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Cara Famiglia di Nazaret parlaci di te e del verbo “educare”

2009apr12

Carissime Mamme, Carissimi Papà,

Io, Maria, casalinga a Nazaret, con il carpentiere Giuseppe, mio sposo – un giovane buono come il mio pane e limpido come le sorgenti del Giordano – insieme al piccolo grande Tutto, il dolcissimo Gesù, veniamo a parteciparvi un po’ dell’esperienza da noi vissuta, perché vi aiuti ad illuminare il tratto di strada che state facendo assieme ai vostri figli.

È vero che un pezzo della nostra storia familiare è solo nostro, perché legato all’evento singolare della venuta in mezzo a noi, sotto lo stesso tetto, del Figlio di Dio in persona: caso assolutamente unico su miliardi e miliardi di nati da donna. Ma è vero pure che con voi abbiamo tanto in comune, se non altro il fatto che anche noi abbiamo costituito una vera famiglia. Anche per noi non è stato facile crescere ed educare questo figlio che ci è stato donato e affidato. Anche noi abbiamo dovuto penare per guadagnarci da vivere e per farlo crescere sano e sereno.

E se ci separano duemila anni di distanza, rimane pure vero che il nostro cuore era abitato dallo stesso desiderio di amore e di felicità del vostro.

Non veniamo a farvi delle lezioni o delle dotte relazioni di psicologia o di pedagogia: non ne saremmo capaci. Vorremmo semplicemente parlarvi un po’ di noi.

Possiamo?


Io, Giuseppe

la mia storia la conoscete.

Ricorderete che a un certo punto sembrava che il mio sogno d’amore con Maria dovesse andare in frantumi. È stato un momento duro, durissimo: non ho mai dubitato né dell’amore misericordioso di Dio per me, suo umile servo, né della infrangibile fedeltà di Maria verso di me, il “suo” amatissimo Giuseppe. Ma chi ero io – ecco il mio tormento – per entrare in quel vertiginoso disegno dell’Altissimo, che prevedeva il concepimento di suo Figlio nel grembo dell’unica donna al mondo che non aveva avuto bisogno di venire tirata fuori dal fango come tutti noi?

Poi mi sono fidato e affidato, e mi sono lasciato sorprendere dal generosissimo Padrone dell’impossibile. E la realtà ha superato enormemente i miei piccoli sogni. Pur custodendo la verginità incontaminata di Maria, ho sperimentato con lei una unione infinitamente più forte di quanto non avvenga nel momento supremo dell’amore coniugale, che fa dei due una sola carne. E questo figlio l’ho sentito così totalmente mio, che la somma realizzata da tutte le paternità messe insieme dai miei antenati non potrebbe mai pareggiare il mio diritto di chiamarmi padre di Gesù.

Questo mi fa dire: Non abbiate paura di Dio. È Lui l’Amor che muove il sole e l’altre stelle, e proprio Lui non sarebbe capace di far funzionare la vostra vita? Certo, i suoi disegni sono spesso imprevedibili, ma nella fede non ci giungono ostili e non intralciano mai i nostri sogni, se non per farcene realizzare di più grandi e più belli.

Lasciate che l’Amore, che sta al di sopra del vostro amore, vi sostenga nel momento della prova e vi accompagni con tutta la forza e la dolcezza di cui avete bisogno.

Cantate con la mia – la “nostra” – tenerissima Maria il Magnificat della gioia e dell’incrollabile fiducia nel Dio amante della vita. Perché anche a voi il Signore ha fatto un dono stupefacente e anche con voi vuole fare grandi cose. E non permettete a nessuno di violare il santuario del vostro amore. Non dimenticatelo mai: molti amici, ma un solo sposo, una sola sposa.

Voi lo sapete: i vostri figli hanno, primi tra gli altri, due diritti inviolabili. Hanno il sacrosanto diritto di vedere che voi due vi amate con un amore inossidabile, felice, traboccante. Come li avete generati insieme, è solo insieme che li potete e li dovete educare. Non dividetevi sui metodi educativi e non fate ricadere sui figli paure, delusioni, disagi. Uniti e concordi sempre, come genitori, anche se – come sposi – doveste conoscere tensioni faticose e dolorose rotture. Al riguardo, vorrei entrare in punta di piedi nelle case di sposi in situazione di divorzio e di nuova unione, e vorrei incoraggiarli a comprendere che l’impossibilità di accedere alla comunione eucaristica non implica l’esclusione da una vita di fede e di carità all’interno della comunità ecclesiale. Vorrei inoltre invitarli a confidare sempre nella grazia di Dio, unico giudice delle coscienze.

Resta poi il fatto che non sono stati i figli a chiedere di venire al mondo, e perciò un altro loro diritto inalienabile è di scoprire che la vita è bella e di capire perché è sempre – sempre! – meglio vivere che non vivere. Per questo compito educativo delicato ed esaltante, la fede cristiana offre una luce e una energia che nessun’altra fede è in grado di offrire: siamo stati pensati e voluti da un Dio, che ci ama veramente da… Dio Padre! Siamo stati “messi al mondo” per allenarci ad essere eternamente felici.

Non vi sembra che certezze così luminose siano l’insostituibile premessa per creare quel microclima indispensabile perché i nostri “cuccioli” possano crescere forti, retti e realmente umani? Per diventare tenaci ma non caparbi, audaci senza essere temerari, delicati ma non bamboccioni e smidollati?


Io, Maria …

…non avrei mai immaginato di diventare la madre del Figlio di Dio, in carne ed ossa.

Quante volte, contemplando il mio Bambino, il fiore più bello sbocciato sulla terra, mi sono detta con un brivido di tenerezza che mi correva lungo il mio grembo di mamma: “Questo è mio figlio. È frutto dello Spirito di Dio e mi assomiglia: ha preso dalla mia carne, ha il colore dei miei occhi, la forma della mia bocca. Il mio Gesù un giorno sarà grande e riceverà il trono del padre Davide, e il suo regno non avrà mai fine”.

L’innocente letizia di sapermi prescelta da Dio a diventare, per pura grazia, senza alcun mio merito, la madre del mio Signore, mi fa dire a voi genitori: Se avete ricevuto il dono di concepire e di generare, considerate sempre ogni vostro figlio come un’altra originalissima, irripetibile immagine vivente del figlio mio, Gesù, il Figlio di Dio. Se non potete avere bambini, permettetemi di condividere la vostra sofferenza, ma consentitemi pure di aiutarvi a comprendere che non esiste un vero e proprio diritto al figlio, quasi fosse un oggetto da possedere. Un bambino deve essere sempre considerato come un dono dell’amore; non può essere realizzato come un prodotto della tecnica. D’altra parte si può essere padre e madre senza aver generato, attraverso altre forme di fecondità, come l’affido e l’adozione. Don Oreste insegna. Ora però vorrei dirvi anch’io qualcosa che riguarda la vostra missione educativa. Lo faccio tornando con il cuore a quell’episodio che certamente ricorderete, quando in occasione del dodicesimo anno di Gesù, dopo essere andati in pellegrinaggio a Gerusalemme, sulla strada di ritorno io e Giuseppe ci accorgemmo che il ragazzo non era con noi. Lo trovammo tre giorni dopo, nel Tempio, circondato dai rabbini che lo interrogavano e venivano da lui interrogati. Quando gli chiesi perché avesse voluto dare quell’affanno a me e a suo padre, mi rispose con una staffilata che mi sferzò il cuore: “Non lo sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Quel giorno mi resi conto che quel figliolo benedetto era davvero un mistero abbagliante, ma per troppa luce. Era un “tu” sempre più grande di me e delle idee che mi andavo facendo di lui. Non facevo in tempo a capire, che mi si rifaceva subito notte. Queste sconcertanti, angosciose incomprensioni si sono puntualmente ripetute fino a quel 14 di nisan di una ventina d’anni dopo, sempre a Gerusalemme, sul Golgotha, quando, prima di morirmi crocifisso sotto gli occhi, mi ha chiesto di rinunciare a lui e di prendere come figlio il suo discepolo prediletto, Giovanni.

Cari papà, care mamme, lasciatemi dire: nessun figlio è un rebus insolubile, buono solo a farci rompere la testa, ma ognuno è un mistero che ci supera sempre da tutte le parti. E poi ancora: un bambino non è un “vuoto a perdere” da riempire con i desideri dei genitori. Non riducete mai i vostri figli a pedane di lancio su cui salire per affermarvi nella scala dei rampanti. Non sfruttate mai i vostri piccoli come articoli “usa e getta”. Non strumentalizzateli mai come forme di compenso per risarcirvi di eventuali fallimenti o frustrazioni. Rispettateli sempre come veri figli del Padre che è nei cieli. Aiutateli a scoprire il suo disegno d’amore nella loro vita, anche se andasse contro le vostre legittime aspettative. In verità quel disegno non viene mai contro di noi, ma va sempre oltre.


Noi, Gesù, Maria, Giuseppe…

…abbiamo imparato che il verbo educare fa rima baciata con altri due.

Il primo è contemplare: non è possibile educare un bambino o una bambina, se non si è imparato a intravedere in lui o in lei il volto di Dio. E a questo ci si allena con l’aiuto della parola di Dio e con l’esercizio ininterrotto di chi sa che il povero, il malato, lo straniero, il carcerato non è uno “fatto male”, ma l’immagine palpabile del Figlio di Dio.

L’altro verbo con cui fa rima il verbo educare è amare.

A Nazaret abbiamo imparato – e non sempre è stato facile! – che solo degli educatori che camminano sulla strada del vero, del bello, del bene, possono aiutare i loro figli ad imparare a camminare. Ma la comunicazione educativa non è mai a senso unico. Anche i figli contribuiscono attivamente alla formazione dei genitori. Nella famiglia, nel quotidiano intreccio di rapporti interpersonali, ognuno apprende il proprio valore di persona, perché si sente amato per quello che è, e non per quello che ha, che fa o che sa.

A Nazaret abbiamo imparato che ci si deve preparare ad affrontare la prova e ad accettarla, senza piangersi addosso, senza pretendere di capire sempre tutto, senza mai parlare di destino crudele e avverso.

A Nazaret abbiamo imparato che la propria croce non va scaricata sulle spalle degli altri, ma bisogna piuttosto caricarsi sulle proprie spalle la croce dei più poveri di noi.

Perché non c’è amore più grande di questo: dare la vita per le persone che amiamo.

A Nazaret abbiamo imparato che si è più felici nel dare che nel ricevere.

Ed è quello che auguriamo anche a voi.

I vostri affezionatissimi

Gesù, Maria, Giuseppe


(12 aprile 2009)