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“Convertitevi e credete al vangelo!” Una Quaresima sincera per una Pasqua vera

2008feb6

Omelia Mercoledì Ceneri 2008

In principio era la conversione… Al principio della predicazione di Gesù, quando il Maestro di Nazaret comincia ad andare in giro per la Galilea e a proclamare il vangelo di Dio, la prima parola in assoluto che risuona dalle sue labbra è: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Al principio della predicazione della Chiesa, quando il giorno di Pentecoste la gente, dopo il discorso di Pietro, chiede: “Che cosa dobbiamo fare?”, il capo degli apostoli risponde: “Convertitevi e fatevi battezzare”. “Convertitevi”: questa è la prima parola dell’annuncio evangelico di Gesù alla futura Chiesa; ed è la prima parola del vangelo su Gesù, proclamato dalla sua Chiesa. Anche all’inizio della nostra Quaresima questo imperativo austero e solenne rimbomba forte come un tuono, risuona chiaro e alto come uno squillo di tromba: “Convertitevi e credete al vangelo”. Se nel cammino quaresimale non si comincia da qui, non si comincia affatto.

Ma quali sono i tratti che costituiscono il nucleo centrale della conversione cristiana? Possiamo rispondere a questa domanda operando come tre colpi di sonda: cercando cioè di cogliere qualche esperienza di conversione, tentando poi di rivisitarne il linguaggio attraverso cui questa esperienza viene declinata nelle sante Scritture, per fissare infine alcune note essenziali che ne caratterizzano il messaggio attuale per noi. In sintesi, due storie, tre parole, quattro messaggi.

1. Proviamo a riandare con la memoria a qualche esperienza concreta di conversione. Per esempio, quella di s. Agostino, l’inquieto mendicante della verità, come lui stesso racconta:

“Accusavo me stesso più aspramente del solito, mi voltavo e rivoltavo sulle mie catene che erano divenute sottili, finché si spezzassero del tutto. Eppure quelle catene mi tenevano stretto ancora…” (Conf. VIII,1).

Quando, anni dopo, Agostino ritornerà a quel momento drammatico, piangerà lacrime di gratitudine e descriverà la conversione come una liberazione radicale e totale: “Libero dai lacci dell’ambizione, del denaro e del piacere, ormai garrivo nella chiarità della tua luce infinita”. “Garrivo”: “garriebam tibi”. Si percepisce in questa espressione il trillo garrulo della rondine, che, sciolta finalmente da “quei lacci”, prende decisamente il volo, e si immerge nella luce beatificante della Verità:

“Tardi t’amai, bellezza così antica e così nuova, tardi t’amai. Sì, perché tu eri dentro di me, e io ero fuori. Fuori ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me e io non ero con te (…). Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità. Balenasti, e il tuo splendore fugò la mia cecità. Spandesti la tua fragranza, e io respirai e ora anelo verso di te. Mi toccasti, e ora ardo dal desiderio della tua pace” (Conf. X,27).

Potremmo richiamare anche l’esperienza di Francesco d’Assisi, che dopo il bacio al lebbroso viene pennellato dal Celano vivacemente così: “da quel giorno Francesco smise di adorare se stesso”.

Ma come avviene una conversione: per miracolo? Sì, parola di un altro convertito, Israele Zolli, gran rabbino della sinagoga di Roma. Alla fine della seconda guerra mondiale approdò alla fede cristiana e si fece battezzare con il nome di Eugenio, per riconoscenza nei confronti di Eugenio Pacelli, papa Pio XII, che tanto si era adoperato a favore degli ebrei, durante la shoah. Confessava: “E’ sbagliato dire che uno si è convertito, come se si trattasse di una iniziativa personale. Del miracolato non si dice che si è guarito, ma che è stato guarito. Del convertito bisogna dire la stessa cosa”.

Il dossier delle storie di conversione è sterminato. Vorrei provare a rileggerne una, ancora in corso. E’ la storia di Fulvia, che all’inizio degli anni Settanta iniziò a frequentare ambienti di ispirazione marxista-leninista e nel 1976 entrò in clandestinità, nella colonna genovese delle BR. Ecco come lei stessa si racconta:

“Nel 1980, dopo la tragedia di via Fracchia, in cui furono uccisi quattro compagni, tra cui il mio fidanzato Roberto, chiesi di uscire dall’organizzazione e tornai a casa. Continuava però la latitanza. Dopo breve tempo capii di essere ricercata e mi rifugiai a Parigi per diversi mesi. Non avevo ancora chiarezza e decisi di tornare per riprendere la strada della lotta, ma dopo un mese dal rientro fui arrestata.

In carcere veniva teorizzato che bisognasse dimostrare l’inimicizia totale e assoluta, mentre io non provavo nulla di tutto questo verso nessuno. Veramente la mia identità si stava frantumando. Cominciavo ad avere crisi di identità profonde: da un lato non mi riconoscevo più in quelle teorie così totalizzanti e radicali, dall’altro non avevo più altra realtà cui guardare. Dentro di me c’era un grido che non riusciva a venire fuori e che mi creava una tale angoscia da pensare di farmi del male. Giorno e notte pensavo al suicidio.

Una sera, guardando dalle sbarre della cella, vidi in lontananza una croce illuminata, sopra la cupola di una chiesa. Mi rivolsi a quella croce e chiesi aiuto: un aiuto silenzioso, fatto senza alcuna vera intenzione di preghiera. Subito l’angoscia che mi schiacciava come un macigno si dissolse come neve al sole, e un mare di pace entrò nel mio cuore. Stupita e commossa, riconobbi in quel dono la presenza di Dio, perché nessun aiuto umano poteva dare una pace così immediata e profonda da cancellare il peso che mi portavo dentro. Lo stupore era così grande da provare solo gratitudine.

Il giorno successivo chiesi al cappellano del carcere di poter avere una Bibbia e cominciai a leggerla. Sin dalle prime pagine mi accorgevo che la Parola di Dio incredibilmente mi ridonava un’identità, mi aiutava a ritrovare me stessa. La mia personalità ridotta in pezzi tornava a ricomporsi. Oggi capisco che era l’azione meravigliosa dello Spirito Santo che mi faceva risorgere”.

2. Un breve accenno vorrei farlo ora al vocabolario della conversione. Tre sono le parole fondamentali. La prima è ebraica, shub. Questo vocabolo lo si trova 1056 volte nell’AT e descrive la conversione come la “storia di una strada ritrovata”. Nel libro di Giobbe si trova il fotogramma drammatico di un gruppo di carovane andate fuori pista, alla ricerca di un wadi con qualche vena d’acqua:

“Le carovane deviano dalle loro piste, avanzano nel deserto e vi si perdono;

scrutano intorno per trovarli, ma la loro speranza è frustrata:

giunti sul luogo, ne restano delusi” (Gb 6,15-20).

La conversione allora è “ritornare” sulla pista sicura, anche se lunga ed impegnativa, è cambiare subito strada, fare una inversione ad U; è ritrovare nella mappa della vita la via giusta della verità.

Ecco ora una seconda parola, questa volta greca: metanoein, che suggerisce l’idea della conversione come “storia di una mente guarita”. Questo vocabolo significa letteralmente: “cambiare mente”, mentalità e scelte. Il “Grande Lessico del NT” (GLNT), un’opera monumentale che occupa un intero scaffale, la spiega così:

“E’ un appello al sentimento (‘sentire dispiacere’), è una scossa di tutta la coscienza (‘cambiate il vostro modo di giudicare’), è una esortazione a compiere opere che riparino l’ingiustizia (‘fate penitenza’), è un cambiamento radicale del rapporto uomo-Dio (‘convertitevi’)”.

La conversione orienta quindi tutta l’esistenza secondo un progetto nuovo, la strappa dall’indifferenza, la guarisce dal pregiudizio, dando all’uomo la passione della ricerca e una sana inquietudine.

Arriviamo, così, alla terza parola, cara soprattutto a s. Paolo: riconciliarsi (katallassein): la troviamo nel celebre brano che abbiamo ascoltato poco fa nella seconda lettura: “Vi supplichiamo nel nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20). Nel GLNT leggiamo sotto la voce katallassein: “Il verbo indica una trasformazione, un rinnovamento del rapporto tra Dio e l’uomo, e quindi degli uomini tra di loro”. Ma se andiamo a cercare l’uso e il significato originario di questo verbo nel mondo greco, troviamo che esso era il termine legale per indicare la riconciliazione matrimoniale dopo una crisi coniugale. Il simbolo diventa allora più luminoso: il legame d’amore tra Dio e uomo è riannodato, la trama squarciata della relazione è ritessuta, è la storia di un amore rinato.

Tre parole: ritornare, convertirsi, riconciliarsi, diventano tre impegni che ci sono richiesti rispettivamente alla volontà che decide di rettificare la strada della vita, alla mente perché si riorienti alla giustizia, al cuore perché ritorni ad amare.

3. Infine alcune rapide annotazioni per una Quaresima seria.

La prima conversione da operare è quella di rinunciare a pensare che non abbiamo bisogno di alcuna conversione. Nel Processo di Kafka il protagonista dichiara: “Io non sono colpevole…, è un errore…, qui siamo tutti uomini, l’uno come l’altro!”. Ma il cappellano del carcere risponde amaramente: “Giusto, ma è proprio così che parlano i colpevoli”. In un mondo come un immenso carcere questa è l’unica posizione. Nel mondo della colpa e della redenzione la conversione e il perdono sono invece una gioiosa possibilità.

Una seconda annotazione riguarda la radicalità della nostra conversione: non si tratta certo di una semplice lubrificazione degli ingranaggi né tanto meno di una riverniciatina alla carrozzeria. Non è questione di operare qualche cambiamento nel sistema della nostra vita, ma di cambiare il sistema. Non basta ridurre qualche debolezza: scatti di nervosismo, distrazioni nella preghiera, qualche mormorazione, qualche parola grassoccia. Non ci si richiede un qualche massaggino indolore, ma un elettrocardiogramma attento e accurato per sfuggire all’arteriosclerosi dell’anima. Perciò dobbiamo verificarci alla luce della parola di Dio: i nostri affanni, i nostri sogni, i nostri desideri sono mossi dalla voglia di emergere, di primeggiare oppure dalla volontà di cercare il regno di Dio? Pretendiamo di costringere Dio a sostenere i nostri progetti, a darci una mano per adorare altri dei (l’immagine, il benessere, il piacere, il potere…) oppure ci impegniamo per adorare solo lui, come unico Signore del nostro cuore? Insomma: per cosa ci agitiamo? di cosa riempiamo le nostre giornate? per cosa viviamo?

Una terza nota riguarda la positività della Quaresima, il suo carattere non afflittivo ma terapeutico, la sua profonda umanità: spesso si dice che la conversione è un rovesciamento. Dipende dalla prospettiva. A ben guardare è un raddrizzamento, è un ritorno a casa, un recupero di umanità, una liberazione dalle alienazioni. Convertendosi l’uomo non si perde, ma si ritrova. Parola del Signore Gesù.

Infine dobbiamo sempre ricordare il carattere battesimale della conversione: come il battesimo si riceve una volta per sempre ma deve essere vissuto praticamente, sempre, così è la conversione: è una decisione iniziale, ma poi dura tutta la vita. Il carattere battesimale richiama anche l’iniziativa della grazia nella nostra conversione: come nessuno si battezza da sé solo, così nessuno si può convertire e purificare da sé solo; nessuno riesce a tirarsi da solo fuori dalle sabbie mobili dell’egoismo, prendendosi per i capelli. E’ vero che la grazia abilita e sollecita la nostra cooperazione, ma questa è la risposta all’amore preveniente e gratuito del Signore. Possiamo allora dire con il linguaggio del paradosso che la conversione del cuore è facile perché… impossibile. E’ impossibile umanamente: come è possibile operare con le nostre sole forze questa penosa contestazione del nostro io, questa spietata rivoluzione contro noi stessi? Ma ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio.

Questa è la nostra fortuna. Possiamo perciò pregare con le parole sorprendenti della liturgia:

“Signore onnipotente e misericordioso, piega a te le nostre volontà anche se ribelli,

e attira verso di te i nostri cuori, poiché senza di te non possiamo piacere a te, unico e sommo bene. Per Cristo nostro Signore. Amen” (Sab. IV Sett. Quares.).

(6 febbraio 2008)