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Cristo è vivo e ci vuole vivi

2019giu10

Lettera del Vescovo ai Presbiteri do la “Tre Giorni” 2019

Cari Amici,

vi scrivo a ridosso della nostra ultima TreGiorni (5-7 giugno u.s.) dedicata alla Pastorale Giovanile, nella luce della esortazione apostolica postsinodale del Papa, Christus vivit (ChV). Il messaggio lampante che, per mancanza di tempo, non sono riuscito a condividere al termine dell’Assemblea, si potrebbe formulare sinteticamente con questo semplicissimo titolo: “Tutta questione di sguardi”.

Mi spiego partendo da una domanda di fondo: c’è una ‘cosa’ che possiamo fare tutti, e tutti i santi giorni per i nostri giovani? Verrebbe da dire che in effetti ce n’è più di una. Possiamo pregare per loro. Possiamo dialogare con loro. Possiamo interrogarci e riflettere su di loro. Ma c’è una ‘cosa’ preliminare e pregiudiziale a queste e a tutte le altre pur importanti e possibili, nel senso che tutto – preghiera, condivisione, dialogo, studio, apostolato, con/per/sui giovani – sì, proprio tutto dipende da come noi pastori li guardiamo.

Cominciamo allora con il selezionare una tripletta di sguardi negativi nei loro confronti. Un primo sguardo assolutamente da rimuovere è il pessimismo, improduttivo e deleterio: non cambia niente, anzi aggrava la situazione. Il catastrofismo è disfattista, e ci rende devoti della dea lamentela. Un altro sguardo negativo ci viene contagiato dal giovanilismo. I giovani non hanno bisogno di adultescenti o di adulti adulterati. Ma di adulti-adulti, secondo la buona etimologia di adulto: uno che è cresciuto e maturato, che aiuta altri a crescere e a maturare. Un terzo sguardo negativo è quello del buonismo. I giovani vanno compresi, non assecondati in tutto e per tutto. Vanno capiti, non compiaciuti. Vanno aiutati a mettere le gambe ai propri sogni. Altrimenti i sogni si trasformano in miraggi. E i miraggi in incubi.

In positivo ci occorre uno sguardo coinvolto e un ascolto attento. Ascoltare i giovani è difficile, ma indispensabile. E non è affatto impossibile. Un giorno fu chiesto al card. Martini: “Ma come fa lei a conoscere e a capire così bene i giovani?”. E lui sorridendo rispose: “E’ semplice: li ascolto”. Ma occorre ascoltarli senza assumere atteggiamenti paternalisti, non salendo in cattedra, ma sedendo al loro fianco. E ascoltarli… con gli occhi, guardandoli con un sguardo empatico e simpatico. Lasciandosi interpellare da ogni volto: dalla sua singolarità, dai suoi bisogni più profondi, dalle sue emozioni più intense. E ancora: occorre leggere in ogni volto quali siano i desideri, le domande, le esigenze. E’ vero: i giovani amano fotografarsi con il selfie (e perché noi adulti, no?!). Ma anche i loro sono volti ri-volti: si costruiscono in risposta agli sguardi che noi rivolgiamo loro. Se li guardiamo con amore, con gratuità e limpida tenerezza, li aiutiamo a scoprire quale volto rivolgere al mondo. Se si vedono visti e riconosciuti per come sono, se li guardiamo con uno sguardo non compiacente ma comprensivo, allora possiamo invitarli a scoprire una identità più profonda.

In breve ci occorre lo sguardo tenerissimo di Dio, che è Padre-Abbà. I suoi non sono gli occhi di un monarca gelido e inflessibile. Né di un boss implacabile. Né di un inguaribile guastafeste. Afferma il Papa: “In un’epoca in cui i giovani contavano poco, alcuni testi mostrano che Dio guarda con altri occhi” (ChV 6). E ci propone il messaggio che viene dalla storia di Giuseppe in Gen 37-47.

Ci occorre lo sguardo simpatico di Gesù. Papa Francesco nota che “a Gesù non piaceva il fatto che gli adulti guardassero con disprezzo i più giovani o li tenessero al loro servizio in modo dispotico” (ChV 14). E cita il loghion del Maestro di Nazaret: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane” (Lc 22,26). Di passaggio si noti come il termine greco neoteros, reso dalla Bibbia di Gerusalemme (CEI 1974) con “il più piccolo”, viene tradotto dalla Bibbia CEI (2008) in modo più fedele con “il più giovane”. Commenta il Papa: “Per Gesù, l’età non stabiliva privilegi, e che qualcuno avesse meno anni non significava che valesse di meno o che avesse meno dignità”.

Guardato con gli occhi di Gesù, il giovane che ho davanti non mi può apparire come una preda da conquistare. Come uno scalpo da esibire. Come un peso da sopportare. Tantomeno come un tipo da plagiare. E neppure come un piedistallo su cui erigere il monumento alla mia venerata immagine.

Tra qualche mese chiuderemo la fase diocesana del processo per la beatificazione del servo di Dio, Don Oreste Benzi. E’ per essersi piantato in fronte gli occhi di Gesù – “la più bella giovinezza di questo mondo” (ChV 1) – che il Don se li andava a cercare perfino in discoteca, con la sua tonaca lisa. Che scriveva per loro libri incandescenti come “Scatechismo”, con abbondanti citazioni di cantautori rock. Che faceva orari massacranti per parlare con loro e confessarli. Per coltivare con loro fitte corrispondenze. Per aiutarli tutti a “non seppellirsi nei loro stivali”.

E’ a condizione di guardare i giovani con lo sguardo di Gesù che potremo liberarci da alcune ‘ombre’ del nostro giro.  Tipo: “Ma io ormai ci ho provato già tante volte, e niente da fare”. Oppure: “Sono preso da mille cose, e non ho tempo”. O ancora: “Io con questi qui non ci so fare”.

Non è vero che i giovani cercano effetti speciali. Cercano autenticità, non perfezione. Esigono disponibilità, non bravura o eccezionale abilità. Vogliono coerenza, fiducia e totale gratuità. Più che fare per loro, dobbiamo camminare con loro. Proprio come Gesù con i Dodici. E dobbiamo offrire libertà, addestrandoli a spiccare il volo, verso cieli alti e orizzonti sconfinati. Non dobbiamo renderli gregari, ma protagonisti.  Non tifosi nostri, ma seguaci di Gesù. Allora li potremo anche sfidare. Proprio come Gesù: che li sfidava perché di loro si fidava: “Gettate la rete dall’altra parte” (vedi Lc 5,4 e Gv 21,6). E come Gesù, dobbiamo andare con i pochi (giovani vicini) incontro ai molti (i cosiddetti lontani). Andare ai giovani con e attraverso i giovani.

E più che contenuti, occorre offrire strumenti. Più che organizzazione, occorre assicurare compagnia. Più che corsi, occorre aprire nuovi percorsi. Non serve il lamento, ma l’impegno. Non serve la recriminazione, ma la testimonianza. Più che occupare spazi, serve avviare processi.

A proposito di processi, permettetemi di raccomandarvi quello che abbiamo avviato insieme, e che ci porterà alla celebrazione dell’assemblea sinodale del 6-8 marzo 2020. Il lavoro nei laboratori sarà un modo efficace e concreto di prepararci all’evento, e ci farà bypassare il rischio che il tutto si riduca a una iniziativa per quanto bella, assai poco o niente affatto generativa. Anche il pellegrinaggio in Terra Santa dal 27 dicembre al 3 gennaio p.v. sarà una grazia per gli oltre 60 giovani già prenotati e per almeno altrettanti che potranno aggiungersi entro il prossimo ottobre.

Infine consentitemi di condividere con voi questa invocazione che mi viene ispirata da una preghiera eucaristica (Vc): “Donaci occhi, Signore, per vedere le necessità e le sofferenze dei nostri giovani. Per confortare quelli tra di loro che sono affaticati e oppressi. E per impegnarci lealmente al servizio dei giovani poveri e sofferenti”.

Ora, mentre vi ringrazio in anticipo per le gradite risonanze, osservazioni, critiche e suggerimenti che mi vorrete proporre, vi saluto con viva cordialità e grande affetto

Rimini, 8 giugno 2019

+ Francesco Lambiasi

(10 giugno 2019)