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Gloria e pace Natale festa della bontà di Dio

2017dic25

Omelia del Vescovo per la Messa della Notte

Vi rinnovo il più cordiale benvenuto, Fratelli, Sorelle, Amici, a tutti e a ciascuno di voi, qui accorsi da strade diverse e forse da varie svolte e giravolte della vita. Forse qualcuno di voi si porta in cuore il morso di una cocente delusione che tarda a placarsi. Forse qualche altro si scopre afflitto da una ferita bruciante che ha ripreso a sanguinare. Forse altri ancora si ritrovano incurvati da affanni e preoccupazioni, da pasticci e drammi in cui ci troviamo continuamente impigliati. Altri invece avranno appena assaporato una gioia inattesa, ma si sentono già braccati dall’angoscia della penosa fugacità della vita. Permettetemi di accostarmi a voi tutti con tutto il rispetto che meritate e con tutto l’affetto di cui sono capace. La vostra presenza così folta e coesa, la vostra partecipazione così intensa e raccolta mi dicono che neanche quest’anno avete saputo resistere al fascino segreto del Natale. E questo mi basta per ripetervi con slancio: siate i benvenuti a questa santa liturgia! Vi auguro fin da subito di uscirne portando nel cuore almeno una scintilla del fuoco di questa notte di luce. E almeno un pezzetto del bianco pane della sua inalterabile pace.

1. Permettetemi di sostare almeno brevemente con voi sull’attacco dell’inno detto angelico, perché ‘esportato’ dagli angeli sulla terra in quella notte placida: il Gloria a Dio nell’alto dei cieli, che poco fa abbiamo ripreso a cantare dopo la lunga pausa dell’Avvento. L’acclamazione angelica è composta di due versetti disposti in perfetto parallelismo, in cui i termini si corrispondono a coppia, due a due: gloria – pace; a Dio – agli uomini; nell’alto dei cieli – in terra. I due versetti sono saldati da una e che dovremmo accentare poiché equivale a una è. Come a dire: la gloria a Dio, realizzata dalla nascita del Bambino, consiste nel portare sulla terra il dono stupefacente della pace. In altre parole il messaggio angelico è: Questo Bambino è qui per la gloria di Dio, e questa gloria è per la pace degli uomini.

Proviamo ora ad esplicitare il senso delle tre parole-chiave dell’inizio del cantico. La prima è gloria. La gloria resa a Dio non va intesa in senso mondano, come la fama conseguita da una persona umana. Pensiamo ad un nostro compagno d’infanzia che nel seguito della vita è diventato un personaggio famoso, e magari ha ottenuto un premio a livello nazionale o addirittura mondiale. Se un giorno ci capitasse di incontrarlo, noi magari gli faremmo i complimenti, forse con maggiore o minore sincerità. Ma non gli diremmo mai grazie, perché a noi non ce ne viene niente dalla sua notorietà e celebrità. E invece a Dio, dopo avergli declamato la nostra ammirazione e cantato la nostra stupefatta adorazione – “Noi ti lodiamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo” – arriviamo a dirgli pari pari: Noi ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Questo perché la sua gloria ci procura la pace. Infatti “la gloria di Dio è la vita dell’uomo” (s. Ireneo). Dio non ha agito per sé, per il suo tornaconto, ma per “per noi uomini e per la nostra salvezza”. In noi che siamo cattivi, l’agire solo per se stessi è puro egoismo. Ma in Dio, infinitamente buono, agire per se stesso è invalicabile amore. In ciò sta la sua gloria: nel dare quello che per l’uomo è salvezza ricevere.

L’altra parola-chiave dell’intestazione del Gloria è pace. Essa indica molto più che un ‘vuoto’ di guerra. Indica piuttosto un ‘pieno’ di bene, di armonia totale, di salvezza integrale. In buona sostanza ‘pace’ nel NT sta a dire il ristabilito, sereno e filiale rapporto con Dio. Giustificati – ossia riconciliati – per la fede, noi siamo in pace con Dio (Rm 5,1), scrive san Paolo. A questo livello, la pace verrà identificata con la persona stessa di Gesù: Infatti Cristo, proprio lui in persona, è la nostra pace (Ef 2,14).

La terza parola è buona volontà, che nella vecchia traduzione veniva riferita agli uomini di buona volontà, e quindi qui si tratterebbe della buona volontà degli uomini. Mentre invece la nuova traduzione della Bibbia in lingua italiana (CEI, 2008) rende più correttamente il soggiacente termine greco con uomini che egli (Dio) ama. Gli angeli alludono così al soggetto di questa benevolenza, che è Dio. Di questa benevolenza divina gli uomini sono l’oggetto, i destinatari, non il soggetto: essi sono i benedetti e benvoluti da Dio. Dio Padre ci ha “predestinati ad essere suoi figli adottivi, mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1,5). Pertanto il Natale è l’insuperabile manifestazione (‘epifania’) dell’amore di Dio, poiché in esso si è manifestata “la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini” (Tt 3,4). Insomma il Natale non è prima di tutto un richiamo alla buona volontà degli uomini, ma è piuttosto l’annuncio radioso della buona volontà o benevolenza di Dio per gli uomini.

Vi sono in effetti due modi per manifestare a un altro il proprio amore. Il primo consiste nel fare doni alla persona amata: è l’amore che letteralmente potremmo qualificare come amore di bene-ficenza. Dio ci ha amati così nella creazione del mondo e della nostra vita personale. Sia come famiglia umana che come singoli individui, entrando nel mondo, abbiamo ricevuto tutta una cascata di doni e di beni di quantità smisurata e di incalcolabile valore. Ognuno di noi può dire: “Vivo, dunque sono, perché sono amato”. Ma c’è un secondo modo di esprimere a un altro il proprio amore, ed è, nel caso che quella persona stia soffrendo, l’amore di sofferenza, ossia il soffrire con e per la persona amata. Ognuno di noi può dire: “Gesù è nato per me. Si è fatto povero per me, per farmi ricco del suo amore”. E questo amore di sofferenza gli è costato davvero caro. Come cantiamo nel canto natalizio più toccante, il Tu scendi dalle stelle: “O Bambino mio divino, io ti vedo qui tremar; o Dio beato! / Ah quanto ti costò l’avermi amato. / Dolce amore del mio cuore, / dove amor ti trasportò? / O Gesù mio, perché tanto patir? Per amor mio!”.

Il messaggio del Natale è lampante: se Dio abita nell’uomo, è nell’uomo che occorre trovarlo. Se Dio si è nascosto nel povero, è nel povero che bisogna scoprirlo. Beati noi se accoglieremo questa buona notizia! Ma non lamentiamoci se è Natale un giorno solo all’anno, perché da quando è venuto in mezzo a noi, Gesù non se n’è più andato. Anzi ogni giorno bussa alla porta del nostro cuore. Ma non la sfonda, né entra mai a gamba tesa. Beati noi se gli apriremo ogni giorno, perché ogni giorno allora sarà Natale.

Rimini, Basilica Cattedrale, santo Natale, 2017

+ Francesco Lambiasi

(25 dicembre 2017)