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I presbiteri: servi della comunione

2010mar31

Omelia pronunciata nella Messa Crismale Rimini, Basilica Cattedrale, 31 marzo 2010

Il prete, ministro dell’eucaristia, servo della comunione. Questa definizione sintetica può essere un modo per decifrare il “geroglifico” (von Balthasar) di quel mistero alto e fitto qual è l’esistenza presbiterale. L’eucaristia non è una cosa da fare o un semplice rito da celebrare, ma è una forma che impregna di sé tutta la nostra vita. In effetti, mediante l’ordinazione, noi veniamo dalla santa cena del Signore e siamo “ordinati” all’eucaristia, per l’eucaristia. Certo, il grande “mistero della fede” è dato a tutti i battezzati, che compongono il santo popolo di Dio, ma è stato affidato a noi, vescovi e presbiteri, anche per gli altri partecipanti alla divina liturgia.

Da Nazaret, dove Gesù era cresciuto, dalla sinagoga del paese dove ha appena proclamato il compimento della Scrittura, dobbiamo ora trasferirci virtualmente a Gerusalemme, ed entrare nel cenacolo, dove il Maestro siede a mensa con i Dodici per l’ultima Pasqua. Nazaret e Gerusalemme, la sinagoga e il cenacolo, sono due scene inquadrate da Luca in dissolvenza. Sono i due estremi del lungo “esodo” compiuto da Gesù e descritti dal terzo evangelista rispettivamente come base di partenza e come terminale di arrivo del pellegrinaggio messianico del Signore.

1. Entriamo anche noi nel cenacolo e teniamo gli occhi fissi su Gesù, il fiato sospeso nell’attesa: l’ora è arrivata, l’attesa è compiuta, l’amore immenso sta per farsi immenso dono. Il solo Gesù copre l’intero orizzonte della scena. Tutte le fonti evangeliche sono concordi nel raccontare che Gesù ha preso il pane e prima di distribuirlo ai discepoli, ha pronunciato la benedizione e reso grazie. Tutto l’evento viene avvolto da questa atmosfera di festosa gratitudine, al punto che la Chiesa parlerà in proposito di “eucaristia”, appunto rendimento di grazie.

Dallo scrigno prezioso della tradizione evangelica, proviamo ad estrarre le perle contenute nella semplice formula “rese grazie”. Il contesto della cena è intriso di dolcezza e di tragedia. Mentre incombe la notte del tradimento e l’atroce patibolo è ormai pronto, mentre si sta per fare l’immondo passamano del suo corpo – da Giuda al sinedrio, dal sinedrio a Pilato, da Pilato ai carnefici – Gesù dona se stesso in una libera, volontaria anticipazione di ciò che sta per essergli brutalmente sottratto, il bene della vita. Prima di essere abbandonato, consegnato alla violenza più ingiusta e gratuita, Gesù si abbandona, si autoconsegna all’amore più gratuito e generoso. Prima che del suo corpo si faccia l’osceno mercato, Gesù si mette nelle nostre mani, in una donazione irreversibile e senza riserve: senza nessun se, senza alcun ma.

Brivido e ribrezzo trasmettono i racconti della santa tradizione: il ribrezzo del tradimento, il brivido della tenerezza. L’Eucaristia viene istituita da Gesù in un contesto di tradimento, che è la colpa più contraria all’amore, più refrattaria a ogni dinamismo di alleanza, la colpa che ferisce a morte il cuore. Gesù prevede altre colpe: il triplice rinnegamento di Pietro, l’abbandono da parte degli apostoli, l’arresto nel Getsemani, il processo-farsa, la condanna capitale, gli scherni, gli strazi, la croce, la morte. Che cosa ci si poteva aspettare?

In un contesto analogo, anche se meno tremendo, il profeta Geremia protesta la sua innocenza, e rinuncia a farsi giustizia: rimette la sua causa a Dio, ma reclama la rappresaglia contro i suoi nemici: “Signore degli eserciti, giusto giudice, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa”. Gesù, che potrebbe chiedere e ottenere dal Padre un esercito di angeli in sua difesa e gli basterebbe meno di un decimo di secondo per incenerire i suoi carnefici, si abbandona alle mani del Padre e invoca il perdono per i crocifissori: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.


2. Ecco la trasformazione che avviene nell’eucaristia: prima della mutazione “sostanziale” (il pane cambiato nel corpo, il vino nel sangue), nella vita di Gesù avviene una trasformazione “esistenziale”: una violenza totalmente ingiustificata viene dal Signore convertita in una donazione totalmente incondizionata. Di conseguenza la morte da evento di rottura si trasforma in evento di alleanza; da segno negativo di opposizione diventa strumento positivo di comunione; da maledizione passa in benedizione che salva e redime.

Ecco che cosa avvenne nell’ultima cena: anticipando misteriosamente la propria passione e morte, Gesù decise di donare generosamente quella vita che volevano strappargli con violenza; decise di offrire liberamente quel sacrificio che altri tramavano di compiere; decise di far consumare gratuitamente come cibo ciò che i suoi persecutori si arrogavano prepotentemente di distruggere.

Ed ecco cosa è avvenuto nella nostra ordinazione: siamo diventati responsabili della memoria viva dell’amore di Dio e ministri della celebrazione festosa della gratitudine che da quella memoria deriva.

Noi sappiamo bene che l’ordinazione sacerdotale non ha cancellato in noi il sacerdozio comune, ma lo ha rafforzato e specificato, declinandolo sul versante della carità pastorale, che è partecipazione alla carità di Cristo, buon Pastore. Un prete che pretendesse di celebrare l’eucaristia senza aderire personalmente a Cristo come gli altri cristiani presenti, e si arrogasse l’arbitrio di esercitare il sacerdozio ministeriale rifiutando di esercitare il sacerdozio battesimale, compirebbe un’azione ministeriale valida – perché non condizionata ai suoi meriti – ma gravemente illecita, e la sua comunione eucaristica sarebbe un mangiare e un bere la propria condanna. Si separerebbe dal corpo mistico di Cristo nel momento in cui consacra indegnamente il suo corpo eucaristico; inserirebbe violentemente una separazione là dove viene operata la più intima e tenace comunione. Insomma farebbe un doppio attentato: contro il battesimo e contro il ministero. Pertanto il battesimo non è come l’atrio di ingresso che ci si lascia alle spalle per entrare in chiesa, ma come la cripta che sorregge stabilmente l’intero presbiterio.


3. Il modo più concreto per non separare ciò che Dio ha congiunto è quello di vivere la spiritualità eucaristica, quale traspare dalle parole della istituzione: prese il pane, rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede. Queste parole riassumono la mia vita sacerdotale di battezzato, ma, declinate al passivo, scrivono anche la mia vita presbiterale. Come il pane eucaristico, anche noi siamo stati presi, benedetti, spezzati e dati.

Prese il pane”: siamo stati presi, non catturati, ma scelti e sedotti perché amati. “Scelti” significa guardati dal Padre con sconfinata tenerezza, come esseri unici, speciali, preziosi ai suoi occhi, come figli di infinita bellezza e di eterno valore. Perché Lui è fatto così: ci ha incontrati per strada e ci ha scelti non perché eravamo adatti, ma siamo stati resi adatti da Lui che ci ha scelti. Questo non significa che gli altri siano stati scartati: la scelta di Cristo non esclude nessuno, include tutti. Non è competitiva, ma compassionevole. Non forma élites di separati, ma crea comunione tra i diversi.

Benedetti”: siamo stati consacrati e santificati. Credere che siamo benedetti equivale a credere che la nostra vita non è sotto il segno della cattiva stella del fato o del caso, ma è dentro il mistero di Dio, abbracciata dalla sua misericordia, che riscatta ogni più squallida miseria. Ognuno di noi può dire: “Lo Spirito del Signore è su di me; mi ha consacrato con l’unzione”. I nostri gesti sacerdotali sono destinati a diventare infiniti, divini. Il nostro cuore di pastori è programmato per essere riempito dalla grazia di Dio, e diventare lo spazio per i suoi innumerevoli prodigi. Siamo stati santificati non perché santi lo eravamo già, ma perché lo diventiamo. Siamo stati immersi nella grazia perché i nostri fratelli vengano sommersi dalla tenerezza della divina, umanissima misericordia di Cristo, nostro capo e pastore.

Spezzati”: i confratelli infermi ci insegnano che quando siamo appesi alla croce delle nostre impotenze e delle nostre disfatte, crocifissi con i chiodi della malattia, nell’agonia della speranza, nella paura che vede solo buio e vuoto, non siamo soli: Cristo non ha voluto schiodare se stesso per attenderci sul calvario,come a un appuntamento fissato, ogni volta che arriva anche per noi l’ora nona, per fare della nostra croce non una negazione arida e amara, ma l’umile e ostinata scelta di perdere la vita donandola. Il mistero della nostra vita di preti nasce da un Pane spezzato con cui entriamo in comunione, perché anche noi possiamo lasciarci spezzare e distribuire per la comunione dei fratelli.

Dati”: la santa eucaristia ci ricorda che fare la memoria del Signore significa lasciarci donare a tutti, e diventare capaci di vivere come il buon Pastore: a cuore squarciato, a braccia spalancate per tutti. La nostra più grande realizzazione sta nel dare noi stessi agli altri. Una vita donata, ma poi ripresa o trattenuta e ripiegata, è una vita sprecata. Ma vivere per Lui, come ha fatto Lui che ha dato la vita per il gregge, vuol dire vivere facendo vivere un popolo sacerdotale, una comunità eucaristica.

Maria, sotto il cui cuore ha cominciato a formarsi il cuore del buon Pastore, ci ricordi che ogni volta che siamo nell’ora nona, sotto la croce, appena poco oltre brilla nel primo sole del primo giorno dopo il sabato una pietra rovesciata…

+ Francesco Lambiasi

(31 marzo 2010)