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In memoria di Stefano Olivieri

2020set9

Omelia tenuta dal Vescovo nella liturgia esequiale

Permettetemi di ripetere quanto, in occasioni come questa, mi capita spesso di dire. I quattro vangeli canonici – quelli secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni – sono ovviamente né più né meno di quattro. Eppure ce n’è un quinto, non stilato su un rotolo di papiro, o steso su un codice di pergamena, o pubblicato su carta stampata. Ma scritto nella carne viva della storia di cristiani d.o.c. quali sono i santi conosciuti o ancora sconosciuti, e riportato in copia nell’esistenza evangelica dei testimoni della fede, quali sono i nostri fratelli che ci hanno preceduto nell’incontro con il Signore risorto e riposano nella pace dei giusti. Per cui è legittimo parlare di un vangelo secondo Francesco e Chiara d’Assisi. E anche di un vangelo secondo Alberto Marvelli, don Oreste Benzi e Sandra Sabattini da Rimini.

1. Ma a me pare che possiamo parlare anche di una pagina da quinto vangelo per la breve vita del nostro fratello Stefano. In effetti mi ha molto colpito la scelta della sequenza evangelica appena proclamata (Mt 7,21-27) che tu, carissima Monica, hai preferito, perché è lo stesso brano proclamato il giorno delle vostre nozze. Permettimi di ringraziarti di cuore per questa opzione, perché ci dice il sogno che ha illuminato il primo giorno del vostro matrimonio: costruire la vostra casa sulla roccia del vangelo. Un sogno che vi ha accompagnato per tutto il tracciato della vostra vita a due “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. Un sogno che non poteva essere spezzato neanche dal “santo viaggio” di Stefano.

In verità la pagina evangelica, prima della piccola parabola della casa costruita sulla roccia e di quella sulla sabbia, riporta alcuni versetti in cui Gesù denuncia molto più che due disturbi passeggeri per una fede di sana e robusta costituzione, ma che invece costituiscono due vere e proprie patologie mortali: incoerenza e ipocrisia.

L’incoerenza è ‘dire’ di credere, ma non ‘fare’ di conseguenza. L’ipocrisia è fingere di credere, ma poi è fare esattamente il contrario. L’incoerente non è necessariamente un malvagio. Può essere anche un sentimentale: ha aderito alla fede sull’onda dell’entusiasmo, ma poi si ritrova a dover fare i conti con le seduzioni degli idoli, con le preoccupazioni della vita, con le tante difficoltà che si frappongono sempre tra il dire e il fare. L’ipocrita è, come vuole l’etimologia, un “attore”: riduce la fede ad una maschera, la preghiera a sceneggiata, la religione a spettacolo.

Stefano non aveva scelto di giocare a fare il cristiano, ma semplicemente di fare il cristiano. Lo sappiamo: o la fede si vive sul terreno del quotidiano, o diventa una dolciastra droga buonista, gratificante e soporifera, ma paurosamente alienante.  E’ contro questo cancro della fede che il Maestro aveva condotto una lotta dura e senza paura.

2. In effetti, quella di Gesù è una lezione ‘magistrale’, in due tempi. Nel primo, ci dice che si possono compiere opere religiose – come fare profezie stupefacenti, celebrare liturgie fastose, operare prodigi strabilianti – e non avere il cuore ‘a posto’. La vera fede – ci ricorda oggi il Maestro – non coincide con l’illusione religiosa. Non può ridursi a grandi paroloni. Né ai brividi emotivi, effimeri e instabili, di chi invoca: Signore, Signore! Credere, secondo Gesù, è fare: “fare la volontà del Padre”. Attenzione! Gesù, quando nominava il Padre, trasmetteva una forte scossa di dolce commozione. Mentre quando scribi e farisei la evocavano, questa benedetta volontà di Dio diventava, in bocca a loro, la giustificazione di incidenti inaspettati, di disgrazie improvvise, di torri rovinate addosso ai costruttori, di sangue versato dai romani nelle mille sommosse e duri tumulti di zeloti e sicari…

Ma per Gesù la volontà di un Dio che è Padre non è il soffrire, bensì l’amare. E se non c’è amore senza dolore, allora non sarà redentivo il dolore, ma solo l’amore. Sorella, Fratello, ascoltiamo Madre Teresa: “Quando dai, non importa quanto dai, ma quanto amore metti nel dare”. Potremmo aggiungere: quando offri o soffri o ti sacrifichi, ciò che più conta è quanto amore metti nell’offrire, nel soffrire, nel sacrificarti. E poi ricordiamo: non è vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Di mezzo c’è il verbo amare.

Infine Gesù ci parla attraverso la parabola delle due case. Qui il contrasto non è tra chi ascolta e chi non ascolta, ma tra chi mette in pratica e chi non mette in pratica. E non è detto che la casa sulla roccia non sia anch’essa esposta alle intemperie della vita: alla pioggia battente delle contrarietà, ai venti violenti delle tensioni, alle sconvolgenti scosse sismiche di malanni e avversità. Ma non crolla.

Una vita fondata sulla roccia della fede non è una bella vita. E’ una vita bella. Non è una vita garantita e semplificata. E’ una vita sensata, saporita, realizzata. Non è una vita perduta. E’ una vita recuperata. Una vita viva, vitale e vivace, fiorita e feconda. In una sola parola: è una vita salvata. Parola di Gesù.

Una parola che ha illuminato, sostenuto, accompagnato l’esistenza di Stefano. E che oggi Stefano, attraverso Monica e i loro cari – come suoi veri ‘esecutori testamentari’ – ci semina in cuore.

Rimini, San Raffaele, 2 settembre 2020

+ Francesco Lambiasi

(9 settembre 2020)