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“Perchè cercate tra i morti colui che è vivo?”

2008feb7

Lettera per la Pasqua 2008

Sorelle e fratelli carissimi,

abbiamo da poco celebrato il Natale, e già il nostro cammino si sposta da Betlemme verso Gerusalemme: dall’umile mangiatoia alle strade della Galilea e della Giudea, fino al sepolcro vuoto del Crocifisso. Dalla notte santa a un’alba radiosa di gioia.

Sono questi i due misteri centrali della nostra fede: il farsi uomo di Dio e il suo dare la vita per noi per dare a noi la vita che non muore mai. Non si tratta di racconti mitologici o di fantasiose leggende. Come la nascita, così anche la morte e la risurrezione di Gesù sono fatti avvenuti nella storia. Non mancano i testimoni che da duemila anni tengono vivo quest’annuncio, spesso a costo della loro stessa vita: Gesù di Nazaret è veramente risorto e chi crede in lui ha la vita eterna. A una morte reale corrisponde una risurrezione reale. In altre parole, Gesù è veramente, realmente, corporalmente morto, ed è risorto, cioè è veramente, realmente, corporalmente vivo.

Solo un’esperienza così sconvolgente e trasformante spiega il cambiamento avvenuto nei discepoli. Durante la vita di Gesù essi appaiono spesso meschini e interessati; durante la passione hanno paura di condividerne il destino e lo abbandonano, fuggendo; dopo la sua crocifissione e morte, si trovano in uno stato di angoscia penosa e di cocente delusione, paralizzati dalla paura e da una imbarazzata vergogna. E’ evidente: da una speranza morta non può nascere una fede viva. Sta di fatto che, improvvisamente, per Pietro e compagni tutto cambia. Contro l’intera tradizione dei padri, essi accettano l’idea che Gesù, il Messia crocifisso, è il Signore; poi maturano la fede – che per ebrei rigidamente monoteisti era una bestemmia – che Dio ha un Figlio di natura divina; infine proclamano contro ogni evidenza che gli ultimi tempi sono arrivati e che una nuova storia è già cominciata, nonostante l’obbligata constatazione del peccato, del male e della morte che si continuava a fare.

Benedetto XVI ci descrive la risurrezione di Gesù come “la più grande ‘mutazione’ mai accaduta,  il ‘salto’ decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazaret, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo”. La nostra vita non finirà nel nulla: è questa la speranza che rende meno angoscioso il peso del passato, più vivibile il presente, meno ansiosa l’attesa del domani prossimo e lontano: “la porta del futuro è stata spalancata”.

Ci domandiamo: ma non è incomprensibile tutto ciò? Certo, non potremo riprodurre la risurrezione  in un laboratorio scientifico, ma non ci troviamo di fronte a qualcosa di assurdo o di estraneo a ciò che noi stessi intuiamo e desideriamo. La Pasqua è il compimento pieno della nostra stessa umanità. E la porta per entrare in questo mistero è l’amore; solo in questa logica possiamo accostarlo e in qualche modo comprenderlo. Perché l’amore è davvero più forte della morte; apre ad orizzonti impensabili; ci rende pienamente liberi, sciogliendoci da tutte le catene, comprese quelle della tristezza e della disperazione. Chi dona la vita nell’amore, la riacquista in eterno. La risurrezione di Gesù è stata l’esplosione di un amore incontenibile, ha inaugurato un mondo nuovo, il Regno dei Cieli. Da allora quel Regno cresce continuamente come lievito nella pasta della storia, la trasforma dall’interno e la impregna di sé.

Ecco cosa avviene con la Pasqua: il Signore Gesù non si sottrae alla nostra presa, anzi continua ad operare con noi; entra in quella misteriosa ma realissima sinergia che gli permette di rendersi vivo e presente oggi, dappertutto, là dove ci sono almeno due cristiani risorti a vita nuova e riuniti nel nome suo, secondo l’infallibile promessa: “Là dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Ed ecco come noi possiamo essere testimoni di questo evento: se lo lasciamo accadere in noi; se permettiamo a Cristo di risorgere in noi, di operare il bene attraverso di noi, di continuare a lottare contro il male, l’egoismo, la cattiveria che c’è dentro e fuori di noi. Se risorgiamo da una vita ripiegata e depressa, da una fede scolorita, da una speranza spenta, da una condotta incoerente, noi diventiamo i testimoni appassionati e convinti, credibili e convincenti del Signore risorto.

Quella mattina di Pasqua è stata realmente spezzata in due la linea del tempo, e la storia ha cambiato decisamente corso. Forse le parole più belle su questa inversione di rotta – non più ormai verso l’abisso del nulla – si trovano nella seconda Lettera a Timoteo: Cristo “ha sbaragliato la morte e ha reso luminosa la vita” (1,10). Certo il male ha ancora le sue parole terribili e raccapriccianti da scrivere nel grande libro della storia. La vittoria di Cristo non è stata definitiva. Ma decisiva, sì: l’ultima parola sarà della Vita sulla morte, della Verità sulla menzogna, dell’Amore sull’egoismo. Dunque sperare si deve, e si deve perché si può: Cristo è il Signore della storia; la sua risurrezione non ci salva ancora dal dolore, ma nel dolore ci mette al riparo dalla disperazione.

Il Risorto non ci parla solo del mondo che verrà, ma anche del nostro oggi. Nella Vita che attendiamo, ciascuno di noi troverà la sua identità più vera, ma già ora l’amore di Dio ci raggiunge, ci trasforma e sorregge la nostra vita quotidiana. È questa la ragion d’essere della Chiesa: sentitela vicina e premurosa come una madre, autorevole e tenera come una maestra, e guardate a lei come il segno di un amore più grande, di una promessa che supera tutto e tutti coinvolge. Nel sacerdote che bussa alla vostra porta non vedete il funzionario di una… società per (buone) azioni, ma un fratello e un amico a cui state a cuore, che prega per voi e vi offre il tesoro della sua vita: lo sguardo di perdono e di consolazione del Crocifisso, la certezza che il cuore di Dio è aperto a tutti, a cominciare da quanti sono intimamente lacerati  e smarriti di cuore.

Lo stesso vi assicuro da parte mia. E vi accompagno in questo cammino verso la Pasqua con il vivo desiderio di essere in qualche modo parte della vostra famiglia. Ci sia di utile richiamo, durante il tempo quaresimale, la domanda che le donne si sentirono rivolgere dall’angelo, in quel mattino di primavera in cui il sepolcro di Gesù rimase vuoto per sempre: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”. Vedete, anche noi finiamo col “cercare tra i morti” quando le nostre più profonde aspirazioni cedono il passo a interessi meschini e inconsistenti; quando inseguiamo solo una rivalsa o un’affermazione personale; quando svuotiamo del suo senso autentico l’esperienza straordinaria dell’amore o accettiamo le logiche dell’apparenza e del successo a qualsiasi costo.

La Pasqua, che ogni domenica si rinnova nell’Eucaristia delle nostre parrocchie e comunità, ci dà la chiave per conoscere Dio, per comprendere noi stessi e per vivere una speranza incrollabile. Se siamo risorti con Cristo, offriamoci con lui al Padre, mettiamoci a sua disposizione dei tanti fratelli “morti”, che sono attorno a noi, per aiutarli a risorgere a vita nuova, a una vita bella, buona e beata, finalmente riconciliata, irreversibilmente offerta, una vita illuminata dall’amore, inondata dalla pace, profumata dalla grazia.

“Cristo, nostra gioia, è risorto”: è il saluto pasquale, caro all’Oriente cristiano; è l’annuncio della nostra salvezza; è la professione della nostra fede. “Cristo risusciti nei nostri cuori!”: è l’augurio che ci scambiamo, l’impegno che ci assumiamo, la bella notizia che vogliamo comunicare a tutti, con la grazia, la forza e la pace di Cristo risorto.

Buona Pasqua!


(7 febbraio 2008)