendo e sciogliendosi in luce. Sovrasta l’abside, con i contorni ammorbiditi fino a perdersi, una immagine appena affiorante di Dio Padre che sorregge il Cristo nel dono totale di sé, lo fa risorgere e lo offre alla Chiesa e al mondo. Il fedele prende ora posto nell’accogliente, armoniosa aula assembleare, percorsa dalle ‘onde’ dei banchi: ogni cristiano sa di non essere un pezzo isolato di un aggregato anonimo e amorfo, ma il membro unico e irripetibile di una comunità, chiamata a formare un cuore solo, un’anima sola. A guidare la comunità è Cristo, il Pastore che si visibilizza nel pastore-presbitero, il quale dalla sede massiccia del celebrante presiede nella carità la convocazione del santo popolo di Dio.

Davanti a sé l’assemblea liturgica si trova le mense dei tre pani. Innanzitutto l’ambone, dove viene “servito’ il pane della parola. Il luogo delle sante Scritture reca sul frontale un dardo d’oro, come un lampo, ad esprimere la luce folgorante della parola di Dio che squarcia le tenebre e spezza la pietra del sepolcro vuoto del Risorto, la cui lingua è come una spada affilata, a doppio taglio. L’altare è la mensa del secondo pane, il corpo di Cristo, raffigurato nell’Agnello immolato e vittorioso dell’Apocalisse. Interessante infine l’idea di una terza mensa, chiamata il tavolo della carità, vicino all’uscita laterale, dove ognuno possa mettere un dono da offrire, e chi ne ha bisogno possa prenderne. L’ispirazione per questa idea originale viene dal rosone di s. Martino, in cui si vede il santo patrono dividere il mantello con il povero, in cui si è nascosto Cristo stesso, il quale poi appare rivestito con la metà della clamide donata al povero.

E’ tempo di concludere questa rilettura del luminoso messaggio della nuova chiesa, un messaggio modulato nel linguaggio dell’arte, trasparente nella materia delle pietre, del legno, del bronzo e del vetro. Mi faccio aiutare da s. Agostino:

“La dedicazione della casa di preghiera è la festa della nostra comunità. Quello che       qui avveniva mentre questa casa si innalzava, si rinnova quando si radunano i          credenti in Cristo. Mediante la fede, infatti, divengono materiale disponibile per la         costruzione, come quando gli alberi e le pietre vengono tagliati dai boschi e dai monti. Quando vengono catechizzati, battezzati, formati sono come sgrossati,    squadrati, levigati fra le mani degli artigiani e dei costruttori. Non diventano    tuttavia casa di Dio, se non quando sono uniti nella carità”.

Ricordando poi che l’edificazione richiede una previa pars destruens, s. Agostino raccomandava: “Per liberarvi dal disfacimento delle vostre macerie, amatevi gli uni gli altri”. E concludeva che se “la dedicazione della chiesa avviene nella gioia, allora per una chiesa nuova occorre un canto nuovo”. Ma “qual è la caratteristica del canto nuovo se non l’amore nuovo? Cantare è di chi ama”.

Perciò con le parole dello stesso santo, dico a te, comunità parrocchiale di Bordonchio: “Canta e cammina!”.

+ Francesco Lambiasi

(10 gennaio 2011)