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“Caro amico ti scrivo” – Lettera aperta ad Alberto Marvelli

2007ott5

Caro Alberto,

sono il nuovo Vescovo di questa tua – ormai “nostra” – bellissima diocesi riminese che tu hai tanto amato e servito e che ora continui guardare con tenerezza dal Cielo, portando insieme a noi le fatiche e le gioie del nostro cammino. Questa sera per me è “la prima volta” che mi capita l’incalcolabile fortuna di celebrare la tua memoria; così ho deciso di prendere carta e penna per  rivolgermi a te con una lettera aperta, e attraverso di te vorrei parlare a tutti e a ciascuno dei tanti giovani della nostra Chiesa.

In questi primi giorni, nei ritagli di tempo, fra tanti impegni e tante, tante corse, ho guardato in modo particolare ai ragazzi e alle ragazze delle nostre città. E per cercare di decifrarne i messaggi, anche i meno espliciti, ho fatto una indigestione di articoli, notizie, studi sul loro pianeta, che mi è apparso problematico, misterioso eppure affascinante.

Ecco una lista di titoli da cui mi sono lasciato colpire: “Belli di plastica”, sulla difficoltà ad accettarsi per quello che si è. “Scoppiati di droga”, sul fenomeno delle tossicodipendenze. “Troppe bollicine al volante”, sulle troppe morti nelle nostre strade. “Di qui al bronx”, sul bullismo a scuola… Ma ho letto anche tante notizie belle, che mi hanno molto consolato e intimamente rallegrato: “Due sì in cattedrale”, giovani felici di dedicarsi a Dio. “Non per soldi, ma per amore”, sul fenomeno diffusissimo del volontariato. “Già preparano una missione in Tanzania”, e ancora non tornano da Loreto, dove hanno condiviso un campo di servizio a bambini in difficoltà… Insomma i nostri giovani non sono solo divertimento, week-end ed happy hours. Quante storie, quante vittorie – anche tante sconfitte purtroppo – ma sempre la ricerca di qualcosa di diverso, di bello, di grande, anche se a volte espresso in forme contraddittorie o nascosto nelle pieghe di tanta sofferenza.

Caro Alberto, so quanto tu amavi i tuoi ragazzi dell’Oratorio. Permettimi di dirti in tutta confidenza: io tanti ancora non li conosco, ma li porto già nel cuore. Vorrei, come già ho fatto molte volte in questi anni, mettermi accanto a loro e ascoltarli. A te lo posso dire, perché so che puoi capirmi: io penso che siano molto migliori di come vengono descritti da noi adulti. Certo, il disagio esiste, è diffuso, pervasivo e pesante, ma ha radici più nel nostro mondo adulto, che in quello dei ragazzi. I giovani sono spesso lo specchio impietoso e fedele di una difficoltà che li precede e che nasce nelle nostre famiglie e nella nostra società.

Per questo mi sono sembrate molto puntuali le parole che papa Benedetto ha rivolto loro a Loreto: “Andate controcorrente. Non abbiate paura di essere fuori moda (…). Non ascoltate le voci interessate e suadenti che propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda”.

Davvero questo nostro mondo avrà una speranza, se sarà capace di cambiare. La morte per fame, le ingiustizie e le guerre, l’odio, il consumismo sfrenato, il degrado ambientale negano la solidarietà, annegano l’amore come legge della vita e distruggono l’uomo.

Tanti giovani cercano a tentoni una risposta, in vicoli ciechi, in strade chiuse e buie. A volte sbattono anche contro il muro di una nostra mediocre testimonianza di fede. In effetti, a vedere le facce di certi cristiani, si fatica a credere che siamo gioiosi annunciatori del Risorto, di chi ha vinto la morte, il male più grande.

Eppure ci ostiniamo a pensare che sia bello seguire Gesù fino in fondo, senza sconti e senza calcoli! Lui è la nostra salvezza, il motivo della nostra vita, l’amore che ci ha afferrato il cuore. E Lui ci ha detto che ogni giorno possiamo tornare ad incontrarlo, a nutrirci del suo Pane nell’eucaristia, nell’ascolto della sua parola, nell’incontro con i poveri, nella comunione con i fratelli, nell’accoglienza gratuita del prossimo, nell’attenzione premurosa verso chi è in difficoltà…

Spiace sentire che la Chiesa sia avvertita come un “palazzo” dove vige una disciplina inflessibile, e non come la casa-famiglia della divina, umanissima misericordia, la comunità del perdono e della gioia, della fraternità e dell’amore disinteressato e gratuito.

Se vissute davvero, queste cose sono controcorrente: e Gesù lo è sempre stato e non ha avuto paura neanche di andare incontro alla morte, al punto tale da sacrificare la vita per amore. Mi piace allora guardare a te; la tua testimonianza mi conforta, come vescovo e come credente.

Tu sei stato un cristiano a tutto tondo, e sempre controcorrente: un atleta che prendeva cinque in ginnastica, perchè non metteva alla giacca il distintivo del partito unico, ma quello dell’Azione Cattolica. Uno che quando tutti fuggivano per salvare la pelle, girava in bici sfidando bombe e rastrellamenti per aiutare gli sfollati. Uno che faceva il bene senza suonare la tromba davanti a sé, tant’è che molti si sono accorti del tanto che avevi fatto, solo dopo che eri morto: davvero uno controcorrente! Del resto non erano controcorrente quelle beatitudini, che leggiamo nel vangelo della tua festa, dove Gesù proclama beati, felici, i poveri, chi soffre, chi non è violento, chi ha fame e sete di giustizia, chi è misericordioso, chi è puro di cuore, chi costruisce la pace, chi è perseguitato perché fa ciò che Dio vuole?

Un aspetto della tua vita che balza agli occhi è quello di far discendere dalla fede un coerente impegno di servizio verso il prossimo. Impegno che sa declinare con fantasia inimmaginabile i verbi della carità e nello stesso tempo sa assumere le forme dello spendersi nella vita pubblica. Perché tu sentivi di vivere pienamente la fede tanto partecipando all’eucaristia, da cui traevi la forza, quanto impegnandoti nel “sociale” e in politica.

Nel tuo diario hai scritto: “Mettere tutta la propria vita, le forze, l’intelligenza, la propria gioventù, i propri beni a servizio e per l’utilità degli altri è la prova più bella di amore… Io credo che una vita spesa solo per se stessi non abbia alcun senso”.

Caro Alberto, ti affido i nostri giovani. Aiutami ad essere per loro un padre tenero e forte, sensibile, disinteressato, ostinatamente fiducioso. Nessuno di loro si senta solo e dimenticato. Soltanto insieme, con Gesù e fra di noi, potremo aprire una nuova strada, generare una speranza invincibile per l’umanità e per il futuro. Soltanto insieme, usando le parole di san Paolo, potremo aspirare ai carismi più alti e in particolare alla carità, luogo della presenza misericordiosa di Dio nel mondo.

Infine mi devi permettere di “disturbarti” per raccomandarti tre grazie speciali che ora, all’inizio del mio ministero episcopale, tu non ci puoi proprio negare.

La prima che ti debbo chiedere riguarda appunto i nostri giovani. Vedi di dare una mano ai tanti ragazzi credenti perché sappiano contagiare la fresca bellezza della fede cristiana con la gioia delle otto beatitudini. Aiutali ad essere miti ma non ingenui, fieri dell’appartenenza alla Chiesa ma mai arroganti, puri di cuore e capaci di non anteporre nulla all’amore per Gesù Cristo, coraggiosi e misericordiosi, aperti e creativi, insomma giovani che abbiano nel sangue il DNA della tua fede, del tuo coraggio, della tua sconfinata generosità.

La seconda grazia riguarda noi educatori: mettici nel cuore una salutare inquietudine e nella testa piantaci la certezza che, dopo duemila anni, il cristianesimo è inguaribilmente giovane e perciò non è ammissibile che il vangelo non abbia più niente da dire alle nuove generazioni di oggi. Aiuta le associazioni e i movimenti ecclesiali a stringere un grande patto educativo: senza “miscelare” i vari carismi, ma unendo le forze per salvare tanti ragazzi dalla “cultura del nulla”.

La terza grazia te la chiedo per i genitori, per gli insegnanti e per quanti sono impegnati a diverso titolo nel rischioso – ma sempre affascinante! – servizio educativo. Aiutali a capire che mettere al mondo un figlio senza dirgli perché vale la pena vivere, significa rendersi responsabili di un “aborto educativo”, non meno grave di quello fisico. Accompagna quanti operano nella scuola e nell’università e assistili perché non si limitino a trasmettere nozioni e informazioni, ma aiutino quanti sono loro affidati a cercare il senso che rende il vivere umano bello e possibile.

Caro Alberto, non so se in paradiso ci sia da qualche parte una cassetta della posta, ma un po’ per essere sicuro che questa mia arrivi direttamente alle tue mani, un po’ per fare presto e bene, ho deciso di indirizzarla al cuore di Maria, tua e nostra madre, dove la potrai trovare in posta prioritaria.

Concludo con un grazie anticipato: così sarai doppiamente impegnato ad esaudirmi.

Mi firmo come un povero vescovo, sicuro che quanti condivideranno questa lettera, si affretteranno a sottoscriverla.

Tuo devotissimo e affezionatissimo

Francesco, Vescovo

(5 ottobre 2007)