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Con la fede ci si vede

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Omelia tenuta nella Messa per il conferimento dei ministeri – Basilica Cattedrale, 4.a Domenica Quaresima (A), 3 aprile 2011 -

Nell’immaginario collettivo la parola fede viene accomunata a buio, a notte e nebbia, a qualcosa di velato, di opaco e oscuro, a differenza della ragione che invece viene assimilata a luce, a giorno, al vedere, conoscere e comprendere. Questa concezione che contrappone il credere al pensare e mette in alternativa ragione e rivelazione, ciò che è ‘cristiano’ e ciò che è ‘umano’, viene da lontano, dall’illuminismo, così chiamato in opposizione al presunto ‘oscurantismo’ della fede. Ricordiamo quanto il padre dei ‘lumi’, Immanuel Kant, aveva scritto nel manifesto dell’illuminismo: “Sapere aude! Abbi l’audacia di sapere, abbi l’ardire di investigare e di capire! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E’ questo il motto dell’illuminismo”. Il segno più vistoso della divinizzazione della ragione umana – che pretende di negare Dio e di censurare ogni possibile scelta di fede – fu il famoso episodio della intronizzazione della dea-ragione sull’altare di Notre-Dame, il 10 novembre 1793. Anche oggi tanta gente ritiene che la fede spenga l’intelligenza, accechi la ragione, lambisca – se addirittura non arrivi a invadere – quei territori inabitabili che portano nomi tristi e cupi: creduloneria, alienazione, fanatismo, intolleranza, mentre toccherebbe alla ragione – alla sola ragione! – illuminare, promuovere, emancipare, far crescere e progredire.

1. Credere è vedere

Per l’evangelista Giovanni, credere è voce sorella del verbo vedere. La guarigione del cieco-nato è un racconto dalle tonalità tenere e drammatiche. Inizia con Gesù che passando ‘vede’ il cieco dalla nascita e si conclude con l’ex cieco che ‘vede’ Gesù, crede in lui e lo adora. Attorno a Gesù, i discepoli domandano spiegazioni e i farisei sanno solo parlare di peccato. Gesù demolisce l’ipotesi del peccato come la teoria che spiega il mondo, interpreta la realtà e perfino l’agire di Dio. Ma Gesù non tiene una lezione sul dolore: si commuove e partecipa.

Osserviamo ancora che la storia evangelica si apre con un cieco che comincia a vedere e si chiude con dei presunti vedenti che continuano a rimanere ciechi. Questi signori non si sono presi pena per gli occhi vuoti del cieco, si sono addirittura arrabbiati per i suoi nuovi occhi illuminati. Il dettaglio fissato dall’evangelista in apertura – “passando (Gesù) vide” – letto in filigrana, sta a dire che il percorso della fede comincia con i passi di un cammino e la commozione di uno sguardo: non quello dell’uomo che cerca Dio, ma quello di Dio che viene a cercarci, e col cuore di suo Figlio prova compassione per noi, figli ciechi e mendicanti. E ci dà la capacità di vederci così come lui ci vede, fino a quando anche noi “lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2).

Il miracolo è raccontato da Giovanni in poche righe, con quella piccola liturgia celebrata da Gesù che impasta fango e saliva, spalma la poltiglia prodigiosa sugli occhi spenti del cieco e lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe. Il tutto concentrato in appena due versetti su quarantuno, perché l’evangelista vuole attirare la nostra attenzione non sul miracolo in sé, ma sul segno che rappresenta e sul dibattito che provoca. Al centro dell’episodio risalta l’affermazione di Gesù: “Io sono la luce del mondo”, un’affermazione che nel quarto vangelo si incontra più volte, e sempre in opposizione alle tenebre. All’inizio, nel prologo, leggiamo: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”. E poco prima del nostro brano, è scritto: “Gesù disse: Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Da rimarcare ancora, nel nostro brano, il crescendo di tensione nello scontro violento tra la luce che è Gesù e le tenebre che rappresentano l’incredulità. Mentre il cieco si avvicina gradualmente alla luce, in parallelo ma in contromano, i farisei vanno velocemente a sprofondarsi nella cecità più assoluta. Tre volte il cieco dice di ‘non sapere'; tre volte i farisei invece dichiarano di ‘sapere’. Asserragliati nei fortini della loro presunta verità, i farisei credono di avere già la luce; per questo non si aprono alla verità di Gesù. Il cammino del cieco nato invece è un procedere scalare di luce in luce, alla scoperta della vera identità di colui che lo ha guarito: all’inizio ne parla semplicemente come di quell’uomo chiamato Gesù; poi afferma nettamente che deve trattarsi di un profeta; quindi arriva a proclamare con coraggio che è uno che-viene-da-Dio; infine approda alla fede piena e solare: Gesù è il Figlio dell’uomo, è il Signore.

2. Credere è conoscere e comprendere

Il cieco nato e guarito ci rappresenta, e il fatto che non abbia nome ci aiuta a rispecchiarci con il nostro volto e il nostro nome nella sua storia. Anche noi siamo stati ‘illuminati’ da Cristo nel battesimo, e quindi dobbiamo comportarci come figli della luce (2.a lettura). Con lucidità interiore possiamo riconoscere, per grazia, i veri valori, rispondenti ai desideri del Signore. E siamo messi in grado di smascherare le menzogne del mondo. Il cristiano è un vivente che Cristo ha risvegliato dalla morte, comunicandogli la sua luce, e quindi è un vedente che ci vede da… Dio! Questa illuminazione comporta una capacità di giudicare uomini e cose secondo una nuova scala di valori, una capacità che viene da Dio, il quale “non guarda alle apparenze, ma legge nel cuore”, come risulta chiaro dalla scelta di Davide a re d’Israele (1.a lettura).

Tutto ciò è avvenuto per noi nel battesimo, che nell’antichità veniva chiamato photismòs, ‘illuminazione’. Ricordiamo l’esperienza di s. Agostino, che descriveva così la conversione che lo avrebbe portato a farsi battezzare: “Appena ti conobbi (o Signore), mi folgorasti con il tuo raggio potente e abbagliasti i miei occhi malati, e io vidi una luce immutabile, al di sopra della mia vista e della mia stessa intelligenza”. Ed è proprio s. Agostino il maestro di quella circolarità virtuosa tra credere e pensare, espressa con la sua formula vertiginosa: credere pensando e pensare credendo.

Ma oggi il postulato razionalista che la fede sia una conoscenza inferiore, immatura e sottosviluppata e, di conseguenza, che il credente sia un eterno, ingenuo minorenne, condizionato da una serie di preconcetti che gli impediscono di diventare libero e adulto, è pregiudizio duro a morire. Come è duro a morire l’assioma che solo la scienza sia la fonte più pura e più sicura di ogni verità, che solo ciò che è scientifico è vero, e che solo la realtà fisica è la vera realtà.

Papa Benedetto non si stanca di combattere questa contrapposizione tra fede e ragione, e si ostina giustamente a propugnare una fede “amica dell’intelligenza”, e capace non di comprimere, ma di “dilatare gli spazi della ragione”. Si legge nel libro dei Proverbi: “Dì alla sapienza: Tu sei mia sorella, e chiama amica l’intelligenza” (Pr 7,4). Infatti non si dà mai alcun contrasto irriducibile tra vera fede e retta ragione. Poiché la fede ha bisogno della ragione per non sconfinare nel fideismo, e la ragione ha bisogno della fede per non incagliarsi nelle secche del razionalismo. Blaise Pascal scriveva nei suoi Pensieri: “L’ultimo passo della ragione è accettare una infinità di cose che la sorpassano”. Se si chiude a Cristo, luce del mondo, la ragione si autoacceca, negandosi la possibilità di conoscere tutto il reale, obiettivamente esistente. Ma una ragione che si tarpa le ali da sola e si proibisce di abbracciare la realtà nella sua piena totalità, non finisce per contraddire la sua natura profonda? Ecco il solo contrasto possibile: quello della ragione con se stessa, quando, per non volersi oltrepassare, si autoespone al suicidio.

3. Un messaggio ai ministri istituiti

Mi rendo conto che pensieri così impegnativi meriterebbero sviluppi molto più distesi, ma ora, in conclusione, vorrei declinare la buona notizia, che oggi il Signore ci ha rivolto, nella forma di alcuni brevi messaggi, indirizzati a voi, candidati ai ministeri istituiti.

A voi che state per ricevere il lettorato, ricordo che sarete gli “annunciatori della parola di Dio”. Non dimenticate mai che voler comprendere la Sacra Scrittura senza la luce della fede sarebbe come voler leggere un libro a luce spenta, in piena notte. Ma ricordate pure che la parola di Dio è come una finestra sul mondo trascendente e invisibile di Dio, sulle meraviglie della sua grazia e della sua santa Chiesa. Non fermatevi ad esaminare il davanzale o i serramenti della finestra, ma spingete oltre la vostra vista per abbracciare l’intero orizzonte della realtà rivelata. Affermava s. Basilio Magno: “Se pensi che basti studiare la Bibbia per diventare santo, fai come chi vuol fare il falegname senza mai usare il legno”.

Mi rivolgo ora a voi, prossimi accoliti. Voi sarete gli aiutanti dei presbiteri e dei diaconi nella santa eucaristia. Abbiate sempre la più alta considerazione e la più umile venerazione del santissimo sacramento. Dicendo: “Fate questo in memoria di me”, Cristo non ha chiesto la pura ripetizione di un gesto rituale. Ha chiesto di farlo come l’ha fatto lui, assumendo i sentimenti che furono i suoi, modellandosi sulla sua autodonazione. Così l’eucaristia educa al martirio, come educa pure alla comunione. La comunione eucaristica infatti ha un carattere tutt’altro che intimistico e sentimentale. Fare comunione con il Signore crocifisso e risorto significa donarsi con lui al Padre e ai fratelli, per uscire poi dalla celebrazione e assumere la responsabilità della missione, una missione più che come una cosa da fare, come un modo di essere.

E infine, a voi chiamati a ricevere il ministero straordinario della comunione eucaristica, l’invito pressante a portare la santa comunione ai fratelli infermi. Andate incontro a questi fratelli e sorelle, che faticano sotto la croce, sugli aspri tornanti della via dolorosa, guardandoli con gli stessi occhi e amandoli con gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Aiutateli a unirsi al mistero della passione e della risurrezione del Signore in vista dell’incontro con lui.

A tutti noi il Signore faccia grazia; a ciascuno di noi il monito di s. Paolo: “Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”.

+ Francesco Lambiasi

(4 aprile 2011)