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Dio è tutto misericordia

2015dic14

Ma noi ci crediamo per davvero?

Omelia del Vescovo nell’apertura del Giubileo straordinario della Misericordia

Un inno alla gioia. Il fremito di un ardente invito alla gioia percorre la liturgia di questa terza domenica di Avvento, conosciuta appunto come la “domenica della gioia”. Risulta pertanto molto felice la coincidenza con l’apertura del Giubileo straordinario della Misericordia. Come sappiamo, la parola “giubileo” deriva dall’ebraico jobel, il corno di montone che serviva a dare il segnale dell’inizio solenne dell’anno giubilare in Israele, anno della remissione di ogni debito, della liberazione di ogni schiavo, del meritato riposo della madre terra.

1. Abbiamo ascoltato nella prima lettura il profeta Sofonia che ci ha colto di sorpresa: il suo è un libro di furore, ma nel frammento proclamato le parole della gioia finalmente prendono il posto delle parole di condanna, il linguaggio dell’amore sostituisce quello dell’ira. Dio appare come un Salvatore potente: il suo amore tenero e forte, solido e sicuro ora può operare tutto il bene che desidera per la sua città-sposa: “Rallègrati, figlia di Sion, grida di gioia! Non temere, non lasciarti cadere le braccia!”. Nella sua lettera ai cristiani di Filippi Paolo rivolge loro parole cariche di un affetto intenso e caloroso: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti, perché il Signore è vicino”. Questa esperienza permette di superare ogni angustia, di essere miti e amabili anche in tempi di prova e di lasciarsi interamente custodire dalla pace di Dio.

E il vangelo? Di primo acchito sembra che Giovanni il precursore proponga tutt’altro messaggio: la conversione, l’impegno assorbente a cambiare scelte e atteggiamenti di vita. Eppure Luca usa un termine sorprendente per designare l’opera del Battista: “Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo”. Se evangelizzare significa comunicare un annuncio di gioia, il lieto messaggio dell’ultimo profeta è questo: Viene il Messia, il quale, grazie allo Spirito, porterà a compimento il tempo della salvezza. Ma prima ci sarà il giudizio. Agli occhi del Precursore – almeno in quella fase della sua vita – Dio si configurava per lo più come un giudice inesorabile, che avrebbe vagliato gli uomini in base all’osservanza della Legge mosaica. “In questo quadro non c’è posto per la misericordia di un Dio paterno, ma solo per la giustizia impietosa di un sovrano” (R. Penna). Solo verso il termine del suo cammino Giovanni ascolterà la voce dello Sposo, Gesù, e il suo messaggio di misericordia, ed esulterà di gioia (cfr Gv 3,29).

Ma noi che immagine abbiamo di Dio? Nella bolla di indizione del Giubileo papa Francesco ha scritto che il primo scopo di questo anno straordinario è che i credenti riscrivano l’immagine di Dio, che si portano dentro, ricalcandola su quella che Gesù ci ha rivelato (cfr MV nn. 17; 25). Lasciamo allora brillare questa immagine nella sua scandalosa, dirompente novità.

2. Nella “carta di identità” di Dio Padre il contrassegno saliente è la misericordia, senza la quale Dio non sarebbe più Dio, e il cuore pulsante del Vangelo registrerebbe un infarto fatale. Ma per entrare nel luminoso mistero della misericordia, proviamo a scorrere le sette note che le fanno da corolla.

La prima è la gratuità. La misericordia di Dio ha come caratteristica peculiare di essere totalmente disinteressata da parte di Dio, totalmente immeritata da parte dell’uomo: è assolutamente gratuita. L’amore meritato sarebbe osceno “meretricio”. Il Signore non è misericordioso con Israele, perché Israele ne è degno (cfr Dt 7,7s), ma perché ha bisogno della sua misericordia: un bisogno pungente, una struggente nostalgia. L’uomo non ha alcun diritto di ricevere misericordia, e Dio non ha altro interesse di donarla, che non sia la gioia dei suoi figli. E’ la conclusione della parabola del pastore misericordioso: “C’è più gioia in cielo per un solo peccatore che si converte che non per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7). Quel solo peccatore convertito permette a Dio di essere Dio, di amare per primo, senza contropartita, e gli consente di perdonare gratis, che è come donare due volte, senza pegni e senza premi, senza baratti e senza ricatti. La misericordia di Dio non si può acquistare o conquistare, né vendere né comprare; non se ne può fare mercato.

La gratuità della misericordia si consolida in fedeltà. Accordata una volta, la misericordia è accordata per sempre: “Di generazione in generazione la sua misericordia”, canta Maria. Dio è la roccia di Israele (Dt 32,4): questa immagine simboleggia la sua immutabile saldezza, l’irreversibilità delle sue promesse, la tenace irrevocabilità dei suoi doni. “Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2,13). Così si legge nella parabola del padre misericordioso, che resta padre anche se il figlio minore non si comporta da figlio: né quando si allontana dalla casa paterna, né quando sogna di rientrarvi come un salariato. Con Dio noi possiamo rinnegare il nostro essergli figli, ma lui non può rinnegare il suo esserci Padre.

Inoltre la divina misericordia si colora di tenerezza, una “visceralità” che dice brivido a pelle, partecipazione fremente, coinvolgimento intimo e profondo. Lo mostra all’evidenza l’episodio della peccatrice in casa di Simone il fariseo (Lc 7,36-50). La scena è scandalosa: alla vista miope del padrone di casa, quella donna si permette di comportarsi in maniera ambigua e sconveniente. Sa offrire a Gesù solamente quello che ha finora offerto agli altri uomini. E Gesù, disarmante e disarmato, la lascia fare: accetta le sue carezze e i suoi baci, senza giudicarla né scomunicarla, senza bramare per sé la benché minima briciola di piacere al contatto di lei. E così la fa sentire finalmente amata e rispettata. Riaccende la sua vita e fa rifiorire la sua innocente felicità.

Ma la tenerezza non rimane un sentimento vaporoso, ma si traduce in concreti gesti di compassione. L’opera del Samaritano – uno straniero, un extracomunitario! – nasce dalle sue “viscere” di misericordia. E’ solo dopo aver visto quell’uomo rimasto mezzo morto ai bordi della strada, che egli “ne ebbe compassione”, e si è messo a declinare i dieci verbi del pronto soccorso: avvicinarsi, scendere, versare, fasciare, caricare, prendersi cura, pagare… fino al decimo: saldare il debito. Paolo dice di più: “Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Dio è amico dei suoi nemici. Il contrario dell’amore non è l’ostilità; è l’indifferenza.

Ma né la tenerezza né la compassione significano indifferenza da parte di Dio nei confronti del peccato. Il peccato fa male a Dio solo perché fa male all’uomo; altrimenti Dio non ne rimarrebbe né ferito né offeso. Pertanto la misericordia di Dio si qualifica con la nota dell’esigenza: l’adultera perdonata viene congedata da Gesù con un doppio dono che è anche un doppio impegno: andare in pace e non peccare più.

Restano da declinare le ultime due note. La penultima è la paradossalità. Nel vangelo della misericordia tutto è sorprendente, tutto eccessivo e straripante. Non è sorprendente che una pecora valga più delle altre 99, che non hanno creato problemi? non è sconcertante che un malandrino come Zaccheo, valga più di tutti gli altri abitanti di Gerico? non è strabiliante che per far festa con le vicine e le amiche quella donna di casa abbia speso più della dramma ritrovata, anzi più delle altre nove che già possedeva? Ma ciò che più è sconvolgente è l’evento della croce: non è l’uomo che deve morire per Dio, ma è Dio che muore per amore dell’uomo. Come sempre: non è l’uomo che deve salire in alto per inchinarsi ai piedi di Dio (ascesi della “trascendenza”), ma è Dio che si abbassa fino a lavare i piedi dell’uomo (mistica della “condiscendenza”). Incredibile, ma vero!

E, infine, la nota della gioia. Le tre parabole della misericordia rimarcano la pena di Dio quando cerca, ma molto di più la sua gioia quando trova, perfino la festa quando ritrova ciò che era perduto. Sì, Dio prova gioia quando ci perdona, anzi addirittura se ne compiace. E noi, lasciandoci perdonare, possiamo farlo felice.

Potessimo uscire da questo anno giubilare non con il piacere illusorio di essere i presuntuosi giganti dell’ascetismo, ma con la gioia giubilante di diventare gli umili mendicanti e i credibili testimoni della divina, umanissima misericordia!

Rimini, Basilica Cattedrale, 13 dicembre 2015

+ Francesco Lambiasi


Santuari Giubilari in Diocesi:
– Beata Vergine delle Grazie (Montegridolfo)
– Madonna della Misericordia (Santa Chiara, Rimini)
– Madonna della Visitazione (Casale di San Vito)
– Madonna di Bonora (Montefiore Conca)
– Santa Maria delle Grazie (Covignano di Rimini)
– Santa Maria delle Grazie (Fiumicino di Savignano)
– Eremo di Saiano (Torriana)
– Santo Amato Ronconi (Saludecio)

“Santuari della carità”
In riferimento alle opere di misericordia, richiamate dalla Bolla di indizione del Giubileo Misericordiae Vultus, il Vescovo ha proposto anche alcuni “santuari della carità”:
– Mensa della Caritas diocesana
– Mensa di Sant’Antonio (Padri Cappuccini di Santo Spirito)
– Casa del Perdono (ass. Papa Giovanni XXIII)- Pronto soccorso sociale di Sant’Aquilina (ass. Papa Giovanni XXIII)
– Comunità di Montetauro.

 

(14 dicembre 2015)