Io sono con voi

Omelia del vescovo per la solennità dell’Ascensione

Ascensione: festa dell’addio? Ma come si fa a fare festa quando “è l’ora dell’addio, fratelli, è l’ora di partir”? Come si fa a fare festa se “partire è un po’ morire”? In effetti ogni addio è venato da una pungente nostalgia, quando non sia anche striato da un amaro rimpianto. Deve proprio essere accaduto così per gli Undici discepoli: avevano appena iniziato a fare festa per l’insperata rivincita sulla morte, riportata dal loro indimenticabile Rabbi Jeshù. Ne avevano appena incominciato ad esultare come di una trionfale riscossa, ma ora sembrava dovessero incassare l’ennesimo traumatico shock con l’addio definitivo del loro impareggiabile Maestro.

Ascensione: festa dell’invio? Là, sull’alto monte il Risorto aveva radunato per l’ultima volta il minuscolo nucleo dei discepoli. Lo avevano adorato, ma si portavano in cuore ferite brucianti, dubbi spinosi e raggelanti paure.

Eppure Gesù in persona aveva passato loro il ‘testimone’, consegnando quel mandato esorbitante, del tutto illogico: andare – proprio loro, così scarsi e ancora così ‘convalescenti’ – in tutto il mondo ad evangelizzare, a fare discepoli, a battezzarli. Allora perché lui, il Maestro e Signore, sul punto di sottoscrivere la stupefacente promessa di rimanere con i suoi amici nientemeno “fino alla fine del mondo”, sembrava volesse smentire la solenne assicurazione della sua interminabile compagnia, sottraendosi alla loro vista e ‘ritirandosi’, oltre le nubi, in remoti, appartati spazi stellari? Voleva forse dire che ormai dovevano cavarsela da soli?

Insomma che festa è l’Ascensione? Proviamo a centrare il lieto messaggio dell’evento. In verità, distaccandosi dai suoi compagni visibilmente, Gesù non se ne separa affatto, né affettivamente né tantomeno effettivamente. Appunto perché “seduto alla destra del Padre”, il Risorto si rende ancora più vicino ai suoi fratelli e sorelle: a tutti, di tutti i tempi, dappertutto. Talmente vicino da non essere più semplicemente accanto, ma dentro di loro.

L’Ascensione non è la sottrazione di Gesù alla presa dei discepoli. E’ la moltiplicazione della sua presenza all’ennesimo grado. Certo, una presenza misteriosa, ma non virtuale, bensì reale, attuale, personale. E’ l’esaltazione di Gesù. Non è la sua evasione dalla storia. E’ piuttosto l‘invasione – una full-immersion! – con il suo Spirito nella storia. Leggiamo nella Lettera agli Efesini: “Ascese al disopra di tutti i cieli, per riempire tutto l’universo con la sua presenza” (Ef 4,10; TILC). Riempire tutto l’universo: un destino di straripante pienezza. “Gli stessi fiori del campo e gli uccelli del cielo, che lui aveva ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa” (Laudato sì, 100).

Possiamo stare sereni. Gesù non si è mai stancato della promessa agli Undici: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo” (At 1,8). Possiamo camminare nella speranza. Con fiducia e coraggio. Senza paura e senza arroganza. Con ardore e mitezza.

Tra una settimana celebreremo il 50° giorno: la Pentecoste. L’evento pentecostale non è l’estenuazione della Pasqua, né il suo totale esaurimento. Ne è il felice compimento e la massima esaltazione della sua energia: incontenibile e perennemente rinnovabile. In effetti dopo duemila anni quella vitalità si rigenera ininterrottamente, grazie all’opera benefica ed efficace dello Spirito.

Ora sostiamo un momento sull’opera rinnovatrice del Paraclito. Il quale è la sorgente della perenne giovinezza, che rinnova i cuori, che impedisce alla Chiesa di invecchiare, di ripetersi noiosamente, di rimpiangere lamentosamente il passato. Da quella inesausta e inesauribile energia la Chiesa di Cristo viene ogni giorno ricreata e rivitalizzata, non semplicemente aggiornata o ‘modernizzata’. Quella dello Spirito è la novità sempre giovane e fresca del Risorto, che vive nell’eterno presente di Dio. Non è il prodotto di operazioni di marketing. Non è l’inseguimento di mode sgargianti e passeggere, che durano una stagione soltanto.

Lo Spirito della verità non fa cose nuove, ma fa nuove tutte le cose. Non fa una Chiesa nuova, ma fa nuova tutta la Chiesa. Non è un abile ‘restauratore’ del passato. E’ un tenace rinnovatore del presente. Un audace precursore del futuro.

Lo Spirito della santità non è un mediocre estetista, tutto indaffarato nel fare e rifare look e trucco alla Sposa di Cristo. E’ l’artista geniale della sua bellezza, incantato dal suo splendore, instancabile nel renderla sempre più santa e immacolata, senza macchia e senza ruga alcuna.

Lo Spirito della carità non è un esperto equilibrista che ondeggia diplomaticamente tra il “si è sempre fatto così” e il “qui bisogna azzerare tutto, perché è tutto sbagliato”. Lo Spirito dell’amore ci aiuta a “comprendere qual è la volontà di Dio, vale a dire ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2).

Arriviamo così a renderci conto che per la Chiesa si può parlare di un’autentica “Pentecoste permanente”. Nel senso che il Cristo è salito al Padre per rinnovare ai nostri giorni i prodigi operati all’alba dell’avventura cristiana.

Non c’è perciò nulla di più incongruente che contrapporre lo Spirito alla Chiesa, e viceversa. E non bisogna mai dimenticare che “uno ha tanto Spirito Santo, quanto amore ha per la Chiesa di Cristo”. Lo scriveva, con pesante ma pensato linguaggio quantitativo, sant’Agostino.

Ed io, sinceramente, come vostro vescovo, volentieri sottoscrivo.

 

Rimini, 24 maggio 2020 –

+ Francesco Lambiasi