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Aprire una porta per riaccendere la speranza

2016dic12

Ai Fedeli abitanti in zona “Santa Maria del Monte
Parrocchia di S. Biagio in Saludecio

Carissimi,

che il Signore ci dia pace.

Lo scorso mese di febbraio ho avuto modo di accompagnare una cinquantina di ex-detenuti in udienza da Papa Francesco. Al termine il Papa si è avvicinato al nostro gruppo, e Antonello – che verrebbe ad abitare presso la canonica di Santa Maria Del Monte – gli ha regalato una ‘caciotta del perdono’, sulla cui confezione era stampata la frase di don Oreste: “L’uomo non è il suo errore”. “E perché mi portate questa caciotta?”, ha chiesto, spiazzante, Francesco. Con tutta l’emozione che gli bolliva in corpo, Antonello ha risposto con un assist geniale: “Perché, noi che abbiamo fatto tanto male, abbiamo imparato a fare anche qualcosa di buono”. A quel punto Francesco ci ha trapassati tutti: “Allora voi ricordatevi questa: ‘Il santo ha sempre un passato. Ma il peccatore ha sempre un futuro”.

In questi giorni in cui si è accesa la questione circa la canonica di “Santa Maria del Monte” (Saludecio), mi è ritornato più volte alla mente questo simpatico aneddoto, e il messaggio che esso veicola: nessun peccatore è condannato a sprofondare nelle sabbie mobili del suo passato. Una speranza Dio non la nega a nessuno, neanche a Caino! Si tratta di un miracolo facile perché… impossibile! Impossibile perfino a Dio, perché lui da solo, non c’è la può fare. Ha bisogno delle nostre mani: delle mani di volontari, di accompagnatori, di assistenti, di tante persone di buona volontà per fare risorgere questi ‘morti': tossicodipendenti, prostitute, delinquenti… Sono anni che questo miracolo avviene alla casa Madre del perdono, a Taverna, come pure a san Facondino. I numeri parlano chiaro e dicono “vita”: il tasso di recidiva nelle case dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII è del 10%, mentre per le carceri italiane è del 75%.

Torniamo a Santa Maria del Monte. Proviamo a delimitare bene il perimetro della questione.

Anzitutto non si tratta di una legione di detenuti, ma di appena un piccolo gruppo di sole 11 persone. Inoltre la canonica, utilizzata solo in minima parte da diversi anni, verrà abitata da questi “fratellini” (come li chiamava don Oreste Benzi), ma solo al I piano e principalmente per la notte: fungerà soprattutto da dormitorio, mentre la mattina e la sera gli “ex” (ma quando inventeremo una parola che dica il loro futuro, anziché il loro passato?) insomma questi amici pendoleranno in bicicletta alla/dalla casa di San Facondino (4 Km di distanza). C’è anche da tenere presente che si tratta di persone affidate dal giudice competente alla Comunità Papa Giovanni XXIII, associazione di ben nota onestà, di qualificata competenza in materia, e di comprovata efficacia. Sono persone che hanno già svolto un percorso educativo a San Facondino secondo il progetto CEC (Comunità Educante con i Carcerati). Ancora: l’accoglienza di questi fratelli, come ogni opera di bene, potrà chiedere anche qualche sacrificio, ma obiettivamente di poco conto, e comunque non recherà alcun danno ad alcuno. Ad esempio, la sala del piano terra sarà adeguata per attività formative e ricreative, e messa a disposizione degli abitanti del luogo.

In sintesi, vorrei dire così. Si tratta di guardare all’accoglienza di questi fratelli non come a un problema o a un pericolo, ma come a una vera opportunità di bene. Sono certo che se avremo la grandezza di cuore per accogliere queste persone come veri fratelli, ne saremo tutti arricchiti in umanità.

Ma c’è un ultimo profilo della questione che tra cristiani non possiamo assolutamente silenziare. Aiutare dei carcerati a “risorgere”, come pure visitare i malati, ospitare i pellegrini – ricordiamo sant’Amato! – sono alcune delle 7 opere di misericordia corporale, e come ogni opera di misericordia evangelica fa bene a tutti, a cominciare da chi la fa. Soprattutto – ma ci crediamo davvero? – quest’opera di misericordia ci procura il bene più grande: sentirci dire un giorno da Gesù in persona: “Venite, benedetti del Padre mio, perché ero malato, carcerato, pellegrino, e voi mi avete servito”.

Carissimi, stiamo andando incontro a Gesù che viene a piantare la sua tenda in mezzo a noi, lui per il quale “non fu trovato alcun posto nell’alloggio” a Betlemme. Accogliamo la ‘buona notizia’ del suo Vangelo: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto di bene a uno di questi miei fratelli più piccoli e più poveri, lo avete fatto a me”. O accogliamo Gesù nei suoi e nostri fratelli più poveri e bisognosi, o altrimenti non accogliamo veramente Gesù…

Di cuore, vi auguro buon Natale!

Rimini, 3 dicembre 2016

+ Francesco Lambiasi

(12 dicembre 2016)