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Consolate!

2017feb3

Il mistero del dolore e il ministero della consolazione

Omelia del Vescovo nella Messa della Presentazione del Signore

Un evento di luce, sul quale si allunga, drammatica, l’ombra della croce. Un mistero gaudioso che ben presto trapassa, quasi in dissolvenza, in mistero doloroso. La presentazione del Signore dipinta da Luca è disseminata di aspre dissonanze e stridenti contrappunti. Il bambino è luce delle genti, è la consolazione d’Israele, ma è anche segno di contraddizione: un giorno sarà cercato e respinto, seguito e perseguitato, osannato e schernito, e infine crocifisso. Anche la madre sarà trapassata da acerbo dolore, come da una spada a doppio taglio che lacera e trafigge. Il suo bambino sarà un Messia sconfitto, ma che “proprio per aver sofferto personalmente è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (Eb 2,18). Soffermiamoci sulla consolazione che a quanti siamo o sono nella prova ci viene dall’aiuto di Gesù, sommo ed eterno Sacerdote.

1.  Consolazioni che non consolano

A conclusione del Giubileo della misericordia abbiamo detto che l’anno giubilare si concludeva, ma l’esercizio della misericordia continuava. Un modo pratico per proseguire questo esercizio è quello di frequentare le opere di misericordia, tra le quali ce n’è una, formulata così: consolare gli afflitti. Il verbo consolare etimologicamente sembra venire dal latino: cum solo, stare con il solo, con uno rimasto solo a soffrire, chiuso in una bolla soffocante di dolore. Come le altre opere di misericordia, anche questa patisce delle brutte caricature. Ce le presenta il libro di Giobbe, mettendole in bocca a tre suoi presunti amici.

La prima forma deviata di consolazione interpreta il dolore come punizione. L’immagine sottesa è quella di un dio spietato, sempre lì con la bilancia in mano a premiare i buoni e a castigare i cattivi. Così la presenta Elifaz, il primo goffo consolatore di Giobbe: “Per quanto io ho visto, chi ara iniquità e semina affanni, li raccoglie” (Gb 4,7s). E’ la solita vecchia storia che chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Cioè chi fa il bene sta bene, e chi sta male è perché ha fatto il male: punto. Giobbe protesta contro questa logica smaccatamente illogica: perché lui si sente ed è effettivamente innocente. Quella dell’amico teologo è una spiegazione che non spiega niente, ma anzi annebbia tutto. Tutt’altro che consolante, è addirittura desolante. Esaspera il dolore di Giobbe e lo spinge sull’orlo della disperazione più nera. E poi è una spiegazione blasfema: riduce Dio ad un esattore delle tasse! Del resto la Bibbia stessa si incarica di contraddire una spiegazione del genere. Comincia con la storia dei due fratelli, Caino e Abele, dei quali chi finisce male è proprio l’innocente. E questa si chiama giustizia? Ma quando mai?!

Una seconda forma di consolazione fasulla e addirittura controproducente è quella spiattellata da un altro falso amico di Giobbe, Bildad, il quale enuncia la tesi del dolore come correzione.Beato l’uomo che è corretto da Dio – sdottoreggia questo altro sapientone a bocca rotonda – non sdegnare la correzione dell’Onnipotente, perché egli ferisce e fascia la piaga, colpisce e la sua mano risana” (Gb 5,17-18). Non si può negare la parte di verità che questa affermazione contiene: in fondo è vero che ognuno ha bisogno di correzione, ed è giusto dire che il dolore può far crescere. Eppure anche questa tesi intenzionalmente consolante, risulta di fatto deprimente. E’ come dire al buon Giobbe: “Poverino, abbi pazienza! Vedrai che, se ti lasci correggere e fai il bravo, Dio prima o poi ti premierà, ma te lo devi meritare: punto”.

La terza e ultima presunta ‘consolazione’ ricorre alla scorciatoia bigotta della rassegnazione. Così sentenzia Zofar, il terzo sedicente amico di Giobbe: “Se Dio afferra e getta in carcere qualcuno e poi lo trascina in tribunale, chi glielo può impedire?” (Gb 11,10). E come dire: “Caro Giobbe, qui c’è poco da contestare. Se Dio ha deciso così, non ti resta altro che sopportare”. E’ come dire a chi sta piangendo lacrime amare: “Devi soffrire perché devi soffrire: punto”.

2.  La consolazione della fede

E’ inutile: la ragione continua sbattere contro il mistero del dolore come una mosca intrappolata in una bottiglia. E la fede invece? La fede cristiana non è come il faro piazzato sulla torre di un porto che getta fasci di luce abbagliante. Rassomiglia piuttosto al lume di una piccola lampada che, se la prendi in mano, ti illumina lungo il cammino della vita. E’ come la candela accesa al battesimo e riaccesa ogni anno al cero della veglia pasquale: non rischiara tutto l’orizzonte, ma ti fa luce, nella notte del mondo, mano a mano che vai avanti, fino in fondo, anzi fino in cima. E’ la luce di Gesù risorto, il quale non è venuto a spiegare in lungo e in largo il mistero del dolore. E’ venuto a offrirci la sua compagnia, come ha fatto con i due di Emmaus. Prima gli si è messo affianco, ha donato loro la sua presenza dolce e provocante, poi ha illuminato i loro occhi con la luce delle Scritture, e quindi si è fatto riconoscere allo spezzare il pane.

Ecco cosa fa Gesù nell’ora del nostro dolore: ci con-piange, non lascia cadere nessuna delle nostre lacrime, ma le “raccoglie nel suo otre” di buon Pastore (cf Sal 56,9) e riempie di senso il nostro dolore. Ci comunica il suo Spirito, il “consolatore perfetto”, e anche se il dolore non è né eliminato né rimosso, viene però trasformato. Allora la croce diventa la porta della risurrezione, una “collocazione provvisoria” (T. Bello). E la morte non è più il rantolo della fine, ma il vagito della nascita alla vita nuova, l’altra vita o meglio, la vita altra, “senza più né lutto, né dolore, né pianto”.

3.  Sorelle e Fratelli, consolate!

Ma chi ha le carte in regola per poter consolare veramente ed efficacemente i fratelli e le sorelle che sono nel pianto? Solo chi ha sperimentato effettivamente la consolazione dello Spirito Santo. Voler indicare la strada del Consolatore senza averla percorsa quando noi abbiamo fatto sulla nostra pelle l’esperienza del dolore e siamo andati invece a mendicare la consolazione del mondo, suona falso da un kilometro di distanza. Ecco come san Paolo indica l’arte dell’autentica consolazione:

“Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio. Poiché, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale vi dà forza nel sopportare le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda: sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze, così lo siete anche della consolazione” (2Cor 1,3-7).

Sorelle e Fratelli della grande famiglia della Vita Consacrata, beati voi se nell’ora della tribolazione, vi lascerete consolare dallo Spirito di ogni consolazione. Beati voi, se vi spenderete per contagiare la sua consolazione a quanti, affianco e attorno a voi, sono nella tribolazione.

Rimini, Basilica Cattedrale, 2 febbraio 2017

+ Francesco Lambiasi

(3 febbraio 2017)