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Gesù il crocifisso è risorto

2017apr16

Ha vinto la morte e la fa vincere anche a noi

Omelia del Vescovo alla Veglia Pasquale

Gesù, il crocifisso non è qui: è risorto”. Nessuna notizia è più inedita, più sconvolgente, ma anche più lieta e stupenda di questa. E’ la notizia della rivincita di Gesù di Nazaret sulla morte. E’ l’annuncio più decisivo per ogni destino umano. E’ la leva più potente di un mondo nuovo. Il giorno di Pasqua, di buon mattino, Maria di Magdala e l’altra Maria, che erano state al seguito del Nazareno, si recano al sepolcro. Qui incontrano tre sorprese, una più importante dell’altra. La pietra che chiudeva l’imboccatura della tomba del Crocifisso di Nazaret è rimossa. Nel sepolcro aperto non c’è più il cadavere di Gesù. Ma la sorpresa decisiva è data dalle parole dell’angelo: “Gesù, il crocifisso, non è qui: è risorto”. Tutto il cristianesimo sta o cade con la verità di questo annuncio. A un gruppo di cristiani di Corinto, che sminuiva la centralità della risurrezione per la fede cristiana, san Paolo ribatteva provocatoriamente: “Se Cristo non è risorto, allora la nostra predicazione è vuota, e vuota è anche la nostra fede” (1Cor 15,14).

Non c’è dubbio: se Cristo non è risorto, l’evangelizzazione è senza senso, la fede senza fondamento, la vita senza un futuro buono e invitante. Dopo il primo inizio del cristianesimo, quale è stata la vita pubblica di Gesù fino alla sua passione e morte, da quel mattino di Pasqua dell’anno 30 d.C. si è registrato il secondo inizio dell’avventura cristiana. E da subito tutte le manifestazioni della Chiesa primitiva sono state plasmate mettendo al centro la luce e la forza travolgente della Pasqua: la predicazione, il culto, la vita fraterna, le scelte morali.

C’è da domandarsi se anche oggi la risurrezione di Gesù occupi ancora un posto centrale nella nostra fede. I cristiani di Corinto respiravano una cultura tendenzialmente spiritualista che, mentre li facilitava nel credere all’immortalità dell’anima, li rendeva piuttosto allergici alla fede nella risurrezione dei corpi. Oggi i motivi per negare la fede nella risurrezione possono essere altri. Ad esempio, circolano credenze che parlano con favore di reincarnazione, riducendo la visione del futuro a una stanca, stucchevole reiterazione del presente. Ma a svuotare la fede nella risurrezione è per lo più quel vivere agitato e distratto, che rincorrendo con affanno mille cose, non lascia più spazio per ciò che più importa. Il pensiero della morte è però ineludibile, e nessun genere di vita, per quanto possa essere diversivo e dispersivo, riesce a tacitarlo del tutto.

In ogni caso, una vita cristiana senza fede nella risurrezione non è più cristiana, non solo perché non è più coerente con la fede delle origini: la fede di Pietro, di Paolo, degli apostoli, dei primi cristiani. Ma anche perché non è più la fede originale e autentica, quella che Gesù stesso ha chiesto per la sua persona. Tutt’al più si riduce a una vaporosa idealizzazione dell’uomo Gesù, come un eroe senza macchia e senza paura, o un maestro di nobili valori. A quel punto si opera un’ulteriore riduzione: si scivola inevitabilmente dalla idealizzazione del personaggio alla ideologizzazione del suo pur alto e nobile messaggio.

Ma l’evento della risurrezione è un evento obiettivo, realmente accaduto e testimoniato nella storia. Non è un simbolo evanescente. Né una rarefatta metafora. Gesù non è vivo come è vivo un insegnamento nell’archivio delle fonti del pensiero umano, o come vive un maestro nel cuore dei discepoli. Gesù è veramente entrato nella vita risorta con tutta la realtà umana, spirituale e corporea, della sua persona. Ma l’evento della risurrezione di Gesù non è come il ‘risuscitamento’ di Lazzaro o della figlia di Giairo o del figlio della vedova di Nain, di cui parlano i vangeli. Il ‘risuscitamento’ di costoro è stato un ritorno alla vita precedente, quasi una ‘inversione ad U’, insomma un cammino all’indietro. La risurrezione di Gesù, invece, è un cammino in avanti, al punto che, mentre Lazzaro poi è ri-morto, Gesù invece è ri-sorto per non morire più.

Per questo la risurrezione corporea di Gesù si può definire un evento in corso: è talmente ‘storica’ da contrassegnare non solo un frammento della storia umana – quel big-bang del mattino di Pasqua – ma da continuare ad essere perennemente contemporanea a tutta la vicenda dell’umanità sulla terra. Quando si ha l’impressione che il male, la prepotenza, la corruzione soffochino la verità, l’amore e la giustizia, occorre ricordare che qualcosa di simile è già accaduto nei confronti di Gesù. La malvagità degli uomini lo ha inchiodato alla croce, pensando di spazzarlo via definitivamente. Ma Dio lo ha risuscitato, e la storia di Gesù continua a salvare l’umanità. “Con la sua incarnazione Cristo si è unito in certo modo a ogni uomo” e per la sua risurrezione “lo Spirito Santo dà a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio solo conosce, con il mistero della Pasqua” (GS 21.22).

Permettetemi infine di fare da porta-voce del messaggio dell’angelo che ha scoperchiato il sepolcro vuoto: “Gesù è risorto dai morti. Presto, andate a dirlo a tutti”.
Cari catecumeni, che il fuoco di questo primo annuncio non si spenga mai nel vostro cammino. E che la festa di questa vostra prima Pasqua non abbia mai fine!

Rimini, Basilica Cattedrale, 2017

+ Francesco Lambiasi

(16 aprile 2017)